Correva l’anno 2019, e al Sundance Film Festival veniva presentato Leaving Neverland, documentario sulle accuse di molestie sessuali nei confronti di Michael Jackson che ebbe un impatto mediatico di non poco conto (tra le reazioni ci fu la rimozione, dai palinsesti televisivi e dalle piattaforme streaming, dell’episodio de I Simpson dove il cantante aveva fatto un’ospitata, tra l’altro con uno pseudonimo). Nello stesso periodo il produttore Graham King, reduce dal successo di Bohemian Rhapsody, iniziava a lavorare a un lungometraggio di finzione sul Re del pop, sperando di replicare la popolarità del film su Freddie Mercury e i Queen. Sette anni dopo, quel progetto è finalmente arrivato nelle sale, e ne parliamo in questa recensione di Michael, che abbiamo visto in anteprima stampa, in lingua originale.
Tutto in famiglia

La cornice cronologica del film va dalla fine degli anni Sessanta al 1988, coprendo i primi tre decenni della vita di Michael Jackson. Lo vediamo da bambino, membro di punta dei Jackson 5 insieme ai suoi quattro fratelli maggiori, un primo successo che però è velato di tristezza a causa del controllo eccessivo che il padre e manager Joseph esercita sulle vite dei cinque ragazzi, e di Michael in particolare. Nel corso degli anni, il giovane diventa sempre più popolare, al punto da voler intraprendere una carriera da solista. Joseph accetta, ma a una condizione: Michael può fare quello che vuole nel tempo libero, a patto che gli orari “di lavoro” siano dedicati interamente ai Jackson 5. Non potendo (o volendo) ribellarsi al genitore, la futura icona del pop comincia a ridefinire la propria immagine e macinare successi che forse, un giorno, gli permetteranno di emanciparsi…
Quella certa somiglianza

Al netto di alcuni membri della famiglia che non hanno voluto partecipare e quindi non appaiono nel film (tra cui Janet Jackson), i parenti del cantante sono stati attivamente coinvolti nel progetto, con l’apice rappresentato dalla scelta di affidare il ruolo di Michael a suo nipote, Jaafar Jackson (figlio di Jermaine), che alterna la parte con Juliano Krue Valdi (quest’ultimo nelle scene in cui Michael ha dieci anni). Una duplice performance impressionante, soprattutto quando Jaafar deve replicare non solo la personalità ma anche le movenze dello zio, un lavoro notevole ma anche un po’ ingrato perché il montaggio a volte taglia a pezzi le coreografie (e questo nonostante una sequenza – quella in cui girano il video di Thriller – dove Jackson insiste che gli si debbano vedere i piedi). Come sempre in questi casi, l’interpretazione è parziale perché, essendo le tonalità di Michael difficili da imitare, quello che sentiamo sullo schermo quando canta è l’audio dell’epoca, come accaduto per Mercury e Whitney Houston.

L’altro elemento forte sul piano recitativo è Colman Domingo nei panni di Joseph, a cui l’attore riesce a dare una profondità che va oltre lo stereotipo del padre padrone, una cosa non da poco se si considera la storia produttiva del film: la parte finale è stata frutto di riprese supplementari inizialmente non previste dopo che gli aventi diritto hanno scoperto che i loro piani originali andavano modificati, poiché una clausola del patteggiamento con la famiglia di Jordan Chandler – che nel 1993 accusò Jackson di molestie – vieta l’uso commerciale di quella vicenda. Pertanto, l’arco emotivo e la catarsi presenti in Michael sono quasi frutto del caso, e al regista Antoine Fuqua e i suoi collaboratori va riconosciuto il merito di averne ricavato un prodotto piuttosto coerente sul piano tematico.
Tutti i successi

Fatte queste considerazioni, cosa rimane in Michael? È ben girato, ben recitato, e la musica farà felici gli appassionati. Ma, come molti progetti biografici che affrontano archi temporali piuttosto lunghi, il tutto è abbastanza superficiale, senza troppo spazio per l’introspezione (laddove A Complete Unknown, per esempio, racconta solo cinque anni della vita di Bob Dylan e approfondisce le diverse sfumature del cantante e della sua persona). È soprattutto una sequela di canzoni conosciute, intervallate da momenti di dialogo, con una confezione pregevole ma senza il tempo per fermarsi e prendere un respiro (al punto che, nonostante l’impostazione agiografica, viene omesso il fenomeno che fu We Are The World). La celebrazione sostituisce l’emozione, per uno spettacolo un po’ vacuo che regala due ore di impeccabile ricostruzione, divertendo il giusto senza veramente andare oltre il minimo indispensabile. In attesa, forse, di un secondo film (già pianificato e in parte realizzabile con il materiale tagliato da questo). Perché come si può vedere anche nella performance di suo nipote, Michael Jackson era incontenibile.
Cosa ne pensiamo in sintesi
La biografia autorizzata di Michael Jackson sullo schermo è visivamente e musicalmente curata, ma raramente va oltre il livello più superficiale.
Pro
- Jaafar Jackson riesce ad andare oltre la semplice imitazione di suo zio
- Colman Domingo è una presenza molto intensa
- La ricostruzione storica e iconografica è ineccepibile
Contro
- Il montaggio smorza a volte l'energia dei numeri musicali
- L'impostazione agiografica non lascia molto spazio per l'introspezione
- Voto CinemaSerieTV
