A 49 anni Léo si ritrova improvvisamente a fare i conti con la distanza tra la vita che immaginava da giovane e quella che ha effettivamente costruito. One Minute to Midnight (Un peu avant minuit), presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, parte dalla morte del padre biologico che il protagonista non ha mai conosciuto per riportarlo a Parigi, la città nella quale aveva vissuto da ragazzo e nella quale inevitabilmente riaffiorano persone, desideri e possibilità appartenenti al suo passato.
Nicolas Pariser costruisce così il film come una lunga passeggiata nella memoria. Léo, interpretato da Melvil Poupaud, attraversa Parigi incontrando soprattutto le donne che hanno segnato la sua esistenza e confrontandosi con la figlia che non ha cresciuto. Ogni incontro diventa l’occasione per interrogarsi sull’uomo che è stato, sulle relazioni che ha costruito e su quanto la sua vita si sia allontanata dalle aspirazioni della giovinezza.
Sulla carta potrebbe essere un interessante ritratto della crisi di mezza età e soprattutto di una generazione che, dopo aver coltivato grandi aspirazioni culturali, sentimentali e politiche, si ritrova a fare i conti con ciò che ne è rimasto. Il problema è che One Minute to Midnight sembra condividere troppo spesso proprio l’autocompiacimento che sembrerebbe voler mettere in discussione. Léo parla moltissimo di sé, gli altri parlano moltissimo di Léo e, mentre intorno a lui una generazione più giovane prova ancora a interessarsi concretamente al mondo, il protagonista continua a vagare per Parigi osservando soprattutto il proprio passato.
Una crisi di mezza età trasformata in una lunga conversazione

La struttura di One Minute to Midnight è estremamente semplice. Léo incontra una persona, parla, cammina, incontra qualcun altro e ricomincia. Le conversazioni permettono progressivamente di ricostruire l’uomo che era e quello che è diventato, facendo emergere le contraddizioni tra le sue aspirazioni giovanili e la vita adulta.
Il passato nella redazione di un giornale diventa uno degli elementi attraverso i quali Pariser racconta quella stagione della sua esistenza: un momento nel quale il futuro sembrava ancora aperto e le possibilità infinite. Tornare a Parigi significa inevitabilmente confrontarsi con la versione di sé che aveva immaginato allora.
Il problema è che molte di queste conversazioni risultano costruite in maniera fin troppo evidente per permettere al protagonista di interrogarsi sul senso della propria esistenza. I personaggi sembrano spesso incontrare Léo esattamente per dirgli ciò che il film ha bisogno che gli dicano e gli scambi assumono una dimensione artificiosa che rende difficile credere alla spontaneità dei rapporti.
Più che assistere a persone che si ritrovano dopo anni, si ha spesso la sensazione di osservare una serie di specchi collocati lungo il percorso del protagonista affinché possa continuare a guardarsi.
Le donne esistono soprattutto in relazione a Léo

È una sensazione che diventa ancora più evidente nella rappresentazione dei personaggi femminili. One Minute to Midnight circonda Léo di donne e vorrebbe utilizzare proprio questi incontri per costringerlo a interrogarsi sul modo in cui si è comportato con loro nel corso della propria vita.
Il problema è che, anche quando il film sembra voler mettere in discussione il suo sguardo, finisce frequentemente per riprodurlo. Le donne che hanno segnato la vita di Léo vengono definite innanzitutto attraverso il rapporto che hanno avuto con lui e persino il modo in cui vengono ricordate sembra partire dalla loro bellezza prima che dalla loro identità. Chiara Mastroianni, Golshifteh Farahani, Anaïs Demoustier e le altre interpreti costruiscono personaggi che potrebbero aprire prospettive differenti sul protagonista, ma il racconto continua inevitabilmente a riportarle all’interno della sua traiettoria esistenziale.
È una contraddizione particolarmente evidente per un film che sembra voler ragionare anche sul rapporto tra uomini e donne e sulla necessità di riesaminare retrospettivamente determinati comportamenti. Léo dovrebbe imparare a guardare le donne della propria vita come persone e non soltanto come figure della propria biografia, ma il film stesso fatica a concedere loro uno spazio realmente autonomo.
La figlia guarda avanti mentre Léo continua a guardarsi indietro

Il rapporto con la figlia avrebbe potuto rappresentare il vero contrappunto al viaggio nostalgico del protagonista. Lei appartiene a un’altra generazione, è politicamente attiva e guarda a ciò che sta accadendo nelle strade di Parigi mentre suo padre continua a interrogarsi su ciò che è successo decenni prima.
Il contrasto è evidente e potenzialmente molto interessante. Da una parte una ragazza che cerca di intervenire sul presente; dall’altra un uomo che trascorre le proprie giornate cercando di stabilire se la sua vita sia stata all’altezza delle aspettative che aveva da giovane.
Eppure anche questa linea narrativa rimane troppo marginale. La storia della figlia, così come le rivolte che attraversano Parigi, sembra procedere parallelamente al viaggio di Léo senza riuscire davvero a modificarlo. La città è agitata da conflitti concreti, mentre lui continua a muoversi attraverso di essa immerso nella propria indolenza e nella nostalgia.
Potrebbe essere proprio questo il punto. Pariser potrebbe voler mostrare una generazione talmente ripiegata sul proprio passato da non riuscire più a vedere il presente. Ma se questa è la critica che One Minute to Midnight vuole costruire, il film non riesce sempre a prendere abbastanza distanza dal proprio protagonista per renderla davvero incisiva.
Il problema non è Léo, ma quanto il film sia affascinato da lui

Léo non deve necessariamente essere simpatico. Al contrario, la sua indolenza, il suo narcisismo e la tendenza a trasformare ogni rapporto in un’occasione per interrogarsi su sé stesso potrebbero costituire un ritratto volutamente impietoso.
Il problema nasce quando il film sembra condividere almeno in parte la fascinazione del protagonista per la propria storia. Pariser gli concede continuamente tempo, parole e interlocutori. Ogni relazione diventa significativa perché è passata attraverso di lui, ogni donna diventa una tappa della sua formazione e persino il rapporto con una figlia cresciuta sostanzialmente senza di lui finisce per contribuire soprattutto alla sua personale resa dei conti.
Ne deriva un film profondamente autocompiaciuto, nel quale la crisi esistenziale di un uomo di mezza età assume un’importanza che ciò che vediamo fatica spesso a giustificare. Léo si domanda se sia stato un uomo giusto, rispettoso e capace di amare, ma il continuo bisogno di trasformare questa domanda in lunghi confronti finisce per rendere il percorso più tedioso che illuminante.
Una generazione che ha smesso di credere di poter cambiare il mondo
C’è però un’idea che attraversa One Minute to Midnight e che avrebbe potuto renderlo molto più interessante: il confronto tra le aspirazioni di una generazione e ciò che ne è rimasto.
Il giovane Léo lavorava in una redazione, aveva progetti, relazioni e una certa idea della persona che sarebbe diventato. Quasi trent’anni dopo torna negli stessi luoghi e scopre inevitabilmente che quella vita non esiste.
Non è soltanto nostalgia per la giovinezza. È il confronto con il fallimento di un’immagine di sé.
Parallelamente sua figlia continua a credere nella necessità di partecipare, protestare e prendere posizione. Le rivolte che attraversano Parigi potrebbero allora diventare qualcosa di più di uno sfondo: il presente che irrompe nel viaggio nostalgico di un uomo appartenente a una generazione che sembra aver progressivamente sostituito l’impegno con l’introspezione.
Ma il film lascia questa intuizione ai margini. Il mondo contemporaneo rimane fuori campo mentre Léo continua a occupare il centro dell’inquadratura, e proprio per questo la critica generazionale rischia di perdere mordente.
One Minute to Midnight racconta qualcosa di già visto senza trovare uno sguardo nuovo
Alla fine rimane la domanda su cosa One Minute to Midnight voglia realmente fare del proprio protagonista.
Se Pariser intende raccontare criticamente una generazione che si è progressivamente disinteressata ai problemi collettivi per rifugiarsi nella nostalgia dei propri sogni irrealizzati, il ritratto è riconoscibile. Léo attraversa una Parigi attraversata a sua volta da tensioni molto più concrete della sua crisi esistenziale, eppure continua a comportarsi come se il problema più urgente fosse capire cosa sia andato storto nella propria vita.
Il limite è che non si tratta di un’osservazione particolarmente nuova e il film non trova uno sguardo abbastanza originale per renderla tale. La crisi di mezza età, il ritorno nei luoghi della giovinezza, gli amori del passato, i sogni abbandonati, il confronto con una generazione più giovane: One Minute to Midnight percorre territori già esplorati moltissime volte e lo fa attraverso conversazioni spesso improbabili e un protagonista verso il quale mantiene un’attenzione quasi reverenziale.
La recensione in breve
One Minute to Midnight segue un uomo di 49 anni che torna a Parigi e ripercorre amori, amicizie e aspirazioni della propria giovinezza per capire quanto la sua vita si sia allontanata da quella che aveva immaginato. Nicolas Pariser sembra voler utilizzare Léo per raccontare l’autocompiacimento di una generazione ripiegata sul proprio passato, ma il film finisce troppo spesso per condividere quello stesso sguardo. Le lunghe conversazioni risultano artificiose, i personaggi femminili rimangono subordinati al protagonista e il rapporto con la figlia attivista e le rivolte che attraversano Parigi non trovano lo spazio necessario per trasformarsi in un vero contrappunto al suo viaggio nostalgico.
PRO
- Il contrasto generazionale tra Léo e la figlia
- L’idea di utilizzare Parigi come spazio del confronto tra passato e presente
- Alcuni spunti sul fallimento delle aspirazioni giovanili
CONTRO
- Conversazioni spesso artificiose e improbabili
- Un protagonista e un film eccessivamente autocompiaciuti
- I personaggi femminili rimangono troppo subordinati alla storia di Léo
- Il rapporto con la figlia è meno sviluppato di quanto meriterebbe
- Le rivolte parigine rimangono uno sfondo poco integrato nel racconto
- Una riflessione generazionale già vista e poco incisiva
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