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Home » Film » Recensioni film » Recensione We are the World: la notte che ha cambiato il pop, l’umiltà dei grandi in un doc sorprendente

Recensione We are the World: la notte che ha cambiato il pop, l’umiltà dei grandi in un doc sorprendente

Il documentario di Netflix We are the World: la notte che cambiò il pop è un scrigno di aneddoti. Lo raccontiamo nella nostra recensione.
Francesca FiorentinoDi Francesca Fiorentino29 Gennaio 2024
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We are the World la notte che ha cambiato il pop foto gruppo
Gli artisti di USA for Africa (fonte: Netflix)
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Il film: We are the World: la notte che ha cambiato il pop, 2023. Regia: Bao Nguyen. Genere: Documentario, musicale. Cast: Lionel Richie, Bruce Springsteen, Cyndi Lauper, Dionne Warwick, Huey Lewis, Kenny Loggins, Sheila E., Smokey Robinson. Durata: 97 minuti. Dove l’abbiamo visto: su Netflix.

Trama: Nel gennaio 1985, sulla scia di Band Aid, le più grandi star della musica americana si riunirono a Los Angeles per registrare We are the World. Su idea di Harry Belafonte, Lionel Richie, Michael Jackson e Quincy Jones firmarono uno dei più grandi successi della storia, i cui proventi furono destinati all’Africa.


C’è qualcosa di magico nel documentario We are the World: la notte che ha cambiato il pop ed è l’umanità di tutti i protagonisti di quella straordinaria avventura. Umanità non intesa in senso strettamente etico, anche se considerata la motivazione che li ha spinti a collaborare non ci sarebbe nulla di male a dirlo. In quella circostanza fuori dall’ordinario, Michael Jackson, Bob Dylan, Bruce Springsteen e tutti gli altri hanno mostrato davvero il loro lato più fragile, le debolezze, le paure. Ecco, tutto questo il film di Bao Nguyen lo mostra con grande efficacia.

E se la confezione non è per niente rivoluzionaria, con l’alternanza di interviste a immagini di repertorio, il contenuto dei video di quel backstage sono una delizia. E non solo per gli amanti della musica pop e rock. Come vedremo nella recensione di We are the World: la notte che ha cambiato il pop, ogni dettaglio, anche il più piccolo, può far fallire o al contrario far trionfare un progetto nato con uno scopo nobile e difficile.

Welcome to the ’80’s

Lionel Richie e Quincy Jones
Lionel Richie e Quincy Jones durante le registrazioni di We are The World (fonte: Netflix)

L’immagine che abbiamo degli anni ’80 è piuttosto stereotipata. Immaginiamo donne e uomini con capelli improponibili, outfit esagerati e una certa propensione alla superficialità (e alla lacca). Eppure, togliendo la patina glitterata restano un decennio ben più complesso di quanto si possa pensare. Tra i tanti aspetti a destare interesse, uno è a nostro parere il più rilevante: il ruolo ricoperto dalla musica pop-rock nel raccontare i grandi cambiamenti, politici e culturali, della società. Non erano solo canzonette, quelle. Non tutte almeno. Quando Bob Geldof con Band Aid, il suo Feed the World e i grandi live in contemporanea decise che fosse arrivato il momento di combattere quel mostro chiamato fame, nessuno poteva immaginare che avrebbe tracciato un sentiero poi seguito da tutti.

A inizio del 1985, imbeccati da un’idea dell’attivista Harry Belafonte, Lionel Richie, Michael Jackson e Quincy Jones, tre colossi della black music, puntarono a fare la stessa cosa negli Stati Uniti. Quell’onda sarebbe dovuta partire necessariamente dagli uomini simbolo della cultura afroamericana. Sfruttando l’esperienza e la collaborazione dello stesso Geldof, Richie riunì il meglio del pop-rock a stelle e strisce, per registrare una canzone diventata poi memorabile. We are the World vide la luce una notte di gennaio in uno dei più celebri studi di registrazione di Los Angeles, gli A&M. A margine della cerimonia di consegna degli American Music Awards, super patinata e super paillettata. Lì, tra quattro mura insonorizzate, alcuni dei musicisti più amati dal pubblico, hanno tenuto a bada il loro naturale narcisismo. Iscrivendo i loro nomi nella storia.

Ego? No, grazie

Cyndi Lauper e Bruce Springsteen in pausa
Cyndi Lauper e Bruce Springsteen in pausa (fonte: Sundance Institute)

“Lasciate l’ego fuori dalla porta“. Così ha scritto Quincy Jones su un bigliettino appeso nello studio di registrazione prima di iniziare a lavorare col gotha della musica americana, 46 stelle del pop che da sole avrebbero fatto impallidire chiunque. Qualche nome? Stevie Wonder, Tina Turner, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Ray Charles, Diana Ross, Billy Joel, Cyndi Lauper, Dionne Warwick, Paul Simon, Willie Nelson, Bette Midler, Steve Perry e Kenny Rogers. Solo per citarne alcuni. Com’è stato possibile che non si azzannassero? La risposta è molto semplice: non è stato possibile. O meglio, a un certo punto, ogni nervosismo è stato messo da parte. Così, nonostante un po’ di maretta, come l’assenza di Prince, forse infastidito dalla presenza di Jackson. O il tentativo candido, ma puerile, da parte di Stevie Wonder di omaggiare l’Africa, cantando un pezzo della canzone in Swahili (che in Etiopia non si parla), tutte e tutti hanno marciato nella direzione giusta.

Tante voci, una voce

We are the World la notte che ha cambiato il pop foto mentre cantano con Michael Jacskon
Un dettaglio dal video di We are the World (fonte: Sundance Institute)

La struttura di We are the World: la notte che ha cambiato il pop è molto semplice. Lionel Richie, il protagonista, si alterna ad altri testimoni dell’epoca da Bruce Springsteen a Dionne Warwick, passando per Sheila E. e Huey Lewis, per raccontare un pezzo della grande storia, che pian piano prende forma davanti ai nostri occhi. Il lavoro di Ba Nguyen piace per la sua capacità di mostrare la straordinarietà (anche tecnica) di un evento del genere. Radunare sotto lo stesso tetto una quantità di star del rock e del pop, in nome della solidarietà, è stata davvero una gran cosa. E sì, lì c’erano migliaia di ego pronti a esplodere. Ma ancora di più è stato riuscire a ottenere il meglio da loro, mixando le voci in maniera pressoché perfetta, rispettando le tonalità di ognuna e ognuno. Il punto più interessante dal punto di vista narrativo, e quindi emozionale, è proprio nell’umiltà mostrata da chi umile ontologicamente non è. Perché desidera essere al centro dell’attenzione. Invece, si sono messe e messi (un po’) in discussione per dare il meglio.

Una storia segreta

We are the World la notte che ha cambiato il pop foto gruppo bianco e nero
Gli artisti di USA for Africa (fonte: Everett Collection)

Quando si guardano certi documentari musicali ogni cosa diventa grandiosa, ogni cantante è il migliore rappresentante della sua generazione. Ebbene, facendo la tara come sempre davanti a certe produzioni, la bellezza del lavoro di Nguyen si svela nelle piccole cose. La magia si compie quando rivediamo le immagini di quel backstage (in parte confluite nel video originale). Scopriamo che per registrare il pezzo era stata scelta una struttura a semicerchio, in modo che tutte e tutti i cantanti potessero esibirsi guardandosi negli occhi. Un dettaglio non di poco conto, considerate le sfide tecniche che questo poteva comportare, data la diversità degli stili musicali e soprattutto di voce e tonalità di ciascun interprete (il segreto è stonare da soli, se non si riesce ad arrivare con la voce a un livello alto).

Vediamo con i nostri occhi quanto sia difficile gestire un gruppo di “eletti”, quando un microfono non funziona e questo rischia di mandare a monte il lavoro di mesi. E quanto ogni dettaglio conti. Per esempio far togliere gli orecchini a Cyndi Lauper, perché facevano rumore rovinando la registrazione. E ve la ricordate la faccia di Bob Dylan mentre (non) cantava? Grazie al documentario veniamo a conoscenza come effettivamente quel giorno non fosse in palla. E che a rimetterlo in riga è stato Stevie Wonder, suonando il piano per lui. Nguyen è bravo a non trasformare il suo documentario in un gigantesco Trivial Pursuit musicale. Lasciando invece che sia quel materiale a mostrarsi per quello che era. Non solo testimonianza di un evento musicale da far tremare i polsi, forse lasciato anche troppo sullo sfondo e non del tutto affrontato nella sua portata culturale. Ma il segno di una grande e imperfetta umanità.

Francesca Fiorentino
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Giornalista professionista, podcaster e voice talent, si laurea nel 2000 in Storia e Critica del Cinema con una tesi su Full Metal Jacket di Stanley Kubrick. Per 10 anni lavora in radio dove si occupa prevalentemente di spettacoli e cultura, prima di approdare al web, nel 2010, dove continua a scrivere e parlare di cinema e televisione per diverse testate e webradio. Dal 2018 produce e realizza podcast di approfondimento su cinema, serie TV, cultura e lifestyle, dedicandosi anche all'insegnamento del podcasting.

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