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Home » Film » Recensioni film » Mustang, la recensione: un viaggio nel passato tra perdita, impegno ed emozione

Mustang, la recensione: un viaggio nel passato tra perdita, impegno ed emozione

La recensione di Mustang, il documentario di Kasia Smutniak che intreccia memoria personale e impegno sociale, sincero ma non sempre equilibrato.
Martina SulasBy Martina Sulas20 Ottobre 2026Updated:20 Ottobre 2026
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Una scena dal dilm-documentario. Fonte Fandango Distribuzione
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Ci sono viaggi che finiscono molto tempo dopo il ritorno a casa. Altri, invece, continuano a vivere nei ricordi, nelle immagini conservate e nelle promesse che, per ragioni imprevedibili, non possono essere mantenute come si era immaginato. Mustang, secondo documentario diretto da Kasia Smutniak dopo Mur, nasce proprio da questa consapevolezza: un’esperienza personale che, con il passare degli anni, assume un significato diverso e finisce per intrecciarsi con la vita di una comunità.

Nel 2003, Smutniak e Pietro Taricone raggiungono il Mustang, regione remota dell’Himalaya nepalese. Con loro hanno una piccola videocamera, destinata a diventare uno degli elementi centrali del film. Dopo la morte di Taricone, nel 2010, quel viaggio rimane legato a un passato impossibile da recuperare, ma non per questo destinato a scomparire. A distanza di oltre vent’anni, la regista torna in quei luoghi, ripercorrendo un’esperienza che ha segnato profondamente la sua vita e che, nel frattempo, si è trasformata in un impegno concreto.

Il documentario parte quindi come una sorta di memoir: sono le immagini d’archivio, i ricordi e la storia personale della regista a fornire le coordinate emotive necessarie per comprendere quello che vedremo in seguito. Non si tratta soltanto di ricordare un amore perduto, ma di mostrare come un’esperienza del passato possa continuare ad agire nel presente, fino a trovare una nuova forma attraverso le generazioni successive.

Dal ricordo al presente: una struttura che segue il tempo

Sophie Taricone in Mustang. Fonte Fandango Distribuzione

La struttura di Mustang si sviluppa attraverso un continuo dialogo tra passato e presente. Ai filmati girati durante il primo viaggio si alternano le immagini dei ritorni successivi, i cambiamenti del territorio e il percorso che ha portato alla realizzazione della Ghami Solar School. Un racconto che non procede semplicemente in ordine cronologico, ma cerca di mettere in relazione momenti diversi di una stessa esistenza.

In questo passaggio, la videocamera assume un valore particolare: da oggetto della memoria privata diventa uno strumento attraverso cui anche la figlia Sophie può avvicinarsi a una storia che la precede. È proprio questa trasmissione dello sguardo a rappresentare uno degli elementi più interessanti del documentario, capace di trasformare il ricordo di una coppia in una riflessione più ampia sul tempo, sulla perdita e su ciò che rimane delle persone quando non ci sono più.

Il problema è che, nel tentativo di tenere insieme tanti livelli, Smutniak finisce talvolta per rendere il racconto meno compatto. La dimensione autobiografica, il viaggio, la trasformazione culturale del Mustang e il progetto della scuola sono elementi potenzialmente complementari, ma non sempre trovano una sintesi davvero armoniosa. Il film possiede una direzione emotiva riconoscibile, anche quando il suo sviluppo sembra disperdersi tra le diverse questioni che vuole affrontare.

La scuola e il rischio di uno sguardo occidentale

Kasia Smutniak in una scena del film. Fonte Fandango Distribuzione

La parte finale, dedicata alla scuola e al lavoro portato avanti negli anni dalla regista, rappresenta il punto d’arrivo del percorso narrativo. La promessa nata durante il viaggio con Taricone smette di essere soltanto un ricordo e si traduce in un progetto concreto, pensato per consentire ai bambini della comunità di ricevere un’istruzione senza dover necessariamente lasciare il proprio territorio.
È una conclusione coerente con il percorso personale di Smutniak e permette di comprendere come il lutto si sia trasformato, nel tempo, in un impegno duraturo. Il documentario acquista così una dimensione che supera il memoir, interrogandosi sul rapporto tra memoria individuale e responsabilità verso gli altri.

Eppure, proprio qui emerge una possibile ambiguità. Pur non essendo evidentemente questa l’intenzione della regista, il modo in cui la parte conclusiva mette al centro il progetto scolastico e il contributo occidentale può suscitare, in alcuni spettatori, una lettura vicina al white savior complex: quella dinamica narrativa in cui una figura occidentale viene percepita come il soggetto che arriva a risolvere i problemi di una comunità non occidentale.
Non significa negare il valore del lavoro svolto né mettere in discussione le motivazioni personali che lo sostengono. Si tratta piuttosto di una questione di prospettiva: quanto spazio viene lasciato all’autonomia della comunità locale, alle sue iniziative e alle sue necessità, rispetto alla storia di chi contribuisce al cambiamento? Il film offre elementi per comprendere il legame costruito nel tempo, ma avrebbe potuto approfondire maggiormente questo equilibrio, evitando che la vicenda della scuola finisse per essere letta soprattutto attraverso l’esperienza della protagonista.
È un limite che non annulla la sincerità del progetto, ma ne evidenzia una delle questioni più delicate.

Una sincerità che non sempre diventa cinema

Una scena del film-documentario. Fonte Fandango Distribuzione

Il principale merito di Mustang è la sua natura profondamente personale. Smutniak non cerca di nascondere il coinvolgimento emotivo, né di trasformare il proprio percorso in una narrazione completamente distaccata. Le immagini d’archivio, i paesaggi e il confronto tra ciò che era e ciò che è diventato il Mustang restituiscono il senso di un’esperienza che ha continuato a cambiare significato nel corso degli anni.
Il documentario trova inoltre una certa forza nel rapporto tra le generazioni: il passato non viene semplicemente conservato, ma riattraversato da chi non lo ha vissuto nello stesso modo. È un’idea semplice, ma efficace, che permette alla storia privata di aprirsi a una riflessione più universale.

Rimane tuttavia la sensazione che il film si affidi talvolta più alla forza intrinseca della vicenda che alla capacità di elaborarla attraverso il linguaggio cinematografico. La materia è ricca, i temi sono numerosi e il coinvolgimento della regista è evidente, ma non tutti gli elementi raggiungono la stessa profondità. Alcuni passaggi risultano più incisivi di altri e la componente riflessiva non sempre riesce a evitare una certa didascalia.
Mustang è quindi un documentario sincero, interessante e attraversato da interrogativi importanti, ma non del tutto risolto nella sua forma. Un’opera che emoziona soprattutto quando lascia parlare le immagini e le relazioni, mentre convince meno quando sembra voler ricondurre ogni elemento a una medesima lezione sul senso della vita.

La recensione in breve

6.0 Personale

Mustang è un documentario personale e sincero, che utilizza la memoria di un viaggio per raccontare come una perdita possa trasformarsi in un impegno capace di attraversare il tempo. I filmati d'archivio e il rapporto tra passato e presente sono gli elementi più riusciti, ma una struttura non sempre compatta e alcune semplificazioni nella dimensione sociale ne limitano l'efficacia. Resta un'opera interessante, emotivamente coinvolta e ricca di spunti, senza però trovare sempre la misura necessaria per trasformare la propria storia in un racconto cinematografico pienamente compiuto.

Pro
  1. L'uso dei filmati d'archivio, che restituiscono autenticità al racconto e mettono in dialogo passato e presente.
  2. La dimensione personale, affrontata senza nascondere il peso della memoria e della perdita.
  3. Il rapporto tra generazioni, che trasforma un ricordo privato in una storia capace di essere trasmessa.
Contro
  1. Una struttura non sempre equilibrata, che fatica a integrare pienamente memoir, documentario di viaggio e racconto sociale.
  2. Una riflessione talvolta didascalica, che insiste su alcuni significati senza lasciare sempre spazio alla complessità delle immagini.
  3. Il rischio di uno sguardo occidentale salvifico nella parte sulla scuola, dove la prospettiva della regista avrebbe potuto confrontarsi maggiormente con quella della comunità locale.
  • Voto CinemaSerieTV 6
  • User Ratings (0 Votes) 0
Martina Sulas

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