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Home » Film » Recensioni film » The Great Buster, recensione: ritratto di un divo muto

The Great Buster, recensione: ritratto di un divo muto

La recensione di The Great Buster, documentario di Peter Bogdanovich sulla carriera del grande attore e regista Buster Keaton.
Max BorgDi Max Borg14 Novembre 2022
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Un'immagine di The Great Buster
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Il film: The Great Buster – A Celebration, 2018. Regia: Peter Bogdanovich. Cast: Mel Brooks, Quentin Tarantino, Leonard Maltin, Johnny Knoxville, Cybill Shepherd, Carl Reiner, Bill Hader, Werner Herzog, Dick Van Dyke. Genere: documentario. Durata: 102 minuti. Dove l’abbiamo visto: alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in lingua originale.

Trama: Il cineasta Peter Bogdanovich ripercorre la carriera dell’attore e regista Buster Keaton, tramite materiale d’archivio e interviste a esperti e appassionati, tra cui coloro che sostengono di mantenere in vita la sua passione per gli stunt.


Da diversi anni, la Fondazione Cineteca di Bologna lavora al cosiddetto Progetto Keaton, ossia il restauro integrale della filmografia di Buster Keaton, ai fini della distribuzione tramite i festival (tra cui, ovviamente, il Cinema Ritrovato che è gestito dalla stessa Cineteca) e la successiva edizione in formato home video. In vista di quest’ultima fase, l’istituzione bolognese porta anche in sala, come evento di tre giorni, l’ultima fatica del compianto Peter Bogdanovich, di cui parliamo nella nostra recensione di The Great Buster.

La trama: parliamo di Buster

Un'immagine di The Great Buster

Come indica il titolo completo, The Great Buster: A Celebration ha lo scopo di festeggiare la grande carriera di Buster Keaton, al secolo Joseph Frank Keaton. Nato nello stesso periodo in cui i fratelli Lumière introducevano il cinematografo, Keaton faceva parte di una famiglia di intrattenitori, e già all’età di tre anni si esibiva al fianco dei genitori. Dal 1917 fu uno dei grandi volti del cinema comico muto americano, prima come spalla del collega Roscoe “Fatty” Arbuckle e poi, dal settembre del 1920, come protagonista (e il più delle volte anche regista dei propri film). Una carriera quasi interamente all’insegna della libertà artistica (salvo un periodo in cui Keaton fu sotto contratto con la MGM), ricordata soprattutto per il grande talento fisico dell’attore, che girava stunt mirabolanti senza controfigura.

Il cast: intervistati variegati

Un'immagine di The Great Buster

Peter Bogdanovich, che prima di essere regista era critico e soprattutto un grande appassionato di cinema, in particolare quello classico americano, si è avvalso in questa sede di un’ampia gamma di testimonianze, tra interviste inedite e materiale d’archivio. Nella seconda categoria rientra un grande amico del cineasta, Orson Welles, il quale ammirava moltissimo Come vinsi la guerra e lo riteneva la migliore commedia di sempre. Altri nomi illustri che si prestano all’omaggio sono Quentin Tarantino, Carl Reiner e Mel Brooks, con l’aggiunta di presenze un po’ più sorprendenti come quella di Johnny Knoxville, il quale afferma di essersi ispirato in parte a Keaton per la creazione del franchise di Jackass, dove lui e vari amici eseguono stunt ridicoli e/o molto pericolosi, rigorosamente senza controfigure e trucchetti digitali.

Classico vs. moderno

Un'immagine di The Great Buster

Già in occasione della prima mondiale del film, tenutasi alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2018 all’interno della sezione Venezia Classici, c’era chi aveva storto il naso a certe scelte artistiche legate alle interviste, in particolare la presenza di Knoxville e, peggio ancora, quella di Jon Watts (per il quale Keaton è un presunto modello per la fisicità dello Spider-Man interpretato da Tom Holland), intrusione di una modernità posticcia – letteralmente nel caso di Watts, dato l’uso tutt’altro che modesto della CGI nei film Marvel – in quella che dovrebbe essere la celebrazione di un grande del cinema classico. C’è però un che di ironicamente coerente nell’accostamento tra l’opera del grande Buster e il franchise capitanato da Knoxville per MTV e Paramount, dato che ai tempi Keaton non era per forza considerato un grande artista (l’oggi osannato Come vinsi la guerra fu un insuccesso di critica e pubblico nel 1926). E la cosa fornisce un certo eclettismo a un’operazione che, in pieno stile Bogdanovich, va oltre l’esercizio scolastico delle interviste alternate a materiale d’archivio per aggiungere qualcosa di più a quello che poteva essere “solo” l’ennesimo documentario incentrato sui divi della Hollywood di ieri.

La recensione in breve

7.5 Variegato

Peter Bogdanovich chiude la carriera registica - è l'ultimo film girato prima della morte - con un ritorno alle radici, alla cinefilia, omaggiando il grandissimo Buster Keaton in modo non per forza originale ma comunque informativo e divertente.

  • Voto CinemaSerieTV 7.5
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