Il film: Rogue, 2007. Regia: Greg McLean. Cast: Radha Mitchell, Michael Vartan, Sam Worthington, Mia Wasikowska Genere: Azione, horror Durata: 93 minuti. Dove l’abbiamo visto: Su Netflix, in lingua originale.
Trama: Pete McKell è un giornalista americano inviato in Australia. All’aeroporto viene smarrito il bagaglio con il suo computer, fondamentale per scrivere il reportage. In attesa di ricevere aggiornamenti in merito decide di farsi una piccola crociera. La barca della guida Kate, con sopra Pete e svariati altri passeggeri, verrà attaccata da un coccodrillo di enormi dimensioni.
I Monster Movie (o Beast Movie in base alla specie del protagonista) sono tra i sottogeneri più gioiosi e divertenti della storia del cinema. Certo, per quanto si possa provare gioia a guardare una serie di inermi esseri umani che cercano di opporsi a un mostro, di solito di grandi dimensioni e spesso con tendenze omicide. Nel corso dei decenni ne abbiamo visti di tutti i tipi, dalla seminale saga di Godzilla con appresso i vari Kaiju Movie, passando per King Kong arrivando a Lo Squalo, un game changer per quanto riguarda la prospettiva n prospettiva occidentale. Poi piano piano la fiamma si è assopita, con gli ultimi squilli arrivati nei tardi ’90.
Oggi il genere vive tutto sommato un buon momento, visto anche il successo della saga Shark con Jason Statham. Invece il primo decennio degli anni 2000 per i Monster Movie è stato un periodo piuttosto buio, salvo rari casi (come quel capolavoro di The Host di Bong Joon-ho), spesso relegati a Direct-to-video e considerati b-movies nei quali non investire. Come vedremo in questa recensione di Rogue, il monster movie australiano del 2007 arrivato da poco su Netflix fa eccezione, almeno nelle intenzioni iniziali.
La trama: una tranquilla crociera di paura

Pete McKell è un giornalista di Chicago che si trova in Australia per svolgere un reportage. Sfortunatamente il suo bagaglio all’aeroporto viene smarrito e con esso il computer, fondamentale per poter scrivere. Pete si trova a girovagare in attesa di risposte in merito ed entra in un bar per farsi un caffé. Vede vari articoli di giornale su coccodrilli e su aggressioni ai danni di turisti. Il barista non nasconde un po’ di inquietante soddisfazione nel parlare di forestieri aggrediti. Pete, stuzzicato, decide di partecipare a un breve tour in barca dedicato all’osservazione di coccodrilli.
Alla guida c’è Kate, accompagnata dal suo fedele cane. La donna e i vari turisti, tra cui Pete, verranno però attaccati da un enorme coccodrillo e dovranno resistere su un’isoletta con la marea che sale e nel mentre cercare una via di fuga. Tutta la parte di trama appena descritta occupa i primi 15/20 minuti del film. Caratteristica che rispecchia la tradizione del genere e che è anche uno dei punti forti di Rogue. Ovvero quello di non perdersi in inutili orpelli e di andare dritto al punto. Lo spettatore, come d’altronde il barista dell’incipit, vuole un coccodrillo pronto a nutrirsi di turisti impreparati.
Nascita e fallimento del progetto

Facciamo un passo indietro. L’australiano Greg McLean nel 2005 sorprende gli appassionati di Horror del nuovo millennio con Wolf Creek. Slasher movie fresco e vivace che gioca molto sull’Australia e sull’essere australiani. Il successo arriva in modo insperato e il film diventa un piccolo cult. Invece di ripetersi – lo farà nel 2014 col sequel – decide di buttarsi sul Monster movie. Riesce a trovare un budget piuttosto importante (circa 25 milioni) e un cast più che discreto: Michael Vartan da Alias; Radha Mitchell che all’epoca era un nome super spendibile; Sam Worthington prima che Hollywood ci puntasse (fallendo); in più una Mia Wasikowska adolescente.
Cerca di replicare la ricetta di Wolf Creek e quindi di fare un Monster Movie ma molto australiano. Nel mercato domestico il film non va bene, il film sbarca poi negli USA ma con una distribuzione prossima allo zero. Il risultato è un flop enorme, tanto che qua in Italia ha esordito (su Netflix) questo mese per la prima volta. Lo stesso Greg McLean ha rischiato di rimetterci la carriera, rimase ben sei anni senza girare nulla prima di tornare con il sequel di Wolf Creek (se ci pensiamo bene una sorta di restart).
Il monster movie anni 2000

Alla base dell’insuccesso di Rogue ci possono essere vari fattori. Sicuramente una politica distributiva penalizzante ma ancor più alla radice la poca fiducia che si aveva all’epoca nei mercati occidentali sui Monster Movie. Oggi in Italia sta attirando parecchie attenzioni, soprattutto grazie alla felice scelta di portarlo su Netflix pressoché in concomitanza con l’uscita e il successo di Shark 2. Visto oggi Rogue mostra alcuni difetti intrinsechi. Se da una parte, come dicevamo, trova forza nell’andare subito al punto senza perdersi in chiacchiere, dall’altra passa sopra troppo velocemente su momenti che dovrebbero essere focali. I primi omicidi del coccodrillo sono troppo rapidi, girati in modo sciatto e invece di far salire la tensione hanno uno strano effetto anticlimatico.
Lo stesso si può dire per la parte di turisti non centrale: chi non muore subito si salva e viene fatto sparire dalla narrazione per concentrarsi sui due protagonisti. Proprio i momenti con Pete e Kate sono i migliori, compreso uno scontro finale che pur non eccezionale si difende bene. Alcuni dettagli lo rendono deliziosamente anni 2000, come per esempio la scelta di racchiudere i superstiti in un’isolotto, un richiamo a squarciagola a Lost. Rogue non è un grande film e probabilmente non è neanche bello. Eppure è un oggetto prezioso che ci fa ripercorrere un periodo di cinema strano e il cui successo estemporaneo di questi giorni ci conferma la voglia di monster movie del pubblico.
La recensione in breve
Rogue non è un grande film e probabilmente non è neanche bello. Eppure è un oggetto prezioso, le cui vicende produttive ci fanno vedere da vicino la storia dei Monster Movie e ripercorrere un periodo di cinema (quello degli anni 2000) strano. Un film che merita di essere visto più per questi fattori esterni che per l'opera in sé e il cui successo di questi giorni dimostra la fame del pubblico di questo splendido sottogenere.
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