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Home » Film » Recensioni film » Speak No Evil – Non parlare con gli sconosciuti, la recensione: un remake che esiste perché glielo abbiamo permesso

Speak No Evil – Non parlare con gli sconosciuti, la recensione: un remake che esiste perché glielo abbiamo permesso

La recensione di Speak No Evil – Non parlare con gli sconosciuti, remake americano dell’horror danese di culto.
Max BorgDi Max Borg11 Settembre 2024
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Una scena di Speak no Evil (fonte: Universal Pictures)
Una scena di Speak no Evil (fonte: Universal Pictures)
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Il film: Speak No Evil – Non parlare con gli sconosciuti (Speak No Evil), 2024. Regia: James Watkins. Cast: James McAvoy, MacKenzie Davis, Aisling Franciosi, Alix West Lefler, Dan Hough, Scoot McNairy. Genere: horror, thriller. Durata: 110 minuti. Dove l’abbiamo visto: al cinema, in anteprima stampa, in lingua originale.

Trama: Una famiglia americana scopre che la vacanza ideale nella campagna inglese potrebbe rivelarsi un incubo.

A chi è consigliato? Ai fan di James McAvoy e della casa di produzione Blumhouse.


Era davvero necessario? È la domanda che si sono posti tutti all’annuncio di un remake dell’acclamato e cinico horror Speak No Evil, non solo per la distanza ravvicinata (chi scrive ha visto la nuova versione poco meno di due anni dall’originale, tra l’altro nello stesso cinema), ma anche e soprattutto per un altro dettaglio cruciale: che senso ha rifare per il mercato americano, notoriamente allergico ai sottotitoli, un film che, pur essendo targato Danimarca, era già di suo quasi interamente in inglese? Un interrogativo – fra i tanti – a cui il nuovo lungometraggio, diretto dall’inglese James Watkins e prodotto dalla Blumhouse, cerca di rispondere, dandoci l’occasione di parlarne nella nostra recensione di Speak No Evil – Non parlare con gli sconosciuti.

Vacanze in Italia

Una scena di Speak no Evil (fonte: Universal Pictures)
Una scena di Speak no Evil (fonte: Universal Pictures)

Come nel capostipite, tutto ha inizio dalle nostre parti, dove due famiglie si incontrano in un agriturismo: la prima – marito, moglie e figlia preadolescente – è americana ma residente a Londra per il lavoro di lui, la seconda – coppia con figlio maschio più o meno coetaneo della ragazzina – è inglese e vive nella campagna del Devon, nel cosiddetto West Country del Regno Unito. Su invito di questi ultimi, gli americani accettano di passare un weekend da loro, lontano dallo stress della grande città. Ma l’atmosfera si fa presto tesa, poiché i campagnoli sembrano noncuranti di qualsiasi norma sociale, e il loro figlio – nato senza lingua – si comporta in maniera decisamente strana. E così, la vacanza ideale potrebbe trasformarsi in un incubo senza fine, in mezzo al nulla senza la possibilità di chiamare aiuto…

James McEvil

Una scena di Speak no Evil (fonte: Universal Pictures)
Una scena di Speak no Evil (fonte: Universal Pictures)

Laddove l’originale faceva uso di un cast di attori non particolarmente noti, il remake ha fin da subito sottolineato nel marketing la presenza di James McAvoy nei panni di Patrick detto Paddy, il capofamiglia inglese il cui ruolo si fa progressivamente sempre più sinistro, consentendo all’attore scozzese di divertirsi con quel lato oscuro della sua personalità interpretativa che non ha sempre modo di tirare fuori sullo schermo. Notevole, al suo fianco, l’irlandese di origine italiana Aisling Franciosi, lanciata da The Nightingale sei anni or sono e di nuovo protagonista di una storia molto brutale, ma questa volta dall’altra parte della barricata. La coppia americana ha invece le fattezze di Scoot McNairy e Mackenzie Davis, perfettamente a disagio e/o terrorizzati quando il copione lo richiede.

La location cambia, la lingua no

Una scena di Speak no Evil (fonte: Universal Pictures)
Una scena di Speak no Evil (fonte: Universal Pictures)

Il dettaglio più interessante è legato a un altro nome che appare nei credits: la sceneggiatura e la regia recano infatti la firma di James Watkins, cineasta inglese noto soprattutto in ambito horror, e che si è affermato in quel campo nel 2008 con l’opera prima Eden Lake, un altro racconto di una coppia in vacanza che scopriva il lato oscuro della campagna inglese (lui, tra l’altro, era un allora sconosciuto Michael Fassbender). E seppure in maniera edulcorata, per via dei mezzi di produzione americani, quella poetica riaffiora in questo suo quarto lungometraggio, che sin dall’inizio pone le basi per qualcosa di non strettamente uguale al prototipo di Kristian Tafdrup. E difatti, dopo 65 minuti che aderiscono abbastanza pedissequamente all’origine (salvo alcuni riferimenti culturali e un paio di indizi circa la direzione in cui vuole andare il regista), i rimanenti 45 sono completamente diversi, stravolgendo il senso della versione danese ma trovandosi in linea con il discorso che Watkins ha portato avanti in precedenza. E così il titolo acquisisce una connotazione quasi metacinematografica, un po’ perversa, perché il male di cui non bisogna parlare non ha la stessa potenza che aveva nell’indelebile finale del film danese. È quasi come se non ci fosse, sacrificato in nome di un divertimento che, per quanto efficace (il regista ci sa fare con i momenti di violenza), non lascerà il segno come ha fatto a suo tempo il predecessore europeo.

La recensione in breve

6.5 Indeciso

James Watkins e James McAvoy sono in ottima forma, e il film in sé può anche divertire, ma c'è una palese discrepanza tra il copione originale e ciò che vuole farne il regista.

Pro
  1. James McAvoy è strepitoso
  2. La scelta di discostarsi dal film originale nella parte conclusiva è lodevole...
Contro
  1. ... ma così facendo viene meno la componente cinica e viscerale associata alla premessa
  • Voto CinemaSerieTV 6.5
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