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Home » Film » Recensioni film » La valle dei sorrisi, la recensione: horror psicologico tra lutto, identità e rituali oscuri

La valle dei sorrisi, la recensione: horror psicologico tra lutto, identità e rituali oscuri

La recensione de La valle dei sorrisi: un horror inquietante che riflette sul dolore, sul lutto e sulla fragilità dell’adolescenza.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana7 Settembre 2025
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Una scena de La valle dei sorrisi (fonte: Vision)
Una scena de La valle dei sorrisi (fonte: Vision)
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Il film: La valle dei sorrisi (2025)
Regia: Paolo Strippoli
Genere: Horror psicologico, Drammatico, Coming-of-age
Cast: Michele Riondino, Giulio Feltri, Romana Maggiora Vergano, Paolo Pierobon, Roberto Citran
Durata: 122 minuti
Dove l’abbiamo visto: Fuori concorso alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (versione originale in italiano, con sottotitoli in inglese)

Trama: Nel villaggio alpino di Remis, segnato da un tragico incidente ferroviario, gli abitanti sembrano vivere senza dolore grazie a Matteo, un ragazzo capace di assorbirlo con un abbraccio. L’arrivo di Sergio, ex campione di judo tormentato dal lutto, incrina l’equilibrio della comunità e mette in discussione il prezzo da pagare per una felicità senza sofferenza.

A chi è consigliato? La valle dei sorrisi è consigliato a chi ama l’horror psicologico e malinconico, capace di fondere inquietudine sovrannaturale e riflessione esistenziale. È meno adatto a chi cerca un horror puro fatto di jumpscare o azione serrata.


Conosciuto per A Classic Horror Story (co-diretto con Roberto De Feo) e per Piove, Paolo Strippoli è tra i registi italiani più interessanti della nuova generazione, capace di fondere il linguaggio dell’horror con riflessioni intime e sociali. Il suo cinema ha già mostrato una forte attenzione per il dolore, il lutto e le fragilità familiari, filtrati attraverso atmosfere inquietanti e simboliche. Con La valle dei sorrisi, presentato fuori concorso a Venezia 82, Strippoli firma il suo terzo lungometraggio, confermando la volontà di spingersi oltre i confini del genere per indagare i rapporti umani e le contraddizioni di una comunità segnata dal trauma. Ambientato nel villaggio alpino di Remis, il film mescola inquietudine sovrannaturale, tensione psicologica e malinconia, raccontando una storia in cui i sorrisi nascondono ferite profonde.

Un villaggio che nasconde il dolore sotto un sorriso

Una scena de La valle dei sorrisi (fonte: Vision)
Una scena de La valle dei sorrisi (fonte: Vision)

Remis è un piccolo paese alpino, apparentemente sospeso fuori dal tempo. La comunità vive in un’armonia forzata, sempre allegra, quasi irritante nella sua costante positività. Un dettaglio stona, però: nel 2009, un devastante incidente ferroviario causò 46 morti, lasciando dietro di sé una ferita che avrebbe dovuto segnare per sempre il luogo. Eppure, a Remis sembra che il dolore non esista più. L’arrivo di Sergio (Michele Riondino), ex campione di judo tormentato dal lutto e dall’alcol, diventa l’occasione per scoprire cosa si nasconde davvero dietro questa felicità uniforme e sospetta.

L’angelo di Remis: un dono o una condanna?

Una scena de La valle dei sorrisi (fonte: Vision)
Una scena de La valle dei sorrisi (fonte: Vision)

Il segreto del villaggio è Matteo (Giulio Feltri), un adolescente fragile e isolato che la comunità venera come un santo. Con un semplice abbraccio, Matteo ha il potere di assorbire la sofferenza altrui, lasciando chi lo stringe libero dal peso del dolore. Non è un miracolo salvifico, ma una sospensione anestetica: i ricordi restano, ma smettono di far male. A organizzare e sfruttare il dono del ragazzo è il padre Mauro (Paolo Pierobon), che lo tratta più come una risorsa che come un figlio, sostenuto dal sacerdote Don Attilio (Roberto Citran) in veri e propri rituali collettivi. L’abbraccio diventa così un atto sacro, ripetuto in modo quasi industriale, e la consolazione si trasforma in dipendenza.

Dolore, padri e figli

Una scena de La valle dei sorrisi (fonte: Vision)
Una scena de La valle dei sorrisi (fonte: Vision)

Paolo Strippoli intreccia i destini di Sergio e Matteo in una doppia parabola di crescita. Da una parte, l’adulto che deve riconciliarsi con la propria identità ferita e con il senso di colpa che lo consuma. Dall’altra, il giovane che ha portato sulle spalle il dolore di un intero paese e ora rivendica il diritto di essere visto non come simbolo, ma come individuo. La valle dei sorrisi diventa così un film sul rapporto padre-figlio, reale o simbolico, e sul bisogno di affrontare la sofferenza invece di nasconderla.

L’elemento queer e la solitudine

Una scena de La valle dei sorrisi (fonte: Vision)
Una scena de La valle dei sorrisi (fonte: Vision)

Uno degli aspetti più affascinanti riguarda la dimensione queer di Matteo: il suo innamoramento non corrisposto per un compagno di scuola violento aggiunge spessore e vulnerabilità al personaggio, rendendo ancora più evidente la sua condizione di isolamento. Le canzoni di Mia Martini che canta da solo diventano il suo unico rifugio emotivo, un modo per esprimere ciò che non può dire a voce alta.

Tuttavia, questo spunto narrativo rimane irrisolto. Il coming-of-age queer non viene sviluppato con la profondità che avrebbe meritato e, pur restando un segno di originalità, finisce per apparire quasi estraneo al cuore del film. Alla fine, nell’economia complessiva della storia, risulta un tema abbozzato, che lascia più la sensazione di un’occasione mancata che di un vero motore narrativo.

Un horror che gioca con i generi

Una scena de La valle dei sorrisi (fonte: Vision)
Una scena de La valle dei sorrisi (fonte: Vision)

Pur partendo da una premessa soprannaturale, Strippoli non costruisce un horror tradizionale. Le atmosfere di Remis richiamano suggestioni da Carrie, The Omen e persino da The Wicker Man, con una tensione costante tra apparente normalità e oscurità latente. La fotografia di Cristiano Di Nicola alterna interni claustrofobici a paesaggi alpini avvolti da un’inquietudine glaciale, mentre la regia inserisce momenti di improvviso terrore che spezzano la calma del villaggio. L’orrore, però, non è mai il vero centro: diventa piuttosto un linguaggio per esplorare il dolore, il lutto e la fragilità umana.

Tra riflessione e eccesso

Una scena de La valle dei sorrisi (fonte: Vision)
Una scena de La valle dei sorrisi (fonte: Vision)

Uno dei meriti di La valle dei sorrisi è la capacità di parlare di temi universali attraverso un immaginario perturbante: la necessità di accettare la sofferenza come parte integrante dell’esistenza, il rischio di soffocare l’individualità in nome di un presunto bene comune, l’illusione di poter cancellare ciò che ci fa male. Allo stesso tempo, però, l’opera paga la sua ambizione. La struttura narrativa accumula finali e climax, rischiando di trasformare il pathos in ridondanza. Alcuni personaggi secondari, come Michela (Romana Maggiora Vergano), vengono lasciati ai margini, perdendo la possibilità di arricchire ulteriormente la trama.

Il segnale di un nuovo cinema di genere italiano

Una scena de La valle dei sorrisi (fonte: Vision)
Una scena de La valle dei sorrisi (fonte: Vision)

Al di là dei suoi squilibri, La valle dei sorrisi rappresenta un passo significativo per il cinema italiano. Strippoli utilizza il linguaggio dell’horror non per inseguire facili spaventi, ma per raccontare temi profondi come il dolore, il lutto e la solitudine adolescenziale. È interessante notare come il cinema di genere stia tornando a conquistare spazio e dignità in Italia, dopo anni in cui era relegato a nicchia o imitazione di modelli stranieri.

Il film mostra che è possibile intrecciare suggestioni sovrannaturali e riflessioni universali, restituendo al pubblico un’opera inquieta, malinconica e coraggiosa. La valle dei sorrisi conferma che il genere può diventare veicolo di riflessione sociale e intima, e che in Italia esiste una nuova generazione di registi disposta a esplorare strade meno battute.

La recensione in breve

6.5 Interessante

La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli è un horror psicologico e malinconico che usa il soprannaturale per raccontare il dolore e la crescita. Tra atmosfere inquietanti, un “angelo” adolescente sfruttato da un’intera comunità e il rapporto fragile con un uomo segnato dal lutto, il film riflette sull’impossibilità di cancellare la sofferenza senza distruggere se stessi. Ambizioso e imperfetto, resta un’opera coraggiosa e profondamente umana.

Pro
  1. Ambientazione alpina suggestiva e perturbante.
  2. Un’idea originale che fonde horror, dramma e riflessione psicologica.
  3. Interpretazioni solide, con un esordio sorprendente di Giulio Feltri.
  4. Il tema universale del dolore affrontato con coraggio e ambivalenza.
Contro
  1. Coming-of-age queer poco approfondito e in parte fuori fuoco.
  2. Finale eccessivamente ridondante, con troppi climax sovrapposti.
  3. Protagonista maschile cupo e non sempre empatico.
  4. Personaggi secondari (come Michela) sottoutilizzati.
  5. Narrazione che rischia di disperdersi in troppi filoni.
  • Voto CinemaSerieTV 6.5
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