Il film: One Life, 2023. Regia: James Hawes. Cast: Anthony Hopkins, Helena Bonham Carter, Johnny Flynn, Jonathan Pryce, Lena Olin. Genere: Drammatico. Durata: 110 minuti. Dove l’abbiamo visto: Anteprima stampa.
Trama: 1938. La Seconda Guerra Mondiale sta per scoppiare a causa dell’evidente minaccia espansionistica della Germania nazista. Di fronte a tutto questo, però, il giovane Nicholas Winton decide di non rimanere a guardare. Broker londinese di 29 anni, infatti, comprende prima di altri i drammatici effetti collaterali della così detta cultura “nazionalista” sostenuta da Hitler, soprattutto ai danni della comunità ebraica. Per questo motivo, dunque, decide di organizzare un piano di salvataggio che viene conosciuto come Operazione Kindertranspor. Il suo scopo, infatti, è quello di trasferire quanti più bambini in Gran Bretagna prima dell’effettivo inizio del conflitto. In definitiva, dunque, si tratta di una vera e propria corsa contro il tempo che l’uomo affronta con se stesso e, soprattutto, la Storia. In particolare dalla Cecoslovacchia riesce a far partire otto treni con all’interno centinaia di bambini. Ma è il nono, quello rimasto bloccato a causa dell’invasione della Polonia da parte della Germania, a pesare su di lui per il resto della sua vita. Almeno fino a quando i suoi ex bambini salvati non lo mettono di fronte la grandezza del suo gesto.
One Life è il dramma che ci si aspetta dalla tradizione cinematografica ma, sicuramente, non da una visione televisiva come quella di James Hawes. Al suo attivo, infatti, il regista ha titoli dalla natura seriale e televisiva come Penny Dreadful, Black Mirror, Slow Horses. Progetti completamente diversi come forma ed intenti dal suo primo lungometraggio realizzato su sceneggiatura di Lucinda Coxon ma, soprattutto, sull’esperienza reale di Sir Nicholas Winton.
Tutto il progetto, infatti, prende spunto dal libro scritto dalla figlia Barbara, One Life,La vera storia di come Nicholas Winton ha salvato centinaia di bambini. E, come si evince dal titolo, da un’esperienza di vita particolarmente intensa destinata a mettere in mostra il valore personale di un essere umano. Quelle qualità che risiedono nella parte più intima e meno visibile. Le stesse che combattono costantemente con senso del dovere e una naturale salvaguardia della propria incolumità.
Tutti particolari, dunque, che James Hawes è riuscito ad utilizzare e veicolare in modo emozionante all’interno di un racconto dalle forme classiche. Un percorso che, essenzialmente posa gran parte del suo peso sulle spalle cariche di esperienza di un interprete come Anthony Hopkins per ottenere, com’è possibile vedere già nel dettaglio nella recensione di One Life, un film classico ma mai didascalico.
Essere un uomo
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Nicholas Winton è stato riconosciuto dal mondo come un giusto. Colui che, riuscendo a proteggere anche solo una vita è riuscito a mettere in salvo tutto il mondo. Nonostante l’opinione pubblica, però, lui non si è mai sentito così. Anzi, durante il lungo percorso di un’esistenza durata ben 106 anni, ha sentito su di sé sempre il peso di tutti coloro che ha inevitabilmente lasciato indietro senza riuscire a dare il suo aiuto. Un sentimento figlio del tempo storico che ha vissuto, degli eventi drammatici che sono seguiti e dell’incredibile prezzo pagato in termine di vite umane innocenti.
Il riferimento è alle atrocità perpetrate ai danni delle comunità ebraiche durante la Seconda Guerra Mondiale. Un evento che, in modo del tutto imprevisto, Sir Nicholas Winton è riuscito a decodificare con un certo anticipo rispetto all’opinione pubblica. Una visione più ampia, dunque, che gli ha permesso di abbracciare una scelta ben precisa: agire e reagire di fronte all’abominio di bambini minacciati da morte sicura.
Nello specifico l’azione avviene nel 1938 a Praga. Qui Winton, giovane broker londinese, riesce a salvare ben 669 bambini ebrei prima della chiusura delle frontiere con l’imminente invasione nazista. Un evento che, però, l’uomo decide di nascondere per gran parte della sua vita, schiacciato dal senso di colpa per non essere riuscito a trarre in salvo tutti, soprattutto i piccoli in viaggio sull’ultimo convoglio. La vita, però, ha deciso di dargli una forma di consolazione. Nei primi anni ottanta, infatti, la trasmissione della BBC That’s Life gli riconosce il merito facendogli incontrare quei bambini diventati adulti grazie al suo coraggio e, soprattutto, ad una coscienza che non ha mai taciuto.
La lezione del cinema sull’Olocausto
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Per la sua impresa Wiston è stato considerato come lo Schindler britannico. Una definizione che sembra essere piuttosto profetica anche per un film che pare aver tratto grandi e giusti insegnamenti proprio dal capolavoro di Spielberg e dal tocco di Polanski sulla questione della deportazione ebraica. In modo particolare, anche n questo caso esiste una lista da cui partire. Nomi che, un passo alla volta, diventano volti e sono destinati a colpire con maggiore profondità perché riflettono un futuro negato.
Così, senza cadere in nessun tipo di manierismo o facile citazionismo, Hawes riesce ad avere una visione ed interpretazione visiva assolutamente personale. Un risultato che ottiene mettendo in primo piano, senza alcun orpello stilistico non necessario, le storie dei suoi personaggi. In questo modo i loro volti, carichi di disperazione ed un labile filo sei speranza, sembrano uscire dallo schermo e riacquistare quella concretezza storica ed umana che, di fatto, hanno sempre avuto.
In questo senso, dunque, anche One Life può essere inserito di diritto nella filmografia storica sull’Olocausto, riuscendo a dare forma, carne e consistenza a concetti che, altrimenti, rimangono incastonati nel racconto didascalico di un manuale di Storia. Perché, alla fine di tutto, nulla più dell’immagine e del racconto-testimonianza può rimandare l’orrore e la minaccia di un pericolo che non è mai definitivamente battuto.
Il doppio volto di Nicholas Winton
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Tutta la narrazione si svolga in un costante salto temporale tra passato e presente in cui il personaggio di Winton si confronta con le convinzioni che lo hanno mosso da giovane e le delusioni che lo accompagnano da adulto. Un dialogo costante, dunque, che si svolge anche tra i due interpreti, Johnny Flynn e Anthony Hopkins. A risaltare, però, è l’interpretazione del secondo che, senza alcun bisogno di percorrere eccessi rappresentativi, riesce a ridare la silenziosa drammaticità di un animo costantemente accompagnato dai suoi conflitti interiori.
In questo senso, dunque, Hopkins sembra farsi letteralmente attraversare dalle emozioni senza cercare la sterile riproduzione. A suo vantaggio c’è anche un numero importante di documentazioni visive che lo hanno messo a confronto proprio con il momento cruciale vissuto dal suo personaggio: l’incontro con i bambini salvati diventati ormai adulti.
Nonostante questa base di confronto, però, quello che appare sul volto di Hopkins non è fonte di ricostruzione ma risultato di un sentire, di un sentimento sondato, scoperto e poi condiviso. Il tutto ottenuto con una tecnica recitativa sofisticata che c’è ma non si vede. La stessa che lo ha aiutato a trasformare un eroe silenzioso fuoriuscito dalle pagine nascoste della Storia, in un uomo reale, concreto e, soprattutto, capace di rispondere alle emergenze del suo tempo. Le stesse che, ad essere onesti, non sono poi così diverse dalle nostre.
La recensione in breve
Nonostante la sua esperienza prevalentemente televisiva James Hawes è riuscito a realizzare un lungometraggio incredibilmente centrato e perfettamente calibrato tra racconto storico, personale ed emotivo. In questo modo, dunque, dimostra di aver appreso molto bene la lezione del cinema dell'Olocausto traendo ispirazione da maestri come Spielberg e Polanski senza, però, cadere nel facile citazionismo. Il suo, infatti, è un racconto assolutamente personale ed intimo che, rifiutato eccessi stilistici, ha preferito puntare gran parte del suo merito sulla natura del personaggio e sulla capacità introspettiva del suo interprete.
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