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Home » Film » Recensioni film » Mufasa: Il Re Leone, la recensione: se i leoni potessero parlare

Mufasa: Il Re Leone, la recensione: se i leoni potessero parlare

La nostra recensione di Mufasa: Il Re Leone, prequel Disney diretto da Barry Jenkins nelle nostre sale da giovedì 19 dicembre.
Simone FabrizianiDi Simone Fabriziani19 Dicembre 2024
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Mufasa
Un'immagine dal film - fonte: Walt Disney Pictures
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Il film: Mufasa: Il Re Leone, 2024. Diretto da: Barry Jenkins. Genere: Animazione. Cast: Luca Marinelli, Elodie, Margo Mengoni, Elisa, Alberto Boubakar Malanchino. Durata: 118 minuti. Dove l’abbiamo visto: In anteprima stampa, in versione doppiata in italiano.

Trama: La storia di Mufasa, il padre di Simba, e di come abbia dovuto lottare contro i legami di sangue e le insidie di una savana inospitale, per trovare il proprio posto nel Cerchio della Vita.

A chi è consigliato? Il prequel diretto da Barry Jenkins è un must assoluto per tutti coloro che cinque anni prima avevano visto al cinema ed apprezzato il remake fotorealistico de Il Re Leone di Jon Favreau. Ma non soltanto a loro è indirizzato Mufasa, che espande narrativamente luoghi, eventi e personaggi del capolavoro del 1994 e che crea così una sensazione di nostalgia e tepore verso un film che cambiò per sempre il modo di fare animazione sul grande schermo.


Sono passati esattamente trent’anni dal debutto nelle sale cinematografiche di tutto il mondo de Il Re Leone, capolavoro animato realizzato nella Casa di Topolino e fiore all’occhiello di quel florido decennio di successi artistici e al botteghino che venne poi ribattezzato Rinascimento Disney. Diretto da Roger Allers e Rob Minkoff, ebbe un successo straordinario in tutto il mondo, attestandosi ancora oggi, a decenni di distanza, come uno dei classici animati più amati di tutti i tempi. Nel 2019 Jon Favreau ne realizzò un remake fedelissimo attraverso l’utilizzo di un’animazione in CGI iperrealistica che ebbe ottimi risultati al box-office ma che non conquistò di certo il pubblico di spettatori nuovi e nostalgici.

Nella nostra recensione di Mufasa: Il Re Leone vi spiegheremo perché il prequel diretto dal premio Oscar Barry Jenkins non riesce del tutto ad omaggiare e a rendere giustizia ad un universo narrativo fatto di personaggi a quattro zampe che già in passato aveva avuto sequel e spinoff destinati al piccolo schermo, ma paradossalmente con risultati più solidi, compatti e drammaturgicamente efficaci. Nelle nostre sale con Walt Disney Pictures Italia a a partire da giovedì 19 dicembre.

Di cosa parla Mufasa: Il Re Leone?

Mufasa
Una scena dal prequel – fonte: Walt Disney Pictures

Una volta diventato re delle Terre del Branco, Simba è determinato a far sì che Kiara, la figlia avuta con Nala e futura regina, segua i suoi passi. Per questo motivo, il saggio Rafiki racconta alla cucciola la storia delle origini del nonno Mufasa e del malvagio Taka, in futuro conosciuto come Scar. In passato, quando quest’ultimo era un giovane principe, lui e Mufasa erano amici inseparabili. Cresciuti insieme e diventati adolescenti, i due si uniranno alla lotta della leonessa Sarabi contro un branco di leoni bianchi, “gli emarginati”, comandati dal terribile Kiros. Saranno questi gli eventi che porteranno alla nascita e alla trasformazione di alcuni dei personaggi che nel capolavoro d’animazione del 1994 sono divenuti iconici ed entrati di diritto nell’immaginario collettivo di più generazioni.

Queste sono le istanze narrative dalle quali si dipana Mufasa: Il Re Leone, prequel ideale del remake del 2019 diretto da Jon Favreau e che si appresta a debuttare nelle sale cinematografiche nostrane a partire da giovedì 19 dicembre, poco prima delle ricche festività natalizie. Cinque anni fa, la nuova versione fotorealistica del classico animato Disney fece sfracelli al box-office mondiale imponendosi come uno dei più alti incassi di sempre per la major hollywoodiana; è molto probabile che anche per Mufasa la storia sarà la stessa. La domanda che tuttavia sta a cuore agli spettatori che si accingeranno a vedere il film di Barry Jenkins nelle sale è sempre la stessa: vale la pena raccontare vicissitudini precedenti a Il Re Leone? E questo nuovo capitolo, è migliore del precedente del 2019? La risposta sta nel mezzo.

Di regnanti e legami di sangue

Mufasa
Un momento dal film- fonte: Walt Disney Pictures

Parliamoci chiaro: nonostante gli incassi stratosferici ottenuti nel corso del 2019, il remake in CGI realizzato da Jon Favreau non incontrò un unanime favore da parte dei suoi (tantissimi) spettatori, tra nuovi e piccolissimi adepti alle storie entusiasmanti e commoventi di Simba e dei suoi amici, e la vecchia generazione di nostalgici che, nati tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90, avevano vissuto con i propri occhi l’arrivo al cinema di un rivoluzionario colosso dell’animazione che segnò un’epoca spartiacque. Perché la nuova versione di Favreau, pur rispettando quasi filologicamente eventi, personaggi, canzoni e passaggi narrativi dell’intoccabile cult del 1994, si era permessa di portare sul grande schermo un remake esasperatamente iperrealistico nella sua pur portentosa CGI utilizzata.

Laddove adesso panorami e movimenti dei felini protagonisti riproducevano fedelmente conformazioni fisiologiche e geografiche della storia originale, Il Re Leone di Favreau non ebbe però lo stesso successo del suo precedente remake de Il Libro della Giungla, che pure aveva messo in campo le stesse tecniche di realizzazione. Da un’idea originale di Jonathan Roberts e Linda Woolverton e una sceneggiatura di Jeff Nathanson, Mufasa: Il Re Leone vorrebbe narrare la nascita e le origini del papà di Simba attraverso simbologie ed elementi narrativi shakespeariani (la lotta per la successione, il potere, i legami di sangue, il diritto al trono, amori e fratellanze), senza però saperne rispettare densità e carica emotiva, sacrificando temi e contenuti a favore di uno spettacolo iper-tecnologico che non lascia spazio all’empatia.

Un prequel che ci ha lasciato freddi

Mufasa
Una scena dal trailer di Mufasa – fonte: Walt Disney Pictures

Che tutto sommato era il problema maggiore del capitolo precedente del 2019, che riproponeva sì fedelmente le vicissitudini del classico d’animazione diretto da Roger Allers e Rob Minkoff, ma che ne snaturava essenzialmente carica rivoluzionaria, efficacia narrativa e specialmente visuale. Perché un conto è lasciarsi andare alla più sfrenata fantasia immaginando leoni ed altri animali della savana parlare e cantare nella suggestiva fluidità dell’animazione tradizionale, un altro è pretendere che la CGI contemporanea (sia nel film del 2019 che in quello attualmente in sala) possa restiture la medesima sospensione dell’incredulità in grandi e piccini. Soprattutto quando l’obiettivo principe di queste nuove ed iperrealistiche versioni della storia originale è quello di immergere lo spettatore contemporaneo all’interno di uno spettacolo selvaggio e naturalistico che ha più a che vedere con il fotorealismo a tutti i costi che al fine ultimo del cinema d’animazione: quello di cullare e stimolare la fantasia di ognuno di noi.

Per questo motivo Mufasa: Il Re Leone, oltre a mettere in scena una storia d’origini non soltanto per il protagonista titolare ma anche per il perfido ed iconico Scar, non mantiene le promesse date. E pare del tutto sprecata anche la scelta di Casa Disney di mettere al timone della regia il premio Oscar Barry Jenkins, che delle lezioni imparate dal pluripremiato Moonlight e dall’apprezzato indie sentimentale Se la strada potesse parlare, non si porta a casa nulla se non una storia di predestinazione, fratellanza ed emarginazione che non respira però dei suoi altisonanti temi e contenuti, impegnata com’è a lasciare a bocca aperta lo spettatore con i suoi prodigi tecnologici.

Valeva la pena raccontare questa storia?

Mufasa
Timon e Pumba nel prequel – fonte: Walt Disney Pictures

Ed anche il tappeto musicale originale, qui curato da Pharrell Williams, Mark Mancina, Nicholas Britell e con canzoni originali composte da Lin-Manuel Miranda, pare non reggere minimanente il confronto con le partiture leggendarie di Elton John e Tim Rice per il capostipite del 1994. Alla luce di tali criticità, la domanda iniziale pare ancora lecita chiedersela: valeva dunque la pena raccontare per il grande schermo questa storia di origini? La risposta è no, soprattutto quando il confronto in compattezza ed efficacia con i sequel direct-to-video del capolavoro degli anni ’90 (Il Re Leone II – Il regno di Simba del 1998, e Il Re Leone III – Hakuna Matata del 2004) è impietoso per i remake di Favreau e Jenkins.

In conclusione, Mufasa: Il Re Leone ci è sembrato un prequel che è rimasto imbrigliato all’interno di un progetto cinematografico ad alto budget capace però di regalare ben poche emozioni, che segue pedissequamente gli ordini di casa Disney e porta sul grande schermo un nuovo capitolo de Il Re Leone senza anima e privo di vere ambizioni. Ma sperare in un miracolo qualitativo alla luce dei mediocri risultati del precedente di cinque anni prima, forse era chiedere veramente troppo.

La recensione in breve

5.0 Iperrealistico

Mufasa: Il Re Leone è il prequel del remake di Jon Favreau del 2019, stavolta però diretto dal premio Oscar Barry Jenkins, Che però, imbrigliato in un progetto cinematografico ad alto budget e poche emozioni, segue pedissequamente gli ordini di casa Disney e porta sul grande schermo un nuovo capitolo de Il Re Leone senza anima e privo di vere ambizioni.

Pro
  1. L'animazione in CGI regala panorami africani mozzafiato
  2. Il lavoro di doppiaggio di Luca Marinelli e Elodie è meno peggio di quanto ci si poteva aspettare
  3. Ritrovare vecchi e nuovi volti de Il Re Leone è un po' come tornare a casa
Contro
  1. Il fotorealismo esasperato della CGI genera tuttavia freddezza e distacco
  2. Le canzoni originali scritte da Lin-Manuel Miranda sono del tutto dimenticabili
  3. La sceneggiatura è debole e fa rimpiangere il capolavoro del 1994
  • Voto CinemaSerieTV 5.0
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