Il film: The Apprentice, 2024. Regia: Ali Abbasi. Cast: Sebastian Stan, Jeremy Strong, Maria Bakalova. Genere: Dramma. Durata: 120 minuti. Dove l’abbiamo visto: al Festival di Cannes, in lingua originale.
Trama: Il film racconta la giovinezza e l’ascesa al potere del giovane Donald Trump, a partire dall’incontro con il mentore Roy Cohn.
A chi è consigliato?: A chi ama i biopic non convenzionali, dalle tematiche controverse, ed è interessato ad approfondire una delle figure più iconiche dell’America degli ultimi 50 anni.
Tra i titoli più attesi di questo settantasettesimo Festival di Cannes c’era sicuramente The Apprentice, il film dedicato alla giovinezza di quello che è stato nel bene e (soprattutto) nel male uno dei personaggi simbolo dell’America degli ultimi 50 anni: Donald Trump. Dietro la macchina da presa c’è Ali Abbasi, regista iraniano naturalizzato danese famoso anche per aver portato alla kermesse francese lo splendido Holy Spider. Uno sguardo “esterno” il suo su quello che è forse il personaggio/fenomeno più conosciuto dell’America contemporanea e che speravamo potesse regalarci quel qualcosa in più su qualcuno su cui è già stato detto e scritto di tutto.
Come vedremo in questa recensione di The Apprentice Abbasi fallisce però nel mettere sotto la luce del suo riflettore chi sarebbe dovuto essere il protagonista assoluto di questa storia: il giovane Trump nella sua scalata al potere viene infatti messo in ombra dalla presenza totalizzante del suo mentore, il Roy Cohn di Jeremy Strong. L’attore di Succession da vita ad un personaggio più magnetico che mai, capace di catalizzare completamente l’attenzione dello spettatore ogni volta che entra in scena. Per quanto Sebastian Stan sia quasi camaleontico nella sua trasformazione in Trump, il film perde di mordente quando l’attenzione si sposta tutta su di lui mettendo da parte Cohn. Peccato, perché entrando in sala quello che desideravamo era uno sguardo nuovo, una prospettiva inaspettata, sul personaggio simbolo del capitalismo americano più mostruoso, non un ritratto toccante e sincero sul suo mentore. Questo non vuol dire, però, che The Apprentice non sia un buon film, ci ha semplicemente dato qualcosa di diverso rispetto a quello che ci aspettavamo.
La “nascita” di Trump

Il film si apre nei primi anni Settanta, quando Donald Trump lavora nell’impero immobiliare del padre, ma sogna di distinguersi e di potercela fare da solo. Saranno i problemi con la legge dell’azienda di famiglia (e le accuse di discriminazione razziale nei confronti degli inquilini afroamericani) ad aprire la strada per la sua scalata al successo: l’incontro fortuito con il controverso avvocato Roy Cohn, che gioca sporco e non perde mai, sblocca in Trump tutto il suo potenziale latente. Ma anche tutte quelle caratteristiche che lo renderanno tra gli uomini più odiati d’America: lo sfrontato ed impenitente egoismo, il doppiogiochismo, l’ignoranza come vessillo del proprio modo di pensare, la totale noncuranza per gli altri.
Ad accompagnarlo nella sua ascesa al potere non solo Cohn ma anche la sua prima moglie Ivana (Maria Bakalova), prima pilastri nella sua vita poi facilmente messi da parte una volta raggiunti gli obiettivi desiderati. Quella di Trump è una storia di successo ricca di lati oscuri – tra cause, stipendi non pagati ai propri dipendenti, corruzione – ma comunque unica nel suo suo genere, una scalata che lo ha trasformato in un simbolo del sogno americano. In tutte le sue brutture.
Il ritratto di un giovane prodigioso

Il giovane Trump nel film di Abbasi diviene il personaggio perfetto per raccontare un momento particolare della storia americana e si fa icona di una realtà ben specifica, genitrice di tanto di quello che di sbagliato riconosciamo nella società di oggi. I riferimenti al presente sono infatti continui, dai complottismi senza freno nati attorno alla figura di Trump alla sua doppia corsa alla presidenza, ed evidenziano il tentativo di Abbasi di raccontare non solo il passato ma anche la contemporaneità.
Donald Trump nel film subisce una notevole trasformazione, passando da ragazzone ingenuo a imprenditore senza scrupoli assetato di potere. Questo cambiamento è reso possibile dalla presenza di Cohn, di cui assorbe gli insegnamenti e li fa propri: negare sempre, ammettere mai e non accettare mai la sconfitta. Anche quando questa è inevitabile non bisogna riconoscerla mai, un modo per aggirare, corrompere e sopraffare si trova sempre. Il cambiamento di Trump dalla prima alla seconda metà del film, in cui viene a galla la sua vera natura, è davvero impressionante: da giovane sognatore a spregevole antieroe senza scrupoli morali il personaggio di Sebastian Stan è costruito con precisione chirurgica ed è sempre convincente.
Sebastian Stan e Jeremy Strong
L’interpretazione di Stan, come dicevamo, è davvero camaleontica e funziona particolarmente bene: l’attore assorbe le espressioni, il modo di muoversi, di toccarsi capelli di Trump, dandogli davvero una seconda vita sullo schermo. Ma è Jeremy Strong a rubare la scena, con un’interpretazione così sentita e particolare da spostare completamente l’attenzione sul suo Roy Cohn, a cui viene regalata dalla sceneggiatura un grandissima profondità.
Se il ritratto di Trump va poco al di là insomma di quello di lui che già conoscevamo, senza mai svelare quel qualcosa in più, la natura del “mistero” che lo circonda, che forse avrebbe reso il film davvero unico, quello di Cohn diviene il cuore di questa storia, creando una connessione emotiva dello spettatore con la vicenda. Entrambi sono a loro modo personaggi ripugnanti, ma solo uno è capace di affascinare e non solo respingere chi guarda.
La recensione in breve
Il film di Ali Abbasi sul giovane Donald Trump è un buon ritratto di una figura estremamente controversa, ma fallisce nel puntare il riflettore sul suo protagonista. Al contrario ci regala una rappresentazione molto più sentita ed emozionante del suo mentore interpretato da Roy Cohn.
Pro
- Sebastian Stan è camaleontico nel ruolo di Trump
- La storia instauraun importante dialogo con il mondo di oggi
- Il personaggio di Roy Cohn cattura
- Jeremy Oscar sarebbe da Oscar per la sua interpretazione
Contro
- Il film non ci racconta molto di più di quello che già sapevamo su Trump
