Paper Tiger sembra quasi l’ennesima variazione del cinema che James Gray continua a fare da anni: famiglie ebree del Queens, uomini frustrati, sogno americano fallito, criminalità, mascolinità tossica e dinamiche familiari soffocanti.
Il problema è che stavolta il film dà continuamente la sensazione di ripetersi senza aggiungere davvero nulla di nuovo. L’atmosfera è quella di Armageddon Time mischiata a un gangster movie anni ’70, ma senza la forza emotiva del primo né la tensione tragica dei grandi modelli a cui Gray guarda apertamente.
Si percepisce continuamente il desiderio del regista di costruire una tragedia alla Lumet o alla Coppola, ma il risultato appare spesso artificioso e troppo programmatico.
Un thriller che smette presto di essere credibile

Il problema principale del film è la sceneggiatura. Paper Tiger parte anche bene: due fratelli finiscono coinvolti in affari con la mafia russa attraverso un progetto di bonifica industriale, e lentamente la situazione precipita. Ma il film si rompe quasi subito nel momento in cui i protagonisti continuano a prendere decisioni completamente illogiche.
La scena chiave arriva molto presto: Irwin assiste a qualcosa che non dovrebbe vedere, i mafiosi minacciano violentemente lui e i suoi figli, arrivando praticamente a traumatizzarli con un coltello puntato in faccia. È un momento fortissimo, probabilmente il migliore del film.
Il problema è che da lì in avanti Paper Tiger pretende che noi crediamo che Irwin continui comunque ad avere rapporti con queste persone.
È qui che tutto inizia a scricchiolare. Il film vuole raccontare la spirale della paura e dell’ambizione, ma le motivazioni dei personaggi diventano sempre più fragili e poco convincenti.
Adam Driver funziona, Miles Teller molto meno

Adam Driver è senza dubbio l’elemento più interessante del film. Riesce a rendere Gary ambiguo, carismatico e profondamente irritante allo stesso tempo. È il classico personaggio che entra in scena e monopolizza immediatamente l’attenzione.
Il problema è che anche lui finisce intrappolato in una scrittura incoerente: ex poliziotto, apparentemente esperto della criminalità, ma contemporaneamente ingenuo, spericolato e incapace di capire il pericolo reale che sta affrontando.
Miles Teller invece fatica molto di più. Il suo Irwin dovrebbe essere il centro emotivo del film, l’uomo comune trascinato in qualcosa più grande di lui, ma il personaggio resta spesso passivo e poco interessante.
Scarlett Johansson ha alcuni buoni momenti, soprattutto nella parte più melodrammatica del racconto, ma anche il suo subplot medico sembra aggiunto artificialmente per aumentare la tragedia.
Atmosfera impeccabile, ma il film resta vuoto

La cosa che Gray sa fare benissimo è creare atmosfera. Paper Tiger è curato visivamente, immersivo nella ricostruzione anni ’80 e capace di costruire momenti di tensione molto efficaci. Alcune scene funzionano davvero bene: le intimidazioni mafiose, le visite notturne, la paranoia domestica, la sensazione di una famiglia normale che lentamente perde il controllo della propria vita.
Ma il film continua ad accumulare tensione senza sapere davvero dove andare. Ogni nuova svolta sembra più costruita per aumentare artificialmente il dramma che per far evolvere davvero i personaggi.
A lungo andare tutto diventa troppo carico, troppo insistito, quasi operistico nel senso meno positivo del termine.
Un film che vuole essere grande cinema americano ma resta incompiuto
Si vede chiaramente cosa Paper Tiger vorrebbe essere: un grande affresco tragico sul sogno americano, sull’avidità e sulla distruzione della famiglia.
Ma il film non riesce mai davvero a raggiungere quella dimensione. Rimane continuamente bloccato tra thriller criminale, melodramma familiare e gangster movie nostalgico senza trovare un vero equilibrio.
James Gray dirige con grande sicurezza, ma la regia da sola non basta più a coprire le debolezze della scrittura. I dialoghi spesso suonano troppo costruiti, i personaggi sembrano muoversi per necessità narrative più che per reale coerenza psicologica e il film finisce per perdere progressivamente forza.
Più atmosfera che sostanza
Paper Tiger è uno di quei film che sembrano importanti più di quanto lo siano davvero. Gray confeziona un’opera elegante, cupa e ambiziosa, ma dietro la superficie resta un thriller sorprendentemente fragile.
Ci sono ottimi attori, alcune scene molto tese e una regia solidissima, ma il film continua a inciampare nelle proprie contraddizioni e nella poca credibilità della storia.
Alla fine resta soprattutto la sensazione di un cinema che guarda continuamente ai grandi classici americani senza riuscire davvero ad avvicinarli. Un film intenso nelle intenzioni, ma molto meno nel risultato finale.
La recensione in breve
Paper Tiger conferma il talento visivo di James Gray, ma anche i limiti sempre più evidenti della sua scrittura. Quello che dovrebbe essere un thriller criminale tragico e opprimente si trasforma presto in un film pieno di forzature narrative, personaggi che agiscono contro ogni logica e un senso continuo di déjà-vu.
Pro
- Ottima atmosfera anni ’80
- Adam Driver magnetico
- Alcune scene di tensione funzionano
- Regia solida e curata
Contro
- Sceneggiatura piena di forzature
- Personaggi poco coerenti
- Thriller poco credibile
- Troppo derivativo
- Melodramma familiare sovraccarico
- Voto CinemaSerieTV
