Il film: Hamnet – Nel nome del figlio (2026)
Titolo originale: Hamnet
Regia: Chloé Zhao
Sceneggiatura: Chloé Zhao, Maggie O’Farrell
Genere: Drammatico, Storico
Cast: Jessie Buckley, Paul Mescal, Jacobi Jupe, Joe Alwyn
Durata: 112 minuti
Dove l’abbiamo visto: Anteprima stampa
Trama: A Stratford-upon-Avon, il giovane William Shakespeare conduce una vita divisa tra il lavoro e la famiglia, spesso distante dalla moglie Agnes e dai loro figli. Quando la peste colpisce la regione e uno dei bambini si ammala, l’equilibrio domestico si spezza. Dal dolore di quella perdita nascerà un’opera destinata a cambiare la storia del teatro: la tragedia di Amleto.
A chi è consigliato? Hamnet – Nel nome del figlio è consigliato a chi ama i drammi intimisti, le ricostruzioni storiche eleganti e le storie che indagano il legame tra vita privata e creazione artistica. Ideale per chi ha apprezzato il cinema contemplativo di Chloé Zhao e le interpretazioni intense di Jessie Buckley e Paul Mescal.
Dopo essersi fatta notare come regista di film indipendenti (con l’apice costituito dal trionfo di Nomadland a Venezia, a Toronto e agli Oscar), Chloé Zhao si è data al blockbuster con un film Marvel, per l’esattezza il cosmico Eternals, accolto con freddezza o sufficienza da una parte di critica e pubblico (anche se in sala, tenendo conto del fattore pandemico, è andato discretamente), con annesse critiche sterili per la presenza di una coppia gay e di una scena di sesso (etero) che valsero il divieto di proiezione in alcuni paesi. A quattro anni da quell’esperienza, la cineasta è tornata in territori più intimisti, cimentandosi con l’adattamento di un romanzo di Maggie O’Farrell e firmando così un film che, tra le altre cose, ha conquistato il premio del pubblico a Toronto, facendo di Zhao la prima persona a vincerlo due volte. Dalla sua collaborazione con O’Farrell (co-autrice della sceneggiatura) è nato il lungometraggio di cui parliamo nella recensione di Hamnet – Nel nome del figlio.
La famiglia distante

A Stratford, un giovane William Shakespeare dà lezioni private ai bambini locali per pagare i debiti della propria famiglia. Durante una delle sue visite a una delle case dove deve insegnare fa la conoscenza di Agnes, primogenita della famiglia Hathaway anche se lui inizialmente la scambia per una serva. Tra i due c’è un’intesa quasi immediata e, dopo che William l’ha messa incinta, vanno a vivere insieme. Dalla loro unione nascono tre figli, tra cui un maschio di nome Hamnet, ma Shakespeare non passa molto tempo con loro poiché è per lo più a Londra a scrivere opere teatrali. Quando la peste colpisce la regione, il legame tra William e Agnes è ulteriormente messo alla prova, soprattutto quando lei ritiene che lui stia reagendo sufficientemente a un lutto in famiglia. Eppure, da quelle emozioni che lui sembra faticare a esprimere fisicamente nascerà quello che è tra i suoi testi più famosi e acclamati: la vicenda di un principe danese, anch’egli alle prese con la morte tragica di un parente…
Dramma a due

Al netto dell’ottima performance del giovanissimo Jacobi Jupe nei panni di Hamnet (mentre il fratello maggiore Noah è l’attore che interpreta Amleto sul palco – ricostruito in studio e non girato in loco – del Globe), il nucleo umano del film sta nelle interazioni fra Jessie Buckley (Agnes) e Paul Mescal (William). Due attori abituati a ruoli molto intensi ed emotivamente devastanti (Mescal in sede di intervista ha più volte ironizzato sul suo essere “abbonato” a queste parti), e che insieme danno vita a una storia d’amore plausibile e struggente, che nel corso del film si evolve e acquisisce strati ulteriori per esplorare tutte le sfaccettature – anche quelle più tragiche – della loro esistenza comune, fino ad arrivare alla riflessione, romanzata ma ispirata a vere teorie sull’accaduto, su come la sfera privata possa avere un impatto fortissimo sul percorso artistico.
La lettera e lo spirito

Al netto di una struttura che inizialmente sembra quasi trattare l’identità del protagonista maschile come un colpo di scena, il film è piuttosto esplicito su dove intenda andare a parare (il cartello che apre il tutto precisa che all’epoca, almeno a Stratford, i nomi “Hamnet” e “Hamlet” erano considerati intercambiabili), ed è all’interno di quel canovaccio a suo modo riconoscibile che Zhao si muove con il suo consueto naturalismo, trovando la sincerità in quella che è la ricostruzione ipotetica di parte della vita del drammaturgo più famoso al mondo. Un approccio che, quasi paradossalmente (e non senza dividere il pubblico circa la sua efficacia), raggiunge il massimo della sua espressione sullo schermo proprio quando entra in scena l’artificio, il teatro, nella vita dei protagonisti ma anche quella degli spettatori cinematografici (non è casuale che proprio in quei momenti il compositore Max Richter, autore della colonna sonora originale, tiri in ballo il suo celebre brano del 2004 On the Nature of Daylight, spesso usato in contesti simili al cinema e in televisione). Perché tutto il mondo è palcoscenico, come afferma Shakespeare per bocca di un altro personaggio in un altro testo, ma c’è molta realtà in quelle scene che, in fin dei conti, sono la vita di tutti i giorni.
La recensione in breve
Chloé Zhao porta sullo schermo il romanzo di Maggie O'Farrell con intelligenza e sincerità, scavando nella psicologia della vita di coppia di William Shakespeare e Agnes Hathaway.
PRO
- Jessie Buckley e Paul Mescal sono una miscela potentissima sul piano recitativo
- L'equilibrio fra naturalismo intimo e artificio teatrale è gestito molto bene
- Il crescendo emotivo finale è fortissimo...
CONTRO
- ... ma anche costruito in maniera tale da non mettere tutti d'accordo
- Voto CinemaSerieTV
