C’è un momento in cui raccontare il male smette di essere informazione e diventa intrattenimento? E, soprattutto, cosa succede quando chi dovrebbe raccontarlo comincia ad avere bisogno che quel male diventi sempre più grande per continuare a tenere il pubblico davanti allo schermo? È attorno a queste domande che Lance Oppenheim costruisce Primetime, presentato in concorso a Venezia 83 e interpretato da Robert Pattinson nei panni di Chris Hansen, il giornalista diventato uno dei volti più riconoscibili della televisione americana degli anni Duemila grazie a To Catch a Predator.
Il programma, segmento di Dateline NBC andato in onda tra il 2004 e il 2007, utilizzava falsi profili di minorenni per attirare uomini intenzionati a incontrarli, facendoli poi trovare davanti alle telecamere, allo stesso Hansen e, nelle operazioni organizzate con le forze dell’ordine, alla polizia. Il successo fu enorme, così come le polemiche intorno a un format nel quale giornalismo investigativo, giustizia e spettacolarizzazione diventavano progressivamente impossibili da separare. Primetime si concentra proprio sul 2006 e sulla trasformazione di Hansen e del programma nel momento di massima popolarità, fino alla controversa operazione in Texas che contribuì alla fine di To Catch a Predator.
Oppenheim ha quindi tra le mani una storia potentissima per interrogarsi sul confine tra il desiderio di fare giustizia e quello di essere guardati. Il problema è che il tono grottesco scelto per raccontarla finisce spesso per rendere molto più confuso proprio quel confine che il film vorrebbe analizzare.
Un Chris Hansen sospeso tra il patetico e il carismatico

Al centro di tutto c’è naturalmente Robert Pattinson. Il suo Chris Hansen è un uomo che scopre progressivamente quanto sia seducente essere non soltanto il giornalista che racconta una storia, ma il protagonista stesso di quella storia. L’obiettivo non è più semplicemente smascherare uomini intenzionati ad avere rapporti con minorenni: è conquistare il pubblico, ottenere lo slot della prima serata, trovare un caso sempre più importante e trasformare To Catch a Predator in qualcosa che nessuno possa ignorare.
Pattinson fa ancora una volta un lavoro notevole. Assume manierismi, postura e soprattutto il caratteristico tono di voce del vero Hansen senza limitarsi a costruirne un’imitazione, confermandosi uno degli attori più versatili della sua generazione. È perfettamente credibile tanto quando Hansen controlla la situazione davanti alle telecamere quanto quando quella sicurezza comincia lentamente a sgretolarsi.
È però il personaggio scritto intorno alla sua interpretazione a non trovare sempre una dimensione altrettanto precisa. Oppenheim lo mantiene costantemente sul filo tra il patetico e il carismatico, tra il giornalista convinto della legittimità della propria missione e l’uomo divorato dalla necessità di essere riconosciuto. Un’ambiguità certamente voluta, che però non sempre riesce a trasformarsi in complessità. Hansen rimane a tratti sospeso tra queste due identità senza che il film riesca davvero a decidere quanto voglia avvicinarsi a lui e quanto invece osservarlo con cinico distacco.
Una macchina televisiva che corre verso il disastro

Primetime è molto più efficace quando allarga lo sguardo alla macchina televisiva che circonda Hansen. Oppenheim arriva dal documentario e utilizza consapevolmente il linguaggio della reality TV e dell’informazione americana dei primi anni Duemila, costruendo un film che sembra continuamente contaminato dal materiale che sta raccontando.
Il montaggio di Daniel Garber è frenetico, nervoso, capace di restituire la sensazione di una produzione costantemente alla ricerca del momento successivo, dell’incontro successivo, del risultato che possa superare quello appena ottenuto. È uno degli elementi che tengono maggiormente incollati allo schermo durante i 110 minuti del film e che restituiscono con efficacia la progressiva trasformazione dell’inchiesta in prodotto televisivo.
Funzionano molto bene anche i comprimari, a partire da Merritt Wever nei panni della produttrice che accompagna Hansen nella sua ascesa. Intorno a lui si costruisce progressivamente un apparato nel quale ambizioni personali, esigenze editoriali, ascolti e convinzioni morali diventano sempre più difficili da distinguere. Il problema non riguarda quindi soltanto un uomo che vuole diventare famoso: riguarda un sistema che ha bisogno di trasformare ogni nuova operazione in qualcosa di più grande della precedente.
Ed è probabilmente questa la parte più lucida del film. La prima serata evocata dal titolo diventa il vero oggetto del desiderio: non importa soltanto fare qualcosa che abbia valore, ma fare qualcosa che venga guardato.
Il grottesco finisce per indebolire il tema più delicato

È proprio qui, però, che emerge il limite più importante di Primetime. Oppenheim sceglie un tono volutamente grottesco che attraversa praticamente tutto il film e che gli permette di costruire un ritratto cinico del mondo televisivo. Ma quando al centro della storia ci sono uomini che cercano di incontrare sessualmente dei minorenni, quella stessa scelta diventa molto più problematica.
Il film vuole chiaramente mettere in discussione i metodi di To Catch a Predator: la costruzione delle trappole, la presenza delle telecamere, la collaborazione sempre più invasiva con le forze dell’ordine e soprattutto il progressivo spostamento dell’obiettivo dalla denuncia alla produzione di spettacolo. È una riflessione legittima e potenzialmente molto interessante. Ma nel finale l’equilibrio si sposta al punto che il principale bersaglio morale sembra diventare Hansen stesso, più che l’uomo al centro dell’ultima operazione.
La vicenda a cui il film si ispira rende inevitabile interrogarsi sui limiti di quella macchina. Nel 2006, durante un’operazione in Texas, il vice procuratore distrettuale Louis Conradt si suicidò mentre polizia e troupe si trovavano fuori dalla sua abitazione. Il caso provocò enormi polemiche e contribuì alla successiva cancellazione del programma. Primetime utilizza quell’episodio come punto di arrivo della deriva che sta raccontando, ma la scelta di mantenere tutto dentro lo stesso registro grottesco rende il discorso meno incisivo di quanto potrebbe essere.
Perché un conto è chiedersi fino a dove possa spingersi il giornalismo quando la ricerca della verità viene contaminata dalla ricerca dell’audience. Un altro è costruire un ribaltamento nel quale l’uomo che dà la caccia ai molestatori rischia di apparire moralmente più compromesso degli uomini che sta cercando di smascherare. Il film vuole mostrare come anche una causa apparentemente inattaccabile possa essere corrotta dall’ambizione e dalla fama, ma nel farlo finisce per sfumare eccessivamente la differenza tra il problema originario e il modo discutibile scelto per affrontarlo.
Il prezzo della fama rimane un discorso troppo sfumato

Lo stesso problema emerge quando Primetime prova ad approfondire la dimensione privata del suo protagonista. Il successo professionale di Hansen procede parallelamente alla disgregazione della sua vita personale, fino al momento in cui la possibilità che un giornale pubblichi una storia sul suo tradimento alla moglie contribuisce al suo crollo.
Anche qui, però, la sceneggiatura rimane troppo sfumata. Il rapporto tra l’immagine pubblica dell’uomo che mette alla berlina le colpe altrui e la paura di vedere improvvisamente esposte le proprie avrebbe potuto rappresentare uno dei cortocircuiti più interessanti del film. Rimane invece un elemento meno sviluppato di quanto dovrebbe, utilizzato soprattutto per accompagnare il breakdown del protagonista.
E soprattutto è un peccato vedere Anna Faris relegata essenzialmente al ruolo della moglie e dell’angelo del focolare. In un film così interessato alla distanza tra ciò che Hansen mostra davanti alle telecamere e ciò che accade quando queste si spengono, la sua prospettiva avrebbe potuto offrire uno sguardo molto più significativo sull’uomo dietro il personaggio televisivo.
Primetime sa cosa vuole criticare, ma non sempre come farlo

L’idea alla base di Primetime è chiarissima: costruire un ritratto cinico della televisione americana e del punto in cui il desiderio di raccontare qualcosa di importante viene divorato dalla necessità di conquistare fama, ascolti e uno spazio sempre più prestigioso nel palinsesto. Hansen vuole la prima serata perché la prima serata significa avercela fatta. Ma una volta raggiunta, serve immediatamente qualcosa di ancora più grande.
Oppenheim stesso ha definito To Catch a Predator uno “spettacolo della punizione”, nato nel momento in cui l’indignazione morale è diventata televisione da non perdere. Ed è un’intuizione che Primetime riesce spesso a tradurre molto bene in immagini: la preparazione delle case, le esche, le telecamere, l’arrivo degli uomini e infine Hansen che entra in scena trasformano progressivamente la giustizia in una performance.
È quando deve stabilire cosa fare di questa intuizione che il film diventa meno convincente. Tutto rimane volutamente ambiguo, grottesco e moralmente sporco, ma tanta ambiguità finisce per produrre l’effetto opposto a quello desiderato. Invece di rendere il discorso più complesso, lo rende a tratti meno incisivo.
Rimane Robert Pattinson, ancora una volta straordinariamente disposto a deformarsi dentro un personaggio. Il suo Hansen è vanitoso, insicuro, affascinante, sgradevole e progressivamente consumato dal bisogno di essere visto. È una performance costruita sui dettagli, dai manierismi alla voce, e probabilmente l’elemento che più di ogni altro permette a Primetime di funzionare anche quando la scrittura non riesce a risolvere le proprie contraddizioni.
Lance Oppenheim realizza così un esordio di finzione formalmente sicuro, veloce e spesso molto coinvolgente, ma meno lucido nel momento in cui deve affrontare fino in fondo le implicazioni morali della storia che ha scelto. Primetime vuole raccontare cosa succede quando persino la lotta contro qualcosa di indifendibile diventa uno strumento per conquistare la fama. È una domanda interessante. Rimane però il dubbio che, per raccontare la degenerazione dello spettacolo televisivo, il film finisca a sua volta per perdere di vista la storia che sarebbe stato davvero importante raccontare.
La recensione in breve
Primetime trasforma l’ascesa di To Catch a Predator in un ritratto cinico della televisione americana e della fame di successo del suo protagonista. Robert Pattinson è eccellente nei panni di Chris Hansen e Lance Oppenheim costruisce un film frenetico e formalmente sicuro, ma il tono grottesco e un’ambiguità morale portata all’estremo finiscono per indebolire proprio il delicato discorso sul rapporto tra giustizia, spettacolo e ricerca della fama.
PRO
- Robert Pattinson e il lavoro fatto su Chris Hansen
- Il montaggio frenetico e coinvolgente
- Merritt Wever e il cast di supporto
- La ricostruzione della televisione americana dei primi anni Duemila
- La riflessione sul confine tra giornalismo e spettacolo
CONTRO
- Il tono grottesco indebolisce la delicatezza del tema
- Un’ambiguità morale che finisce per rendere il discorso poco incisivo
- Il personaggio di Hansen non trova sempre una dimensione precisa
- Anna Faris è decisamente sottoutilizzata
- Voto CinemaSerieTV
