La serie: The Running Man (2025)
Titolo originale: The Running Man
Regia: Edgar Wright
Sceneggiatura: Edgar Wright, Michael Bacall
Genere: Azione, Distopico, Thriller
Cast: Glen Powell, Josh Brolin, Colman Domingo, William H. Macy, Lee Pace, Michael Cera, Jayme Lawson
Durata: circa 133 minuti
Dove l’abbiamo vista: Al cinema dal 14 novembre 2025.
Trama: In un presente distopico, il programma televisivo “The Running Man” trasforma persone comuni in cacciatori e prede: Ben Richards (Glen Powell) entra nella competizione per salvare la figlia malata, ma si ritrova braccato da caccia-assassini e da un pubblico affamato di spettacolo, scoprendo che la vera lotta è contro un sistema corrotto.
A chi è consigliata? The Running Man è consigliato a chi ama l’azione ad alto ritmo, la critica sociale e i film di intrattenimento distopico, ideale per chi apprezza storie come The Hunger Games, Snowpiercer o remake audaci di classici del genere.
C’era una volta Richard Bachman, nome con cui Stephen King si firmò per poter far pubblicare alcuni vecchi romanzi ancora inediti, in un periodo in cui era poco consono che un autore uscisse con più di un romanzo all’anno. Erano libri non per forza horror, ma tutti abbastanza disperati, per non dire nichilisti. Uno di questi ispirò un adattamento cinematografico nel 1987, ancora con il nome di Bachman nei titoli di testa (nonostante la verità su chi si celava dietro lo pseudonimo fosse già nota da due anni), e ora ne arriva un altro, il cui obiettivo principale è di rispettare maggiormente la trama della fonte letteraria (la prima trasposizione era talmente libera che ci fu un’accusa di plagio da parte del regista di un film francese con la premessa sostanzialmente identica). Di questa seconda versione, diretta da Edgar Wright, parliamo nella nostra recensione di The Running Man.
Viva la fuga

Stati Uniti, in un futuro non troppo lontano. Ben Richards è sulla lista nera nel proprio settore lavorativo in seguito a una controversia sindacale, ed è disperatamente alla ricerca di qualunque soluzione per prendersi cura della figlia. Come ultima spiaggia decide di tentare la sorte e sottoporsi ai provini per il Network, l’impero televisivo che domina i palinsesti con vari quiz e reality. Il caso vuole che Ben, notato dai dirigenti per la sua indole non proprio pacifica, venga scelto come concorrente di The Running Man, il programma più seguito a livello nazionale: tre candidati devono sopravvivere il più a lungo possibile, mentre vengono braccati da professionisti incaricati di ucciderli. I concorrenti vincono regolarmente soldi con dei bonus a seconda dei traguardi che raggiungono, e chi arriva vivo allo scadere del trentesimo giorno di trasmissione si porterà a casa un montepremi di un miliardo di Nuovi Dollari (valuta le cui banconote hanno come illustrazione le fattezze di Arnold Schwarzenegger, interprete di Richards nella versione del 1987). E così, dotato di un kit di sopravvivenza per i primi giorni, Ben inizia a correre…
L’uomo da un miliardo di dollari

Seppure leggermente fuori parte rispetto al romanzo (dove Richards è malaticcio), Glen Powell funziona come uomo normale scaraventato in una situazione fuori dal mondo, e il suo carisma da giovane promessa action è funzionale all’approccio molto cinetico del regista. Ancora più delizioso è Josh Brolin nei panni del produttore della trasmissione, una carogna allo stato puro che è forse il personaggio più in linea con i tempi in cui viviamo, ancora più del suo corrispettivo nella versione precedente (che era stato amalgamato con il conduttore della trasmissione, qui nuovamente un personaggio a sé interpretato da un grintoso Colman Domingo). E poi c’è Lee Pace, magnetico anche quando è completamente mascherato, nella parte del leader del gruppo assoldato per uccidere i concorrenti dello show. E per la gioia dei fan di Wright, tra i comprimari spunta anche un divertente Michael Cera, già Scott Pilgrim in quello che forse rimane il miglior lungometraggio americano del cineasta britannico.
Buona la seconda?

L’esistenza di questo nuovo adattamento è parzialmente dettato dal desiderio di aggiustare il tiro dopo che L’implacabile, quasi quarant’anni fa, deviò pesantemente dal romanzo (un’esigenza dovuta alla decisione di affidare il ruolo di Richards al tutt’altro che mingherlino Schwarzenegger). E da quel punto di vista Wright, coadiuvato da Michael Bacall, fa un lavoro discreto, trovando anche i punti giusti per divertirsi con gli ingredienti principali della sua poetica visiva e sonora (il montaggio calibrato al millimetro, la scelta precisa delle canzoni). Eppure, arrivati al finale che ha poco in comune con quello cartaceo (anche per gli standard di King, i romanzi firmati con il nome di Bachman tendono a finire malissimo), c’è quella sensazione di aver assistito quasi a un compitino, un film pulito e preciso che diverte ma non si spinge mai veramente nei territori più consoni a un regista decisamente poco “hollywoodiano” (nel senso prettamente industriale del termine) come Wright. E viene in mente quello che lui disse una decina d’anni circa la decisione di abbandonare la regia di Ant-Man: “Io volevo fare un film Marvel, ma loro non volevano veramente fare un film di Edgar Wright.” Ecco, fatte le dovute proporzioni (presumibilmente la Paramount e/o King, coinvolto come produttore esecutivo, non sono stati restrittivi fino a quel punto), il risultato è simile: il titolo più ordinario di una filmografia che solitamente è molto più spudoratamente figlia del suo autore.
La recensione in breve
Edgar Wright porta sullo schermo il romanzo di Stephen King con brio, anche se manca un po' la personalità del regista.
PRO
- La colonna sonora è da urlo
- Le scene d'azione sono coreografate con gusto
- Josh Brolin è un cattivo strepitoso
CONTRO
- Il finale stona con il resto del film
- Glen Powell, per quanto carismatico, è leggermente fuori parte
- Voto CinemaSerieTV
