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Home » Film » Recensioni film » Minotaur, la recensione: Zvyagintsev firma un noir glaciale sulla Russia che manda i suoi uomini al massacro

Minotaur, la recensione: Zvyagintsev firma un noir glaciale sulla Russia che manda i suoi uomini al massacro

Minotaur di Andrey Zvyagintsev è un noir politico durissimo sulla Russia in guerra, tra corruzione, tradimento e violenza di Stato.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana20 Maggio 2026
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Una scena di Minotaur
Una scena di Minotaur
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Minotaur, presentato in concorso a Cannes 2026, parte come un dramma privato, quasi borghese: un uomo ricco sospetta che la moglie lo tradisca. Ma, come spesso accade nel cinema di Andrey Zvyagintsev, il nucleo familiare diventa presto il luogo in cui si riflettono le fratture più profonde di un intero paese.

Gleb è un imprenditore di provincia, potente abbastanza da sentirsi intoccabile ma non abbastanza da sfuggire davvero alla macchina dello Stato. Vive con la moglie Galina e il figlio in una casa moderna, fredda, elegante, circondata da un benessere che sembra già marcio dall’interno.

Intorno a loro c’è una Russia sospesa, svuotata, attraversata dai segni della guerra: i carri armati sui treni, i manifesti di propaganda militare, il richiamo costante di un conflitto che tutti sembrano subire più che sostenere davvero.

Il mito del Minotauro e i giovani mandati nel labirinto

Una scena di Minotaur
Una scena di Minotaur

Il titolo è una delle chiavi di lettura più potenti del film. Minotaur richiama il mito del Minotauro e dei giovani mandati nel labirinto come sacrificio. Qui il labirinto non è Creta, ma la guerra.

I giovani sacrificati sono i civili russi, gli uomini comuni scelti dalle aziende e mandati al fronte in un conflitto in cui non sembrano credere particolarmente. Zvyagintsev costruisce un parallelismo feroce: lo Stato chiede corpi da offrire alla guerra, e i potenti locali trovano il modo più cinico per obbedire senza perdere nulla.

Gleb deve fornire quattordici uomini da mandare al fronte. Invece di sacrificare i suoi dipendenti più utili, escogita una soluzione mostruosa: assumere nuovi lavoratori con promesse di salario più alto, sapendo già che verranno spediti in guerra prima ancora di poter essere pagati.

È una delle idee più nere e devastanti del film: la vita umana ridotta a pratica amministrativa, a foglio Excel, a merce sacrificabile.

Una regia fredda, analitica e perfetta

Una scena di Minotaur
Una scena di Minotaur

La regia di Zvyagintsev è straordinaria. Fredda, analitica, pulita, quasi chirurgica. Ogni inquadratura sembra costruita per osservare i personaggi come corpi già compromessi, come prove dentro una scena del crimine.

Gli interni modernisti, le strade vuote, gli uffici grigi, i quartieri popolari e i paesaggi spogli compongono una Russia priva di calore, dove tutto sembra congelato in una colpa collettiva.

È una regia che non cerca mai l’enfasi emotiva, ma proprio per questo diventa ancora più potente. Zvyagintsev osserva il male senza alzare la voce, lasciando che siano gli spazi, i silenzi e i gesti a raccontare la decomposizione morale del mondo che mette in scena.

Tradimento privato e violenza di Stato

La storia dell’infedeltà di Galina potrebbe sembrare, in un altro film, un classico motore da thriller domestico. Qui invece diventa parte di un discorso molto più ampio. Gleb non vive il tradimento solo come ferita privata, ma come minaccia al proprio potere. La sua reazione non è quella di un uomo innamorato o disperato, ma quella di qualcuno abituato a controllare, cancellare, occultare.

Il film lega così la violenza domestica alla violenza politica. Il modo in cui Gleb gestisce la crisi matrimoniale rispecchia il modo in cui il potere russo gestisce la guerra: negando, coprendo, sacrificando altri corpi, trasformando ogni colpa in qualcosa da amministrare.

Minotaur è durissimo proprio perché mostra come la logica del regime penetri nella vita privata. La casa, l’azienda, il municipio, il fronte: tutto appartiene allo stesso sistema morale.

Due protagonisti bravissimi, lei in particolare

Dmitriy Mazurov è eccellente nel costruire Gleb come un uomo apparentemente ordinato, razionale, persino rispettabile, ma attraversato da una brutalità sempre più evidente. Il suo personaggio non esplode mai davvero in modo plateale: è molto più inquietante perché resta controllato, lucido, pratico.

Ma è Iris Lebedeva a lasciare il segno più forte. La sua Galina è una donna consumata da una tristezza profondissima, quasi catatonica, ma capace di cambiare la temperatura emotiva di ogni scena con uno sguardo o un gesto minimo.

Galina sembra vivere in una prigione di lusso, definita sempre in rapporto agli uomini: moglie, madre, amante, proprietà ferita. Quando il film lascia emergere il suo dolore, Minotaur diventa anche un racconto sulla cancellazione dell’identità femminile dentro un mondo costruito dal potere maschile.

Un film politico senza proclami

La forza di Minotaur sta nel fatto che non ha bisogno di discorsi espliciti per essere un film politico ferocissimo. La guerra in Ucraina è ovunque, anche quando resta sullo sfondo. È nei poster, nelle riunioni, nei silenzi, nelle assenze, nei corpi destinati al fronte.

Zvyagintsev racconta un paese che non sembra più capace di credere a nulla, ma che continua comunque a obbedire. La paura ha sostituito la convinzione, il cinismo ha sostituito la morale, la sopravvivenza ha sostituito qualsiasi idea di giustizia.

Il risultato è un noir tesissimo e spietato, dove ogni gesto privato ha una risonanza politica e ogni colpa individuale sembra riflettere una colpa collettiva.

Un ritorno potentissimo

Minotaur è un film cupo, severo, a tratti respingente, ma anche magnifico. Zvyagintsev torna con un’opera di enorme controllo formale e morale, capace di usare il thriller, il melodramma e il mito per raccontare la Russia contemporanea con una lucidità devastante.

Non è un film facile né consolatorio. È un’opera glaciale, nerissima, attraversata da una rabbia trattenuta ma profondissima. Un film in cui la guerra non è solo il contesto, ma la forma stessa del mondo: un labirinto in cui gli uomini vengono mandati a morire e da cui nessuno sembra davvero poter uscire innocente.

La recensione in breve

8.5 Spietato

Minotaur segna il grande ritorno di Andrey Zvyagintsev con un noir politico durissimo, ambientato in una Russia paralizzata dalla guerra in Ucraina, dalla paura e dalla corruzione morale. Il film usa una storia di tradimento, omicidio e copertura per raccontare un paese che ha trasformato la violenza in sistema. Straordinaria la regia, così come le interpretazioni dei due protagonisti, con Iris Lebedeva particolarmente impressionante.

Pro
  1. Regia straordinaria, fredda e chirurgica
  2. Forte lettura politica della Russia contemporanea
  3. Dmitriy Mazurov e Iris Lebedeva bravissimi
  4. Atmosfera noir tesissima
  5. Uso potentissimo del mito del Minotauro
Contro
  1. Tono molto cupo e respingente
  2. Ritmo rigoroso, non sempre immediato
  3. Richiede attenzione al contesto politico
  • Voto CinemaSerieTV 8.5
  • Voto utenti (0 voti) 0
Carlotta Deiana
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Nata a Bologna nel 1987, è la coordinatrice editoriale e responsabile social di Cinemaserietv.it, che fa parte del network Digital Dreams Srl che Carlotta ha co-fondato. Dopo essersi laureata nel 2013 in Archeologia e Culture del Mondo Antico presso l'Università degli Studi di Bologna e lavorato in quell'ambito all'estero per qualche anno, torna in Italia per perseguire la sue seconda passione, quella per il cinema e le serie TV, che ha coltivato sin da piccola anche grazie ai genitori amanti del genere horror. Nel 2019 ha frequentato un Master di Comunicazione all'Università degli Studi Roma Tre, finalizzato ad approfondire le sue coscienze sul mondo dei social media e della comunicazione digitale. Negli ultimi cinque anni ha collaborato attivamente con Movieplayer.it come editor e redattrice, per poi co-fondare dei progetti editoriali tutti suoi sotto il network di Digital Dreams Srl.

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