Il film: La città proibita, 2025. Diretto da: Gabriele Mainetti. Genere: Azione, Commedia. Cast: Enrico Borello, Yaxi Liu, Sabrina Ferilli, Marco Giallini, Luca Zingaretti. Durata: 138 minuti. Dove l’abbiamo visto: Al cinema, in anteprima stampa.
Trama: Mei, una misteriosa ragazza cinese, arriva a Roma in cerca della sorella scomparsa. Il cuoco Marcello e la mamma Lorena portano avanti il ristorante di famiglia tra i debiti del padre Alfredo, che li ha abbandonati per fuggire con un’altra donna.
A chi è consigliato? La città proibita è consigliato a tutti coloro che seguono il cinema di commistione di Gabriele Mainetti sin dal suo esordio cinematografico con Lo chiamavano Jeeg Robot; inoltre, tutti coloro che amano da sempre il genere wuxia o gongfu troveranno pane per i loro denti. Senza dimenticare che La città proibita è anche (e soprattutto) un grande racconto sui sentimenti umani che farà scendere una lacrimuccia ai più sensibili.
Dopo gli straordinari (ed inattesi) successi di critica e pubblico ottenuti da Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) e Freaks Out (2021), il regista e sceneggiatore romano Gabriele Mainetti torna dietro la macchina da presa per il suo terzo lungometraggio destinato al grande schermo: La città proibita. Distribuito dalla “neonata” Piper Film ed in arrivo nelle nostre sale da giovedì 13 marzo, il film segna un passo indietro per Mainetti dal punto di vista meramente produttivo e di ambizioni legate al budget, ma pur con un costo complessivo decisamente ridotto rispetto al kolossal precedente, riesce tuttavia a portare in sala una terza pellicola dal grande respiro internazionale, coniugando elementi e stilemi del grande cinema wuxia dell’Oriente e i cliché (in senso totalmente positivo) della commedia all’italiana.
Nella nostra recensione de La città proibita vi spiegheremo meglio perché la nuova opera cinematografica di Gabriele Mainetti sia, ancora una volta, un miracolo per l’industria dell’intrattenimento nostrano, in cui l’aspetto alieno alla nostra tradizione occidentale si lega e si sposa mirabilmente con gli intrecci e le dinamiche narrative dei personaggi creati dalla fervida ed impareggiabile mente del regista più nerd e out of the box del cinema italiano contemporaneo.
Di cosa parla La città proibita?

Un ragazzo di nome Marcello (Enrico Borello), figlio di un ristoratore di Roma indebitato fino al collo (Luca Zingaretti) che si è da poco dileguato insieme all’amante, incrocia il suo cammino con quello di una giovane enigmatica (Yaxi Liu), appena giunta nella capitale alla ricerca della sorella misteriosamente scomparsa. I due, uniti dal destino, si ritroveranno catapultati nel caos del sottobosco criminale romano. Per cercare di sopravvivere, dovranno unire anche le forze combattendo fianco a fianco senza esclusione di colpi, scontrandosi con la malavita del multietnico quartiere Esquilino della città di Roma capeggiata dall’enigmatico ma violento Annibale (Marco Giallini) e lottando con un amore improvviso che nascerà tra di loro.
Queste sono le premesse de La città proibita, terza fatica cinematografica per il regista e sceneggiatore romano Gabriele Mainetti. Che, da buon nerd ed appassionato di cinema e serialità orientale, prima esordisce sul grande schermo nel 2015 con il seminale Lo chiamavano Jeeg Robot (in cui coniugava il cinema supereroistico con la passione adolescenziale per i cartoon giapponesi del tempo), poi a dieci anni esatti di distanza rende ancora una volta omaggio al grande cinema orientale fondendo i caratteri basilari del genere wuxia e di kung fu agli stilemi narrativi della località romana. Del resto, un equilibrio fusion che sin dai suoi esordi Mainetti ha sempre cercato di proporre al pubblico di spettatori con una sana dose di coraggio ed audacia, segnando sempre il bersaglio. Lo è stato per il suo fulminante esordio nel 2015, è accaduto anche con il super-ambizioso Freaks Out sei anni dopo, e La città proibita ne è mirabile conferma.
La Cina è vicina (e si trova all’Esquilino)

Non chiamatelo però Kill Bill all’italiana. Anche perché della dualogia scritta e diretta da Quentin Tarantino che giocava con il cinema e gli stilemi di tanta iconografia cinematografica orientale, ne condivide al massimo il piacere perverso di omaggiare influenze e suggestioni, precipitandole nel nostro presente occidentale. Non perché Mainetti non abbia guardato con ammirazione e diretta riverenza al lavoro iper-citazionista del cineasta statunitense, ma piuttosto scegliendo, con La città proibita, di continuare ad inseguire un percorso artistico assolutamente coerente con la sua poetica dietro la macchina da presa. Senza rinnegare il successo e le straordinarie intuizioni che avevano reso grandi esperimenti supereroistici come Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out, Gabriele Mainetti abbassa le pretese di budget e costi (il kolossal del 2021 con un super-cast guidato da Pietro Castellitto e Claudio Santamaria fu tra i più costosi mai sostenuti dal cinema italiano di sempre), ma rimane fedele a se stesso.
Un patto con i propri principi e valori cinematografici che ha permesso di portare sul grande schermo questa inedita storia di legami famigliari, di funamboliche lotte di kung fu e di celebrazione (ancora una volta) di una città, Roma, in tutte le sue colorazioni multietniche. Ambientando i destini incrociati del Marcello interpretato da Enrico Borello e della Mei di Yaxi Liu (l’attrice cinese è stata controfigura della Mulan in live-action Disney) nel quartiere dell’Esquilino, Mainetti catapulta lo spettatore all’interno di un irresisitibile piatto fusion tra tradizione e contemporaneità tutte italiane e prodromi narrativi cari al genere wuxia e gongfu.
Amatriciana in salsa di soia

Esperimento riuscito? Ancora una volta il cineasta romano coglie il segno e porta sul grande schermo un appassionante ed originalissima storia di umanità, tra citazionismi alle sue passioni nerd e alle sue influenze cinetelevisive di infanzia ed adolescenza, stavolta però senza alcun elemento sovrannaturale. Archiviati con affetto i supereroi “de Roma” dei suoi due lungometraggi precedenti, Mainetti firma un piatto gourmet insospettabilmente gustoso: un’amatriciana in salsa di soia che non disgusta né respinge per la commistione di sapori e suggestioni che unisce e decanta, ma che invece delizia le papille gustative del pubblico di cinespettatori con un racconto per grande schermo tra commedia, dramma e azione spericolata e mozzafiato.
E ad impreziosire questo piatto cinematografico di grande valore artistico e produttivo, l’autore “scomoda” interpreti d’eccezione: non solo la Lorena interpretata da Sabrina Ferilli, ma anche un Marco Giallini nei panni di inedito villain che riabbraccia Mainetti dai tempi del divertentissimo cortometraggio Basette del 2008, omaggio alla serie anime Lupin III con Valerio Mastandrea e Luisa Ranieri. Ma su tutti, a brillare sono i volti e le appassionate interpretazioni dei due protagonisti: il giovane Enrico Borello (dopo Lovely Boy, Supersex e Familia, sempre più astro nascente del nostro cinema) e la stunt-woman Yaxi Liu, al suo primo ruolo cinematografico come attrice protagonista. La loro è la fusione perfetta tra Oriente ed Occidente che lega e discioglie trame, destini ed ambizioni di un film unico nel panorama produttivo italiano attuale.
Un miracolo della cinematografia italiana

Per questi motivi il terzo lungometraggio dietro la macchina da presa di Gabriele Mainetti è, ancora una volta, miraggio irraggiungibile per una buona fetta di nuovo cinema nostrano alle prese con gli stili e gli elementi considerati “di genere”. Passione, talento e lungimiranza hanno nuovamente portato l’autore (aiutato in sala di sceneggiatura dai pesi massimi Davide Serino e Stefano Bises) a realizzare un’opera di magnitudo incontrollabile e miliare per la settima arte italiana, di ieri e di oggi. Con buona pace di tutta quella recentissima generazione di cineasti nostrani sì talentuosi e di buona volontà.
In definitiva, La città proibita di Gabriele Mainetti è la sorprendente conferma di uno dei talenti più fuori scala del nostro cinema italiano. Trasmutando il genre wuxia e gongfu dall’Oriente alla località romana, l’autore realizza una commedia d’azione semplicemente perfetta e calibrata, nei tempi, nei luoghi, nei personaggi e nei temi. Un ennesimo miracolo cinematografico per Mainetti dopo gli straordinari Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out.
La recensione in breve
La città proibita di Gabriele Mainetti è la sorprendente conferma di uno dei talenti più fuori scala del nostro cinema italiano. Trasmutando il genere wuxia e gongfu dall'Oriente alla località romana, l'autore realizza una commedia d'azione semplicemente perfetta e calibrata, nei tempi, nei luoghi, nei personaggi e nei temi. Un ennesimo miracolo cinematografico per Mainetti dopo gli straordinari Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out.
Pro
- La commistione tra commedia e action orientale
- Le sequenze di combattimento tolgono il fiato
- Tutto il cast, in particolar modo Enrico Borello e Yaxi Liu
Contro
- Alla larga chi non è avvezzo al cinema fluido di Mainetti
- Chi si aspetta una commedia rimarrà deluso
- Voto CinemaSerieTV
