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Home » Film » Recensioni film » Fremont, la recensione del film di Babak Jalali

Fremont, la recensione del film di Babak Jalali

La recensione di Fremont, nuovo film di Babak Jalali presentato in Concorso alla Festa del Cinema di Roma 2023.
Alessio ZuccariDi Alessio Zuccari21 Ottobre 2023
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Fremont, recensione del film di Babak Jalali
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Il film: Fremont, 2023. Regia: Babak Jalali. Cast: Anaita Wali Zada, Gregg Turkington, Jeremy Allen White. Genere: Commedia, drammatico. Durata: 88 minuti. Dove l’abbiamo visto: Alla Festa del Cinema di Roma 2023.

Trama: Donya è una ex interprete afghana che lavorava per l’esercito americano. Adesso vive a Fremont, una piccola cittadina degli Stati Uniti, dove affronta la monotonia del quotidiano e il trauma mai assorbito del passato.

 


Il 31 agosto 2021 gli Stati Uniti terminano il ritiro delle loro truppe dal suolo dell’Afghanistan. Vent’anni dopo l’attentato alle Torri Gemelle e quindi dopo vent’anni di una guerra che aveva assunto a tutti gli effetti le sembianze di un’occupazione. A seguito dal rientro in patria dell’esercito USA, i talebani non hanno impiegato molto a riprendere il controllo del territorio.

Come vedremo nella nostra recensione di Fremont, questo spicchio di storia recente è il tessuto di fondo sopra il quale si innesta il nuovo film di Babak Jalali presentato in Concorso alla Festa del Cinema di Roma 2023.

La trama e i temi di Fremont

Fremont, recensione del film di Babak Jalali

La protagonista Donya (Anaita Wali Zada) è un’ex interprete afghana che collaborava per le forze armate degli Stati Uniti. Come ad altri che praticavano il suo stesso lavoro, è stato promesso un visto d’ingresso per il Paese a stelle e strisce. L’opportunità di questo radicale cambio di vita confina con la necessità: quelli come Donya infatti non sono ben visti né dai nuovi governanti dell’Afghanistan, né da amici e parenti. Sono considerati traditori.

Allora Donya finisce a Fremont, cittadina della California con un’enclave di emigrati afghani. Quello in cui si barcamena qui è un quotidiano tutt’altro che esaltante. Lavora infatti in una fabbrica di biscotti della fortuna. Il suo capo è un cinese di seconda generazione che la sprona a suon di frasi fatte e citazioni popolari, e un giorno la promuove a scrivere i bigliettini da inserire poi dentro i dolcetti.

Nell’atteggiamento quasi apatico di Donya si cela però un qualcosa che non va. Fremont non lo schiaccia mai in superficie, ma lo fa intuire nelle sedute che tiene con uno strambo psichiatra (Gregg Turkington). È un senso di colpa che il film del regista, scritto assieme a Carolina Cavalli (il suo esordio Amanda era montato proprio da Jalali), schiaccia tra l’ostilità dei vicini di casa afghani di Donya e la sua routine che non sembra di variare una virgola da un giorno all’altro.

Un film che suggerisce ed esaurisce presto la sua spinta

Fremont, recensione del film di Babak Jalali

Quella di Fremont è un’indagine a lento carburare sul malessere dell’espatriato, sulla persistenza di un trauma mai davvero affrontato e che ha allontanato dal bisogno, dalla gioia della civiltà. Gli strumenti che l’opera di Jalali usa sono in primis la compressione nel formato in 4:3 e la fotografia in bianco e nero, scelte che appaiono in realtà più stilistiche che semantiche. Nel senso che lasciano la sensazione più del farsi confezione che supporto al ragionamento di fondo portato avanti dal regista.

Jalali di certo l’argomento lo sente, essendo iraniano col doppio passaporto britannico, e quindi intrecciato a doppia mandata con le sorti di un altro Paese problematico della regione mediorientale, l’Iran appunto. Questo processo di riappropriazione dello stare al mondo di cui è protagonista Donya procede però per sommi capi. Un andamento sincopato che bene potrebbe sposarsi con l’ironia fredda e cinica che pervade la ragazza – sulla quale si sente il lavoro di Cavalli e il riverbero del suo primo film –, ma che nei fatti esaurisce prima del tempo il portato della propria riflessione.

Fremont è un’opera che suggerisce e lascia suggestioni. Sfiora solo il calore del ritrovare un rapporto umano (c’è un piccolo spazio anche per l’oramai lanciatissimo Jeremy Allen White), così come pare intercettare, ma solo di striscio, la questione sino-americana, negli ultimi anni centrale nella produzione statunitense con pellicole come Minari o The Farewell. Si resta, insomma, con i frammenti di un racconto compiuto ma fino a un certo punto, che bene evoca i non detti affogati sotto dolori inespressi, eppure non del tutto agile nell’accompagnarci in questo spaccato di vita riscoperta.

La recensione in breve

5.5 Suggestivo

Il nuovo film diretto da Babak Jalali e scritto assieme a Carolina Cavalli suggerisce più che indagare fino in fondo un ritorno alla vita. L'ironia fredda e cinica della protagonista Donya è un buon input, ma si esaurisce nel confronto con un andamento troppo sincopato.

  • Voto CinemaSerieTV 5.5
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