Dopo anni di zombie, sparatorie, esplosioni e combattimenti sempre più spettacolari, Resident Evil torna al cinema con un film che sceglie di cambiare approccio. Il nuovo capitolo, diretto da Zach Cregger, regista di Barbarian e Weapons, non prova a proseguire la saga cinematografica con Milla Jovovich e non adatta direttamente uno dei videogiochi di Capcom. Sceglie invece di raccontare una storia originale ambientata nell’universo di Resident Evil, cercando soprattutto di ricreare sul grande schermo le sensazioni tipiche del survival horror.
Al centro della storia c’è Bryan, un corriere medico interpretato da Austin Abrams, che durante una consegna si ritrova coinvolto in un’apocalisse. Quella che dovrebbe essere una semplice commissione si trasforma rapidamente in una corsa per la sopravvivenza, tra zombie, creature mutanti, laboratori e Umbrella Corporation. Il film parte quindi da una situazione molto semplice e la porta progressivamente verso un incubo sempre più grande.
Ed è proprio questa semplicità a funzionare. Cregger non perde tempo in spiegazioni eccessive e preferisce catapultare immediatamente il protagonista, e con lui lo spettatore, dentro la situazione.
Un Resident Evil diverso dagli altri

La differenza rispetto ai precedenti film della saga è evidente. La serie iniziata nel 2002 da Paul W.S. Anderson aveva progressivamente abbandonato la dimensione survival horror dei videogiochi per trasformarsi in un action movie sempre più spettacolare, con Alice (Milla Jovovich) al centro della storia. Resident Evil: Welcome to Raccoon City, nel 2021, aveva invece tentato di recuperare maggiormente personaggi, ambientazioni e situazioni dei primi videogiochi.
Il film di Cregger sceglie una terza strada. Non ci sono Alice, Leon Kennedy o Claire Redfield e non viene adattato un capitolo specifico della serie videoludica. Il protagonista è un personaggio completamente nuovo e la storia è autonoma.
Questo non significa però che il legame con i videogiochi sia stato abbandonato. Al contrario, il film sembra interessato soprattutto a ricrearne la struttura: Bryan deve raggiungere determinati luoghi, trovare risorse, affrontare creature sempre più pericolose e capire progressivamente le regole di un mondo che non conosce. Più che raccontare un videogioco, Cregger prova quindi a far vivere allo spettatore l’esperienza di giocarlo. I riferimenti alla saga sono presenti, dalla Umbrella Corporation alle creature e agli elementi riconoscibili dell’universo di Capcom, ma non diventano il motivo principale dell’operazione. È una scelta che permette al film di funzionare anche per chi non conosce approfonditamente i videogiochi.
Zach Cregger tra horror e comicità

La vera identità del film arriva dalla regia di Zach Cregger. Dopo Barbarian e Weapons, il regista conferma di avere una particolare capacità nel giocare con i codici dell’horror, alternando tensione, violenza e momenti grotteschi.
La fotografia di Dariusz Wolski contribuisce a questo risultato attraverso ambientazioni cupe, luci fredde e numerosi spazi chiusi, dove l’oscurità diventa parte integrante della suspense. Il film riesce così a costruire un’atmosfera sporca e inquietante senza rinunciare a una dimensione spettacolare, soprattutto quando entrano in scena le creature.
E proprio i mostri rappresentano una delle componenti più riuscite del film. Gli zombie sono soltanto l’inizio: la storia introduce progressivamente mutazioni e creature sempre più grottesche, spostando l’horror verso il monster movie e accompagnando il tutto con una buona dose di gore.
A sorprendere, però, è soprattutto il lato comico. Resident Evil non è una commedia horror, ma Cregger utilizza spesso l’umorismo per interrompere la tensione, soprattutto attraverso le reazioni di Bryan. Il protagonista non è un super soldato e non sa come affrontare quello che gli sta succedendo: ha paura, commette errori e spesso reagisce alle situazioni con incredulità. Le battute diventano così parte integrante del personaggio e, nella maggior parte dei casi, non compromettono l’atmosfera horror.
È un equilibrio non sempre scontato, ma che permette al film di avere una personalità molto diversa dai precedenti capitoli.
Austin Abrams e il resto del cast

A reggere il film è soprattutto Austin Abrams. Il suo Bryan è lontano dagli eroi tradizionali della saga: è una persona comune finita in una situazione straordinaria.
Abrams riesce a rendere credibile questa vulnerabilità senza trasformare il personaggio in una macchietta. Bryan corre, sbaglia, improvvisa e cerca semplicemente di rimanere vivo. Il suo percorso consiste soprattutto nel passaggio da persona completamente impreparata a sopravvissuto, ed è proprio questo a renderlo un protagonista efficace.
Nel cast troviamo anche Zach Cherry, Kali Reis, Paul Walter Hauser e Johnno Wilson. I personaggi secondari contribuiscono a rendere più movimentata la storia, anche se non tutti hanno lo stesso spazio per essere realmente approfonditi. È una conseguenza anche della durata del film, che si aggira intorno ai 90 minuti e privilegia il ritmo rispetto allo sviluppo più articolato dei personaggi.
Un film breve, ma non sempre completo

La durata contenuta è allo stesso tempo uno dei pregi e dei limiti di Resident Evil.
Il film procede rapidamente e non ci sono molti momenti morti. Cregger mantiene costantemente in movimento la storia, passando da una situazione all’altra senza appesantire la narrazione con spiegazioni superflue. D’altra parte, proprio questa velocità lascia la sensazione che alcune idee avrebbero potuto essere sviluppate maggiormente. Il percorso personale di Bryan rimane abbastanza semplice e nella parte finale il film tende ad accelerare, risolvendo alcuni elementi più rapidamente rispetto a quanto aveva fatto nella prima metà.
Non è comunque un problema che comprometta l’esperienza complessiva: Resident Evil sembra consapevole di voler essere soprattutto un film horror compatto, divertente e adrenalinico, piuttosto che un’opera interessata a costruire una mitologia complessa.
È un nuovo inizio che punta sull’horror e sull’ironia per distinguersi dai precedenti film della saga. Non è perfetto e avrebbe beneficiato di maggiore spazio per sviluppare personaggi e finale, ma Zach Cregger riesce a dare a Resident Evil una nuova identità senza dimenticarne lo spirito.
La recensione in breve
Il nuovo Resident Evil ha il merito di non cercare semplicemente di ripetere ciò che è già stato fatto. Dopo la lunga saga action di Paul W.S. Anderson e il tentativo di riavvicinamento ai videogiochi di Welcome to Raccoon City, Zach Cregger sceglie di costruire qualcosa di nuovo. Il risultato è un horror che riesce a essere violento, grottesco e divertente senza perdere completamente la tensione. La regia, la fotografia, le creature e soprattutto Austin Abrams contribuiscono a dargli una personalità precisa, mentre la struttura narrativa richiama i videogiochi senza trasformarsi in una semplice raccolta di citazioni. Bryan non è Alice, non è Leon e non è un supereroe. È semplicemente un uomo che si ritrova nel posto sbagliato e deve imparare, strada facendo, come sopravvivere. È una prospettiva semplice, ma efficace, e rappresenta probabilmente la novità più interessante di questo nuovo capitolo.
Pro
- La regia di Zach Cregger, capace di combinare horror, azione e comicità con un'identità precisa.
- Austin Abrams, convincente nei panni di un protagonista normale e vulnerabile.
- La struttura da videogioco, che restituisce la sensazione di giocare a Resident Evil senza adattare direttamente un capitolo.
- L'approccio originale, che permette al film di avere una propria identità senza rinunciare ai riferimenti alla saga.
Contro
- La parte finale procede un po' troppo velocemente.
- Chi cerca un horror più puro potrebbe trovare la componente comica e action troppo presente.
- L'assenza dei personaggi storici dei videogiochi potrebbe deludere chi si aspettava un adattamento più fedele al materiale originale.
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Voto CinemaSerieTV
