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Home » Film » Recensioni film » Il Principe di Roma, la recensione: Canto di Natale all’amatriciana

Il Principe di Roma, la recensione: Canto di Natale all’amatriciana

La recensione de Il Principe di Roma: il regista Edoardo Falcone rilegge il Canto di Natale di Dickens nella Roma papalina dell’Ottocento.
Stefano Lo VermeDi Stefano Lo Verme18 Ottobre 2022
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Una scena de Il principe di Roma
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Il film: Il Principe di Roma, 2022. Regia: Edoardo Falcone. Cast: Marco Giallini, Giulia Bevilacqua, Sergio Rubini, Filippo Timi. Genere: fantastico, commedia. Durata: 92 minuti. Dove l’abbiamo visto: alla Festa del Cinema di Roma.

Trama: Nella Roma del 1829, l’arrogante e cinico Bartolomeo Proietti è in procinto di acquisire un titolo nobiliare attraverso l’imminente matrimonio con la giovane Domizia, figlia del Principe degli Accoramboni. Ma pochi giorni prima delle nozze, un’improvvisa carenza di liquidità costringe il ricchissimo Bartolomeo a rivolgersi al mondo dell’occulto nella speranza di recuperare un’ingente somma di denaro; questo tentativo, tuttavia, lo fa entrare in contatto con tre spiriti del passato che lo costringeranno a rimettere in discussione le proprie scelte.


Se in questa recensione de Il Principe di Roma ci si soffermerà su diversi aspetti della trama del film, non si potrà parlare propriamente di spoiler: guardando la nuova commedia firmata da Edoardo Falcone, infatti, gli spettatori non tarderanno a riconoscere degli elementi narrativi decisamente familiari. Il Principe di Roma, del resto, costituisce un libero adattamento di uno dei classici più famosi e imitati nella storia della letteratura, Canto di Natale di Charles Dickens, con un epigono di Ebenezer Scrooge alle prese con il terzetto di spettri impegnati a mostrargli visioni del passato, del presente e di un ipotetico futuro. Una vicenda ben nota, dunque, ma che il regista di Se Dio vuole ricolloca in una cornice inedita: la Roma papalina della prima metà del diciannovesimo secolo, attraversata dai primi fermenti risorgimentali ma ancora ben lontana dal tramonto del potere temporale dei Papi.

Una trama di Charles Dickens nella Roma papalina

Una scena de Il Principe di Roma

Svanito dunque ogni riferimento al Natale, Il Principe di Roma prende invece a modello titoli di culto del cinema italiano quali Nell’anno del Signore di Luigi Magni e Il Marchese del Grillo di Mario Monicelli, recuperandone in primis il contesto storico-politico. È la famosissima commedia con Alberto Sordi, in particolare, a costituire l’evidente fonte di ispirazione per Edoardo Falcone, con l’indimenticabile maschera di Sordi che viene replicata, in molti tratti, dal sor Bartolomeo Proietti di Marco Giallini, attore di fiducia del regista fin dal suo esordio dietro la macchina da presa. Sor Meo, come tende a chiamarlo la sua servitù (per quanto lui vorrebbe essere chiamato sor Principe), ripropone il gretto materialismo e l’arroganza classista del Marchese del Grillo, ma con una ‘cattiveria’ meno graffiante e più di facciata, destinata a sgretolarsi dopo il passaggio di tre spettri scaturiti dagli abissi della storia romana.

L’insolito Scrooge di Marco Giallini

Una scena de Il Principe di Roma

Inutile dire che un personaggio del genere, con le sue sfuriate in romanesco, la superiorità sprezzante nei confronti dei domestici, il cinismo da borghese arricchito con velleità da aristocratico, sia costruito in modo da calzare a pennello a Marco Giallini, perfettamente a proprio agio nei panni di questo Scrooge che si aggira fra le strade e i palazzi della capitale dello Stato Pontificio. Tuttavia, è altrettanto prevedibile – fin nei più minuti dettagli – il percorso paradigmatico della narrazione, scandita dall’incontro di sor Meo con i tre fantasmi della propria coscienza: Beatrice Cenci (Denise Tantucci), fin troppo delicata per lasciare il segno, il volitivo Giordano Bruno di Filippo Timi e, su un registro più buffonesco, Papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, con il volto di Giuseppe Battiston. Ciascuno a suo modo espressione di una morale che porterà alla ‘conversione’ di Bartolomeo e alla svolta verso l’immancabile lieto fine, non privo di un velo di malinconia.

Conclusioni

6.0 Modesto

Quasi tutto nel film appare già studiato, preconfezionato, artefatto, con il rischio di compromettere un’autentica empatia per le sorti di Bartolomeo e degli altri personaggi di questa “commedia umana” fin troppo rassicurante nel suo sviluppo. E se gli spunti d’interesse comunque non mancano (come l’excursus stregonesco o il flashforward, insolitamente drammatico, sulla fugace esperienza della Repubblica Romana del 1849), la carrellata di battute e di gag non sempre sopperisce appieno alla necessità di dare maggior consistenza al racconto, imboccando la strada di una farsa tutto sommato innocua.

  • Voto CinemaSerieTV 6.0
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Stefano Lo Verme
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Nato a Roma, classe 1985, è stato spinto dalla bulimica passione per la lettura sulla strada dell'insegnamento. Da adolescente scatta il colpo di fulmine per i film di Billy Wilder, Woody Allen e Robert Altman; da allora ama dedicarsi a cinema e dintorni (perlomeno quando non è impegnato a tormentare i propri alunni). La sua massima aspirazione: acquisire la compostezza e il savoir-faire dei personaggi di Isabelle Huppert.

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