Otto anni dopo Burning, Lee Chang-dong torna al lungometraggio con Possible Love, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026. E torna anche su uno dei temi che attraversano profondamente il suo cinema e, più in generale, una parte importante della cinematografia sudcoreana contemporanea: la distanza tra le classi sociali. Questa volta, però, il divario economico si intreccia direttamente con il mondo del lavoro e con il modo in cui il privilegio condiziona non soltanto ciò che possiamo permetterci, ma persino la nostra capacità di guardare e comprendere la vita degli altri.
Al centro del film ci sono due coppie agli antipodi. Mi-ok (Jeon Do-yeon) lavora in una fabbrica di mascherine e cerca di tenere insieme la propria famiglia dopo che il marito Ho-seok (Sul Kyung-gu) ha perso il lavoro in seguito a un licenziamento di massa. La protesta degli operai viene repressa violentemente e Ho-seok finisce prima in ospedale e poi in carcere. Dall’altra parte ci sono Ye-ji (Cho Yeo-jeong), documentarista benestante, e il marito Sang-woo (Zo In-sung), appartenente a una famiglia ricca e completamente estranea alle difficoltà economiche che scandiscono l’esistenza dell’altra coppia.
È Ye-ji a far incontrare questi due mondi, decidendo di realizzare un documentario sui lavoratori licenziati e trasformando Mi-ok e Ho-seok nei suoi protagonisti. Da qui nasce uno strano rapporto di amicizia tra le due coppie, ma Lee Chang-dong impiega quasi tre ore per mostrarci quanto sia fragile la parola “amicizia” quando una delle due parti può permettersi di osservare la sofferenza dell’altra mantenendo sempre una via d’uscita.
Due coppie, ma soprattutto due mondi

Il contrasto costruito da Possible Love non potrebbe essere più netto. Da una parte ci sono Mi-ok e Ho-seok, la cui quotidianità è stata completamente modificata dalla perdita del lavoro. Il licenziamento non rappresenta semplicemente un problema economico: cambia il rapporto tra i due coniugi, modifica gli equilibri familiari, colpisce l’identità stessa di Ho-seok e determina concretamente le possibilità che entrambi hanno davanti.
Dall’altra parte ci sono Ye-ji e Sang-woo. Il loro privilegio non passa soltanto attraverso il denaro, ma attraverso una libertà che gli altri non possiedono. Ye-ji può interessarsi alla lotta degli operai, decidere di raccontarla e avvicinarsi alle persone coinvolte quasi con la curiosità di chi ha trovato un nuovo oggetto di studio. Il suo documentario nasce apparentemente da un interesse sincero, ma il film lascia emergere progressivamente una domanda molto meno rassicurante: quanto può essere autentica quell’empatia quando la sofferenza altrui può essere trasformata in un progetto personale?
La macchina da presa diventa così una barriera prima ancora che uno strumento di avvicinamento. Ye-ji guarda Mi-ok e Ho-seok, li interroga, entra nella loro intimità e mette in piazza difficoltà e traumi. Ma può farlo proprio perché, alla fine delle riprese, può spegnere la videocamera e tornare alla propria vita. Mi-ok e Ho-seok no.
Il lavoro non è soltanto qualcosa che si perde

È qui che Possible Love inserisce il conflitto di classe all’interno di una riflessione più ampia sul lavoro. Lee Chang-dong parte da un licenziamento di massa e dalla repressione di uno sciopero per mostrare quanto sia semplicistico pensare al lavoro esclusivamente come fonte di reddito.
Per Ho-seok perderlo significa perdere una parte della propria identità, della propria dignità e del posto che occupava nel mondo. La protesta, l’ospedale e il carcere diventano le conseguenze di un sistema nel quale chi possiede il capitale può prendere una decisione economica, mentre chi la subisce deve ricostruire completamente la propria esistenza.
Non è casuale che proprio questa storia diventi materiale per il documentario di una donna appartenente alla classe opposta. C’è qualcosa di profondamente crudele nella distanza tra chi vive un trauma e chi può trasformarlo in racconto. Ye-ji non è costruita come un personaggio apertamente cinico, ed è proprio questo a rendere più interessante il discorso: può credere sinceramente di stare facendo qualcosa di importante e, contemporaneamente, non comprendere fino in fondo la posizione di privilegio dalla quale sta osservando quelle persone.
La casa di villeggiatura rende visibile ciò che era sempre stato lì

È soprattutto nella seconda metà che il divario sociale smette di rimanere sullo sfondo. Quando le due coppie trascorrono del tempo insieme nella casa di villeggiatura dei più ricchi, Lee Chang-dong trasferisce fisicamente Mi-ok e Ho-seok all’interno di un mondo al quale non appartengono.
La differenza non ha bisogno di essere spiegata: è negli spazi, negli oggetti, nel modo in cui vengono abitati e soprattutto nella naturalezza con cui Ye-ji e Sang-woo danno per scontato ciò che per gli altri rappresenta qualcosa di eccezionale. Il film diventa particolarmente efficace proprio quando lascia che sia questa convivenza temporanea a far emergere quello che fino a quel momento era rimasto relativamente nascosto.
Gli equilibri tra i quattro iniziano così a cambiare e quella che sembrava essere diventata un’amicizia rivela gradualmente la propria natura. Per la coppia ricca, avvicinarsi a Mi-ok e Ho-seok è sempre stato anche un atto volontario: la relazione non nasce da una posizione paritaria e non è mai completamente disinteressata.
Per Mi-ok e Ho-seok, al contrario, non esiste la stessa possibilità di giocare con le vite degli altri e poi tornare alla propria normalità. Perché la loro normalità è esattamente ciò che Ye-ji sta trasformando in materiale cinematografico.
Non significa necessariamente che Ye-ji e Sang-woo siano consapevolmente crudeli. Il punto è più sottile e, proprio per questo, più feroce: il privilegio permette loro di trasformare altre persone in oggetti della propria curiosità senza rendersi pienamente conto di farlo.
Il documentario di Ye-ji porta questa dinamica all’estremo. La sofferenza della coppia operaia viene selezionata, ripresa e trasformata in immagini. Il loro trauma diventa una storia. La loro rabbia diventa materiale. Persino la loro intimità può diventare qualcosa che appartiene allo sguardo di qualcun altro.
Lee Chang-dong mette così in discussione anche il concetto stesso di rappresentazione. Non basta decidere di raccontare gli ultimi per smettere automaticamente di appartenere alla posizione di chi possiede il potere. E non basta provare compassione per qualcuno per instaurare con lui un rapporto realmente paritario.
Possible Love parla della possibilità di essere liberi

Il regista ha spiegato di essere partito proprio dall’idea che lavoro, capitale e altre forze esterne plasmino inevitabilmente l’esistenza degli individui, chiedendosi però se sia ancora possibile muoversi verso una qualche forma di libertà. In Possible Love anche i desideri più intimi non esistono mai indipendentemente dalla classe sociale, dal denaro e dalla posizione che ciascuno occupa.
Ed è questo che rende particolarmente interessante l’incontro tra le due coppie. Non sono soltanto quattro persone con matrimoni diversi che iniziano a mettere in discussione ciò che desiderano. Sono quattro persone che non possiedono neppure la stessa libertà di desiderare.
Lee Chang-dong evita di ridurre questa contrapposizione a una semplice divisione tra buoni e cattivi. Il suo è uno sguardo molto più amaro sulla difficoltà di costruire rapporti realmente disinteressati quando esiste uno squilibrio di potere così profondo. La vicinanza può essere autentica, l’affetto può persino esserlo, ma il denaro continua a esistere. La casa continua ad appartenere a qualcuno. La macchina da presa continua ad avere una persona dietro l’obiettivo e un’altra davanti.
Con i suoi 164 minuti, Possible Love richiede tempo per costruire questa distanza e poi renderla progressivamente impossibile da ignorare. Ma è proprio attraverso l’accumulo di gesti, conversazioni e situazioni apparentemente quotidiane che il film rende visibile la violenza silenziosa del privilegio. Non quella più semplice da riconoscere, fatta di ricchi apertamente sprezzanti nei confronti dei poveri, ma quella molto più insidiosa di chi è convinto di comprendere la vita degli altri perché per qualche tempo ha deciso di osservarla.
La recensione in breve
Otto anni dopo Burning, Lee Chang-dong torna con un film che utilizza l'incontro tra due coppie appartenenti a classi sociali opposte per interrogarsi sul lavoro, sul privilegio e sulla possibilità di costruire rapporti realmente disinteressati. Possible Love è un racconto stratificato nel quale persino l'empatia diventa una questione di potere: chi è ricco può osservare la sofferenza degli altri, trasformarla in un racconto e poi tornare alla propria vita. Chi quella sofferenza la vive non possiede lo stesso privilegio.
PRO
- La lucidità con cui racconta lo scontro di classe
- Il rapporto tra lavoro, dignità e identità
- La progressiva trasformazione del rapporto tra le due coppie
- L'utilizzo del documentario come strumento per interrogare il privilegio
- Un cast capace di rendere evidenti gli squilibri anche nei gesti più piccoli
CONTRO
- I 164 minuti rendono alcuni passaggi eccessivamente dilatati
- La costruzione della prima parte richiede molta pazienza
- Alcune dinamiche acquistano forza soltanto molto avanti nel racconto
- Voto CinemaSerieTV
