L’idea alla base di Sheep in the Box è immediatamente disturbante e affascinante: una coppia distrutta dalla morte del figlio decide di accogliere in casa una replica umanoide del bambino, creata grazie all’intelligenza artificiale.
È una premessa che potrebbe aprire riflessioni profonde sul lutto, sulla memoria, sull’elaborazione del dolore e sul bisogno disperato di trattenere chi non c’è più. Ma il problema principale del film è proprio questo: sembra non sapere mai davvero cosa fare del proprio concept.
Kore-eda evita quasi completamente le implicazioni più inquietanti della storia e sceglie invece una strada molto più morbida, rassicurante e sentimentale. Il risultato è un film che sfiora continuamente temi enormi senza mai avere il coraggio di affondarci dentro davvero.
Kore-eda torna ai suoi temi, ma senza la forza del passato

Il cinema di Kore-eda ha sempre raccontato famiglie spezzate, assenze e relazioni fragili con grande delicatezza. Qui però quella delicatezza finisce per trasformarsi spesso in qualcosa di troppo controllato e artificiale.
Sheep in the Box sembra quasi un collage di elementi già visti nel cinema del regista: il lutto di After Life, le dinamiche familiari di Like Father, Like Son, la riflessione sull’umanità artificiale di Air Doll. Ma stavolta manca davvero uno sguardo nuovo.
Il film si muove continuamente dentro territori già esplorati senza aggiungere particolari spunti originali. Anche la componente sci-fi, che poteva essere l’elemento più interessante, resta incredibilmente timida e innocua.
Tutto viene trattato con estrema cautela, come se Kore-eda avesse paura di sporcarsi le mani con le implicazioni più disturbanti della storia.
Un film troppo lungo e spesso ripetitivo

Uno dei problemi maggiori di Sheep in the Box è la durata. Le oltre due ore finiscono per appesantire enormemente un racconto che già dopo la prima metà sembra aver esaurito gran parte delle sue idee.
Kore-eda insiste su scene contemplative, silenzi e piccoli gesti quotidiani che nel suo cinema hanno spesso funzionato benissimo, ma qui rischiano continuamente di trasformarsi in ripetizione.
Molte dinamiche tra i personaggi vengono ribadite più volte senza reali evoluzioni narrative o emotive. Il conflitto tra i due genitori, l’attaccamento della madre al bambino-robot, la diffidenza iniziale del padre: tutto procede in modo estremamente prevedibile.
Il film cerca continuamente la commozione attraverso immagini dolciastre e momenti costruiti per essere poetici, ma a lungo andare il tono diventa quasi soffocante nella sua insistenza.
L’emozione resta sempre troppo controllata

La cosa più sorprendente è quanto Sheep in the Box riesca a essere poco coinvolgente nonostante il tema trattato. Si parla di perdita di un figlio, di elaborazione del lutto e di bisogno disperato di amore, ma il film resta spesso emotivamente distante.
Kore-eda sembra molto più interessato alla grazia estetica delle immagini che alla complessità psicologica dei personaggi. La sofferenza viene continuamente addolcita, smussata, resa elegante.
Perfino i momenti che dovrebbero essere più devastanti vengono trattati con una leggerezza quasi irreale, e alla lunga il film finisce per apparire più melenso che davvero toccante.
L’uso insistito della musica e di certe immagini “da favola” contribuisce ulteriormente a questa sensazione di artificiosità emotiva.
Haruka Ayase è la cosa migliore del film

A salvare almeno in parte Sheep in the Box è soprattutto Haruka Ayase. La sua interpretazione riesce a dare una certa autenticità a un personaggio che rischiava facilmente di diventare soltanto simbolico.
Ayase rende molto bene il vuoto emotivo di una madre incapace di lasciar andare il figlio e il modo in cui il robot diventa una proiezione disperata del suo bisogno di continuare a sentirsi madre.
Anche Daigo funziona nel ruolo del padre più scettico e distante, ma i personaggi restano comunque limitati da una scrittura che non li lascia mai davvero esplodere.
Un film elegante ma sorprendentemente povero di idee
Visivamente Sheep in the Box è molto bello: la fotografia luminosa, gli spazi minimalisti, il design futuristico e il tono sospeso funzionano bene. Ma l’eleganza formale da sola non basta.
Il problema è che il film sembra continuamente girare intorno alle sue intuizioni senza mai approfondirle davvero. Non diventa mai inquietante, mai davvero doloroso, mai realmente provocatorio.
Alla fine resta soprattutto la sensazione di un’occasione mancata: un film che parte da una delle idee più forti e disturbanti viste a Cannes, ma che sceglie continuamente la strada più semplice, rassicurante e prevedibile.
Sheep in the Box è un’opera curata e raffinata, ma anche sorprendentemente povera di idee nuove. Un melodramma sci-fi troppo lungo, troppo controllato e troppo innamorato della propria delicatezza per lasciare davvero il segno.
La recensione in breve
Sheep in the Box è un film elegante ma sorprendentemente debole per Hirokazu Kore-eda. Partendo da una premessa potentissima — una coppia che “riporta in vita” il figlio morto attraverso un robot umanoide — il regista costruisce un racconto troppo lungo, prevedibile e incapace di approfondire davvero le implicazioni emotive e morali della sua idea.
Pro
- Ottima interpretazione di Haruka Ayase
- Esteticamente molto curato
- Alcuni momenti delicati funzionano
Contro
- Povero di idee davvero originali
- Troppo lungo e ripetitivo
- Emozioni spesso fredde e artificiose
- Tono eccessivamente melenso
- Non sfrutta davvero il potenziale della premessa
- Voto CinemaSerieTV
