La cosa più interessante di Garance (Another Day) è che non racconta subito il crollo, ma il lento deterioramento di una donna che continua apparentemente a funzionare.
Garance è un’attrice teatrale parigina che vive di provini, piccoli spettacoli, doppiaggi e relazioni instabili. Beve continuamente, ma all’inizio il film mostra proprio quella forma di dipendenza meno spettacolare e forse più reale: l’alcolismo funzionale.
Riesce ancora a lavorare, a presentarsi sul palco, a mantenere relazioni affettive, a sembrare viva e presente. Ed è proprio questo a rendere il racconto così credibile e doloroso.
Jeanne Herry evita quasi sempre il sensazionalismo e preferisce concentrarsi sui piccoli dettagli: i vuoti di memoria, gli appuntamenti dimenticati, il trucco sbavato del mattino dopo, la vergogna silenziosa, le promesse fatte e subito tradite.
Adèle Exarchopoulos regge tutto il film

Se Garance funziona è soprattutto grazie ad Adèle Exarchopoulos. La sua interpretazione è impressionante proprio perché non cerca mai il virtuosismo. Non costruisce una performance “esibita”, ma qualcosa di estremamente naturale, fisico, stanco, vissuto.
Exarchopoulos riesce a rendere Garance contemporaneamente autodistruttiva, irritante, fragile e profondamente umana. Anche nei momenti peggiori il personaggio non diventa mai una caricatura della dipendenza. È bravissima soprattutto nel mostrare quella continua oscillazione tra lucidità e negazione: Garance sa perfettamente di avere un problema, ma continua ad autoconvincersi di poterlo controllare.
Il film spesso si appoggia quasi completamente alla sua presenza scenica, ed è una fortuna che l’attrice riesca a sostenere anche le parti più deboli della sceneggiatura.
Un film immersivo che sa raccontare il tempo

Uno degli aspetti migliori del film è il modo in cui Jeanne Herry gestisce il passare degli anni.
Garance attraversa circa otto anni di vita, ma il film non sente mai il bisogno di scandire artificialmente il tempo con capitoli o didascalie. Tutto scorre in modo fluido, naturale, quasi impercettibile. Questo anche per rappresentare la percezione del tempo di chi è vittima di una dipendenza, nella vita di Garance tutto ruota attorno all’alcool e i grandi eventi passano in secondo piano.
La regia lavora molto bene sui dettagli: i cambiamenti fisici della protagonista, il modo in cui il corpo si consuma lentamente, il mutare delle relazioni e degli spazi.
Anche la routine della dipendenza viene raccontata con una certa onestà: il film mostra quanto l’alcolismo possa diventare ripetizione, ciclicità, un eterno ritorno dello stesso dolore. Ed è proprio qui che Garance trova i suoi momenti più forti.
Quando il film diventa troppo schematico
Il problema è che a lungo andare questa struttura rischia anche di diventare ripetitiva.
A un certo punto il film sembra iniziare a seguire in maniera troppo prevedibile le tappe classiche del racconto di dipendenza: caduta, intervento degli amici, ricaduta, tentativo di recupero, redenzione.
Ci sono inoltre alcuni elementi melodrammatici – soprattutto il subplot della sorella malata – che appaiono un po’ troppo costruiti per aumentare artificialmente il peso emotivo della storia.
Anche il finale lascia una sensazione ambigua. Dopo un film così attento alle contraddizioni e alla complessità della dipendenza, la conclusione appare più ordinata e didascalica del necessario.
Si percepisce quasi la volontà di chiudere il racconto con una forma di chiarezza rassicurante che fino a quel momento il film aveva intelligentemente evitato.
Un film umano e profondamente empatico
Nonostante questi limiti, Garance resta un film sinceramente toccante. Jeanne Herry guarda sempre la sua protagonista con grande empatia, senza giudicarla mai e senza trasformare la dipendenza in spettacolo.
La cosa più bella del film è probabilmente proprio questa delicatezza: la capacità di raccontare una persona che si sta perdendo senza mai ridurla soltanto alla sua malattia.
Anche le relazioni femminili sono trattate con particolare sensibilità, soprattutto quella con Pauline, che diventa progressivamente il centro emotivo del racconto.
Un dramma imperfetto ma sincero
Garance non reinventa il cinema sulle dipendenze e in alcuni momenti sembra persino seguire troppo fedelmente certe convenzioni del genere.
Ma la forza dell’interpretazione di Adèle Exarchopoulos e la delicatezza della regia riescono spesso a trasformare una storia già vista in qualcosa di autentico.
È un film che parla di fragilità, autodistruzione e cura con uno sguardo umano e mai cinico. E anche quando inciampa nel melodramma o nella didascalia, conserva sempre una forma di verità emotiva rara.
La recensione in breve
Garance è un film sull’alcolismo che evita quasi sempre gli eccessi melodrammatici del genere e trova la sua forza nell’osservazione paziente della quotidianità. Jeanne Herry costruisce un racconto delicato e profondamente umano, sostenuto soprattutto da una straordinaria Adèle Exarchopoulos, capace di dare alla protagonista una verità rara. Pur inciampando talvolta in una struttura troppo ripetitiva e in alcuni momenti più didascalici, il film riesce comunque a restituire con grande sincerità la fatica del vivere e del provare a salvarsi.
Pro
- Adèle Exarchopoulos eccezionale
- Ritratto realistico dell’alcolismo funzionale
- Regia delicata e immersiva
- Ottima gestione del tempo narrativo
- Molti dettagli umani e credibili
Contro
- Tende a ripetersi
- Alcuni passaggi troppo didascalici
- Finale un po’ schematico
- Alcuni subplot melodrammatici appesantiscono il racconto
- Voto CinemaSerieTV
