Arthur Harari, sceneggiatore dell’amatissimo Anatomia di una Caduta e ora in Concorso a Cannes 2026, prende un’idea da cinema di genere puro – il body swap – e decide deliberatamente di svuotarla di qualsiasi dimensione ludica, ironica o emotiva. La sua ambizione è chiarissima: trasformare una premessa da thriller fantascientifico in una riflessione esistenziale su identità, alienazione, genere e perdita del sé.
Il problema è che L’Inconnue (The Unknown) sembra così terrorizzato dall’idea di risultare “semplice” o “pop” da finire intrappolato in un tono costantemente austero e soffocante.
David, fotografo solitario e depresso, incontra una donna misteriosa durante una festa e dopo un rapporto sessuale si ritrova nel suo corpo. Da lì il film apre una serie infinita di possibilità teoriche: identità di genere, dissociazione, trasformazione del corpo, memoria, sessualità, alienazione urbana.
Ma Harari preferisce suggerire continuamente piuttosto che sviluppare davvero qualcosa.
Un film che resta sempre troppo distante

Il limite principale del film è proprio questo: L’Inconnue non entra mai davvero nelle conseguenze emotive della propria premessa. David si ritrova improvvisamente nel corpo di una donna, ma la sua reazione è sorprendentemente piatta. Il film evita quasi sistematicamente qualsiasi confronto concreto con il cambiamento fisico, sociale e psicologico che una situazione simile comporterebbe.
Harari sembra voler trattare tutto come una grande metafora astratta, ma così facendo priva il racconto di tensione, curiosità e coinvolgimento umano.
Persino le implicazioni più evidenti – il rapporto col corpo, lo sguardo degli altri, il desiderio, la disforia, la perdita della propria identità – vengono sfiorate senza mai diventare davvero centrali.
Léa Seydoux regge quasi tutto da sola
Come spesso accade, Léa Seydoux riesce comunque a dare spessore a un materiale che rischia continuamente di implodere nella propria freddezza.
La sua interpretazione è fisica, inquieta, trattenuta. Riesce a suggerire lo smarrimento di David intrappolato nel corpo di Eva attraverso piccoli movimenti, posture e micro-espressioni. È probabilmente l’elemento che impedisce al film di diventare completamente sterile.
Anche Niels Schneider funziona bene nella prima parte
, soprattutto nel rendere la malinconia cronica di un uomo già alienato prima ancora dello scambio. Ma le performance non bastano a compensare una scrittura che sembra continuamente sabotare il potenziale drammatico della storia.
Ambizioso ma tremendamente opaco
Il film accumula misteri, personaggi, identità e sottotrame senza mai trovare una vera direzione. Harari vuole chiaramente mantenere tutto ambiguo, ma dopo un po’ questa ambiguità smette di essere affascinante e diventa semplicemente frustrante.
L’Inconnue introduce forum online, altri casi di scambio di corpi, sparizioni, identità multiple e possibili spiegazioni sovrannaturali, ma non sviluppa mai davvero nessuno di questi elementi.
Più che misterioso, il film finisce per apparire volutamente evasivo.
Anche il ritmo contribuisce al problema: a oltre due ore di durata, The Unknown si trascina spesso in scene lunghissime, silenzi, passeggiate e dialoghi rarefatti che aumentano la sensazione di distanza emotiva.
Le idee ci sono, ma restano solo idee
Il film ha senza dubbio immagini forti e suggestioni interessanti. L’idea di guardare la propria vita da estranei, di non essere più riconoscibili per chi ci ama, è potente. E infatti le scene migliori sono proprio quelle finali, quando il film smette per un attimo di inseguire il simbolismo e si concentra finalmente sul dolore umano.
La scena tra David/Eva e la madre è probabilmente l’unico momento davvero toccante del film, perché per la prima volta L’Inconnue lascia emergere qualcosa di semplice e universale: la paura di sparire agli occhi delle persone che amiamo. Peccato che il resto del film sembri quasi vergognarsi di questa dimensione emotiva.
Un esercizio di stile più che un vero film
L’Inconnue è uno di quei film che sembrano continuamente voler essere interpretati più che vissuti. Arthur Harari costruisce un’opera elegante, piena di riferimenti e intenzioni teoriche, ma incapace di trovare un vero equilibrio tra concetto e racconto.
L’atmosfera ipnotica e alienante funziona a tratti, così come alcune intuizioni legate all’identità e alla trasformazione. Ma il film resta troppo freddo, troppo compiaciuto nella sua opacità e troppo poco interessato ai suoi personaggi per lasciare davvero il segno.
Alla fine resta soprattutto la sensazione di un’occasione mancata: un body swap potentissimo sulla carta, trasformato in un esercizio autoriale sofisticato ma emotivamente quasi vuoto.
La recensione in breve
L'Inconnue parte da una premessa intrigante - uno scambio di corpi dopo un rapporto sessuale - ma Arthur Harari sceglie di trattarla nel modo più freddo, astratto e distante possibile. Il risultato è un film pieno di simbolismi e suggestioni, ma incapace di dare davvero profondità emotiva o tensione narrativa alla propria idea centrale.
Pro
- Léa Seydoux ancora una volta magnetica
- Atmosfera inquietante e alienante
- Alcune idee visive interessanti
- Due scene finali davvero riuscite
- Ambizione autoriale evidente
Contro
- Eccessivamente freddo e cerebrale
- Sfrutta poco la premessa del body swap
- Ritmo lento e dispersivo
- Troppe ambiguità senza reale payoff
- Manca completamente di coinvolgimento emotivo
- Voto CinemaSerieTV
