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Home » Film » Recensioni film » Se domani non torno, la recensione: raccontare il femminicidio senza spettacolarizzare il dolore

Se domani non torno, la recensione: raccontare il femminicidio senza spettacolarizzare il dolore

La recensione di Se domani non torno, che sceglie di mettere al centro Giulia Cecchettin, rinunciando alle dinamiche più morbose del true crime.
Martina SulasBy Martina Sulas26 Ottobre 2026Updated:26 Ottobre 2026
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Una scena del film. Fonte Notorious Pictures
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Raccontare una storia come quella di Giulia Cecchettin significa assumersi una responsabilità che va oltre la semplice ricostruzione dei fatti. Significa decidere cosa mostrare, a chi dare spazio e, soprattutto, quale significato attribuire a una tragedia che ha segnato profondamente il dibattito pubblico italiano. Se domani non torno, diretto da Paola Randi, compie una scelta precisa: non fare del femminicidio il centro dello spettacolo, ma raccontare ciò che viene dopo, quando le telecamere si spengono e chi resta deve trovare un modo per andare avanti.

È probabilmente questo l’aspetto più riuscito del film. In un panorama in cui il true crime tende spesso a insistere sui dettagli delle violenze, sulle dinamiche del delitto e sulla figura dell’assassino, l’opera sceglie di non percorrere quella strada. Filippo Turetta non viene nominato né rappresentato direttamente. Non c’è interesse nel ricostruirne la personalità, nel cercare spiegazioni psicologiche o nel trasformarlo, ancora una volta, nel personaggio attorno al quale costruire il racconto. È semplicemente l’uomo che ha ucciso Giulia, e il film non sente il bisogno di concedergli altro spazio.

Una decisione tutt’altro che secondaria. Quando si raccontano vicende di questo tipo, il rischio è che la vittima finisca per essere ricordata soprattutto attraverso la propria morte, mentre chi l’ha uccisa ottiene un’attenzione sproporzionata. Se domani non torno prova a invertire questa prospettiva, restituendo centralità a Giulia e alle persone che l’hanno amata. Non è tanto la necessità di mostrare a essere importante, quanto quella di capire cosa significhi perdere una persona e quanto possa essere difficile impedire che la sua storia venga ridotta a un fatto di cronaca.

Giulia, Elena, Gino e Davide: il dolore che diventa una battaglia

Una scena del film. Fonte Notorious Pictures

Il film non si limita a raccontare il lutto di una famiglia, ma mostra come alla perdita si aggiunga un’altra forma di sofferenza: quella di dover difendere il proprio dolore dagli sguardi, dai giudizi e dalle polemiche di chi, invece di ascoltare, preferisce attaccare o sminuire.
Dopo la morte di Giulia, Elena, Gino e Davide si trovano a fare i conti non soltanto con un’assenza impossibile da colmare, ma anche con le reazioni di una società che fatica ad accettare una denuncia esplicita del patriarcato. Le loro parole diventano oggetto di discussione, il loro impegno viene messo in dubbio e il tentativo di trasformare una tragedia personale in una battaglia collettiva finisce per esporli a ulteriori sofferenze. Come se parlare di femminicidio, denunciare una cultura che alimenta la violenza e chiedere un cambiamento significasse oltrepassare un limite che dovrebbe essere rispettato.

È qui che Se domani non torno trova la sua ragione d’essere. Il femminicidio non viene presentato come un episodio isolato, incomprensibile e distante dalla quotidianità, ma come la manifestazione più estrema di una cultura che continua a normalizzare il possesso, il controllo e l’incapacità di accettare la libertà altrui. Il film invita a guardare oltre il singolo assassino, interrogandosi su ciò che rende possibile la violenza e sui comportamenti che troppo spesso vengono giustificati, minimizzati o scambiati per manifestazioni d’amore.
In questo percorso, Elena rappresenta la volontà di non lasciare che la memoria della sorella si esaurisca nella cronaca. Il suo impegno è il tentativo di dare un seguito alla propria perdita, di parlare a chi non ha ancora compreso la portata del problema e di trasformare il ricordo di Giulia in qualcosa che possa avere un’utilità concreta per altre donne. Non si tratta di trovare un senso alla sua morte, perché nessuna battaglia può renderla meno ingiusta, ma di impedire che tutto ciò che è accaduto venga archiviato senza produrre alcuna consapevolezza.

La crescita di Gino e la responsabilità degli uomini

Una scena del film. Fonte Notorious Pictures

Ancora più interessante è il percorso di Gino, che il film racconta non soltanto come quello di un padre devastato dalla perdita, ma come quello di un uomo costretto a rimettere in discussione il proprio modo di guardare la società. Il suo cambiamento non consiste semplicemente nel trovare la forza di parlare pubblicamente della figlia, ma nel comprendere che la lotta contro la violenza di genere riguarda anche gli uomini che non la esercitano direttamente.

È un passaggio importante, perché il patriarcato non si esaurisce nella figura dell’uomo violento. È un sistema culturale che influenza l’educazione, i rapporti affettivi e le aspettative sociali, spesso attraverso comportamenti talmente radicati da diventare invisibili. Per questo non basta condannare un assassino: è necessario interrogarsi sui modelli che vengono trasmessi, sul modo in cui si educano i figli e sul significato che si attribuisce al rispetto, al consenso e all’autonomia delle donne.
La crescita di Gino passa proprio da qui. Il dolore non lo porta soltanto a ricordare Giulia, ma lo spinge a impegnarsi affinché altre ragazze non debbano subire la stessa sorte. Da padre che ha perso una figlia diventa anche un uomo che riconosce la necessità di assumersi una responsabilità collettiva, mettendosi in discussione e facendo della propria voce uno strumento di cambiamento.

Il film trova in questa evoluzione uno dei suoi messaggi più importanti: la lotta al patriarcato non può essere lasciata esclusivamente alle donne. Richiede anche agli uomini di riconoscere il problema, interrogarsi sul proprio ruolo e contribuire a modificare una cultura che continua a produrre disuguaglianze e violenza. È una riflessione che il racconto riesce a rendere accessibile senza perdere di vista la dimensione personale della vicenda.

La regia di Paola Randi: scegliere cosa raccontare

Una scena del film. Fonte Notorious Pictures

La scelta di non spettacolarizzare la violenza si riflette anche nell’approccio registico di Paola Randi, che preferisce concentrarsi sulle persone, sulle relazioni e sulle conseguenze della tragedia, anziché sulla ricostruzione del delitto. Il film sceglie infatti di lasciare quasi completamente fuori campo l’assassino, senza nominarlo né rappresentarlo direttamente. Non c’è interesse nell’approfondirne la psicologia o nel ricostruirne le motivazioni: la sua presenza si esaurisce nell’atto che ha spezzato la vita di Giulia, senza diventare il fulcro del racconto.

È una scelta significativa, che permette di sottrarsi a una delle dinamiche più problematiche del true crime: la tendenza a concentrare l’attenzione su chi commette la violenza, alimentando la curiosità del pubblico attraverso dettagli e ricostruzioni che rischiano di mettere in secondo piano la vittima. Paola Randi adotta invece una prospettiva diversa, riportando al centro Giulia, la sua famiglia e tutto ciò che la sua morte ha lasciato dietro di sé. L’assenza dell’assassino diventa così una precisa scelta narrativa, che restituisce spazio alla persona che ha perso la vita e a chi continua a portarne il ricordo.
Questa attenzione si ritrova anche nel modo in cui vengono raccontati il dolore e le relazioni familiari. Senza insistere sulle immagini della violenza o ricorrere a una rappresentazione esasperata della sofferenza, la regia cerca di restituire a Giulia una dimensione che vada oltre la sua morte, attraverso gli affetti, i ricordi e i gesti quotidiani. Uno sguardo che dimostra come, nel raccontare una storia del genere, non sia necessario mostrare tutto per riuscire a trasmetterne il peso.

Sul piano strettamente cinematografico, tuttavia, il risultato è meno incisivo. La regia rimane funzionale alla storia, la fotografia non presenta soluzioni visive particolarmente memorabili e il linguaggio dell’opera non si distingue per una forte originalità. In alcuni passaggi, inoltre, la volontà di trasmettere un messaggio preciso prende il sopravvento sulla narrazione, rendendo alcune scene più didascaliche che autenticamente coinvolgenti.
Sono limiti che impediscono al film di raggiungere una piena maturità cinematografica, ma che non ne annullano il valore. La qualità tecnica conta, ma in questo caso la forza dell’opera risiede soprattutto nella prospettiva scelta per raccontare la vicenda. La decisione di lasciare fuori campo l’autore del delitto, per concentrarsi su Giulia e sulle conseguenze della sua perdita, dimostra una consapevolezza narrativa che dà significato anche alle imperfezioni formali del film.

La recensione in breve

6.5 Corretto

Se domani non torno non è un film che colpisce per la sua qualità cinematografica, ma per la prospettiva da cui sceglie di raccontare una storia dolorosa e necessaria. Evitando di concentrarsi sull'assassino e sui dettagli del delitto, Paola Randi restituisce spazio a Giulia, alla sua famiglia e alla battaglia che Elena e Gino hanno deciso di portare avanti. È un'opera che avrebbe potuto essere più incisiva nella regia e meno didascalica nella scrittura, ma che dimostra una consapevolezza importante: raccontare un femminicidio significa anche interrogarsi sulla cultura che lo rende possibile e su ciò che possiamo fare perché non accada di nuovo.

Pro
  1. Il rifiuto delle dinamiche più morbose del true crime e della spettacolarizzazione del dolore.
  2. La centralità di Giulia e della sua famiglia, anziché dell'assassino.
  3. La riflessione sul patriarcato come problema culturale e collettivo.
Contro
  1. Regia e fotografia corrette, ma poco incisive sul piano strettamente cinematografico.
  2. Una forma che non sempre riesce a raggiungere la stessa forza dei temi affrontati.
  • Voto CinemaSerieTV 6.5
  • User Ratings (0 Votes) 0
Martina Sulas

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