Ritorno a Buenos Aires, presentato in concorso a Venezia 83, affronta una delle ferite più profonde della storia argentina attraverso un racconto costruito intorno alla memoria, al trauma e alla difficoltà di confrontarsi con un passato che continua a esistere anche molti anni dopo. Al centro del film c’è Giancarlo Giannini, molto bravo nel dare corpo a un protagonista segnato da ciò che ha vissuto e chiamato a confrontarsi nuovamente con il trauma dei desaparecidos e della dittatura militare.
È un materiale narrativo potentissimo, che inevitabilmente porta con sé un enorme peso emotivo. Il film trova infatti alcuni momenti molto forti, soprattutto quando lascia emergere ciò che è accaduto senza trasformare la sofferenza delle vittime in uno spettacolo. Non indugiare continuamente sull’orrore è una scelta condivisibile, perché permette di affrontare un tema così delicato senza ricercare a tutti i costi immagini o situazioni scioccanti.
Il problema di Ritorno a Buenos Aires è piuttosto un altro: il film sembra dedicare molto tempo agli aspetti meno importanti della propria storia e troppo poco proprio a quelli che avrebbero meritato maggiore approfondimento. Ne deriva un racconto tecnicamente ben realizzato e interpretato con convinzione, ma emotivamente meno potente di quanto la vicenda lasciasse immaginare.
Giancarlo Giannini porta sulle spalle quasi tutto il film

Il protagonista è indubbiamente l’elemento più riuscito. Giannini riesce a rendere credibile il peso di un uomo che ha trascorso anni cercando di convivere con qualcosa che evidentemente non ha mai davvero superato. Il suo corpo, i silenzi e soprattutto la difficoltà ad avvicinarsi al momento della testimonianza restituiscono bene l’idea di un trauma rimasto sospeso nel tempo.
Questa centralità ha però anche una conseguenza: tutto il resto rimane inevitabilmente più sfocato. I personaggi secondari sono poco approfonditi e sembrano esistere soprattutto in relazione al percorso del protagonista. In una storia che parla anche di una tragedia collettiva, sarebbe stato interessante concedere maggiore spazio alle altre persone coinvolte e alle diverse forme che memoria e trauma possono assumere.
Il film preferisce invece rimanere quasi interamente ancorato a un unico punto di vista. Una scelta legittima, ma che finisce per restringere la portata di una storia che avrebbe potuto respirare maggiormente attraverso chi circonda il protagonista.
Una prima parte troppo lunga e un finale che corre

È soprattutto nella gestione dei tempi che Ritorno a Buenos Aires mostra i suoi limiti. La prima parte procede lentamente e dedica molto spazio alla quotidianità e allo stato emotivo del protagonista. Una preparazione che avrebbe senso se servisse a dare maggiore forza a ciò che accade successivamente.
Quando il film arriva finalmente al processo, però, succede quasi il contrario. La parte che dovrebbe rappresentare il vero punto di arrivo del percorso viene affrontata molto più rapidamente e la stessa rappresentazione del procedimento giudiziario risulta poco credibile, con dinamiche e passaggi che sembrano piegarsi alle necessità narrative più che restituire la complessità di un momento di questo tipo.
Il problema diventa ancora più evidente nel percorso del protagonista. Fino a poche ore prima della testimonianza sembra impossibile che possa persino riuscire a entrare in tribunale e confrontarsi pubblicamente con ciò che ha vissuto. Quando arriva il momento decisivo, invece, il suo trauma sembra superato con una rapidità poco coerente con tutto ciò che il film aveva costruito fino a quel momento.
Non sarebbe servito rendere il processo più lungo o più melodrammatico, ma approfondire maggiormente il passaggio che conduce il protagonista dalla paralisi alla possibilità di testimoniare. Dopo una prima parte tanto dilatata, proprio il momento che avrebbe richiesto più tempo e attenzione finisce così per sembrare il più affrettato.
Non tutti i momenti hanno lo stesso peso

Questa sensazione di squilibrio riguarda anche alcune singole sequenze. Se passaggi cruciali legati ai desaparecidos, alla memoria e alla testimonianza avrebbero meritato maggiore spazio, altre scene risultano invece meno necessarie.
È il caso, per esempio, del rapporto sessuale del protagonista, una sequenza che occupa uno spazio difficilmente giustificabile all’interno di un film che successivamente sembra avere fretta proprio nei momenti più importanti. Il problema non è la scena in sé, quanto la gerarchia narrativa che ne deriva: quando il tempo a disposizione è limitato, ciò che si decide di mostrare e approfondire acquista inevitabilmente un peso.
Ed è proprio questa distribuzione a rendere meno soddisfacente la seconda parte. Il film possiede gli elementi per costruire un percorso emotivo molto più incisivo, ma sembra arrivare al proprio cuore quando ormai resta troppo poco tempo per esplorarlo davvero.
Un tema enorme che avrebbe potuto emozionare di più

Il cinema argentino ha affrontato più volte la dittatura, i desaparecidos e il difficile rapporto del Paese con la propria memoria. Un film come Argentina, 1985, presentato anch’esso a Venezia nel 2022, ha dimostrato quanto sia possibile raccontare questa pagina storica mantenendo insieme dimensione politica, individuale ed emotiva.
Il confronto rende ancora più evidente ciò che manca a Ritorno a Buenos Aires. Non la competenza tecnica: il film è ben realizzato. Non le interpretazioni, perché Giannini offre una prova convincente. E nemmeno la presenza di momenti capaci di restituire la gravità di ciò che viene raccontato.
A mancare è soprattutto una progressione emotiva altrettanto forte. Ritorno a Buenos Aires racconta una storia che dovrebbe lasciare un segno profondo, ma arriva alla conclusione senza aver sfruttato completamente il proprio potenziale. La scelta di non insistere sulle sofferenze dei desaparecidos evita qualsiasi forma di ricatto emotivo ed è probabilmente una delle decisioni più rispettose del film. Ma non mostrare di più non significa necessariamente approfondire di meno.
Il vero limite sta proprio qui: alcune delle ferite più interessanti vengono aperte senza avere abbastanza tempo per essere esplorate. E quando finalmente il protagonista arriva davanti al proprio passato, il film sembra avere molta più fretta di lui.
La recensione in breve
Ritorno a Buenos Aires affronta il trauma dei desaparecidos attraverso un protagonista interpretato con grande intensità da Giancarlo Giannini. Il film evita di indulgere sulla sofferenza e trova alcuni momenti molto forti, ma una struttura sbilanciata penalizza il risultato: alla lunga preparazione iniziale corrispondono una seconda parte troppo rapida, una rappresentazione poco credibile del processo e una risoluzione del trauma del protagonista eccessivamente repentina. Tecnicamente solido, non riesce così a emozionare quanto la storia che racconta meriterebbe.
PRO
- Giancarlo Giannini offre un'interpretazione molto convincente
- Il tema dei desaparecidos viene affrontato senza indulgere nella sofferenza
- Alcuni momenti possiedono una notevole forza
- Una realizzazione tecnicamente solida
CONTRO
- Una prima parte eccessivamente lunga rispetto alla seconda
- Una rappresentazione del processo poco credibile
- La risoluzione del trauma del protagonista appare troppo repentina
- I personaggi secondari rimangono poco approfonditi
- Alcune sequenze sottraggono spazio ai passaggi più importanti
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