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Home » Film » Recensioni film » The Hand of Dante, la recensione: su Netflix arriva il film più assurdo dell’anno?

The Hand of Dante, la recensione: su Netflix arriva il film più assurdo dell’anno?

The Hand of Dante è un folle thriller tra mafia, manoscritti, Dante e spiritualità: Gerard Butler sorprende in un film ambizioso ma confuso.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana24 Giugno 2026
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Una scena di In The Hand of Dante (fonte: Netflix)
Una scena di In The Hand of Dante (fonte: Netflix)
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Ci sono film brutti che si dimenticano nel giro di pochi minuti e film sbagliati che, nonostante tutto, restano impressi proprio perché non assomigliano a nient’altro. The Hand of Dante appartiene senza dubbio alla seconda categoria. È un’opera confusa, smisurata, spesso involontariamente comica e incapace di tenere insieme tutte le idee che accumula per oltre due ore e mezza. Eppure è anche un film così ambizioso, bizzarro e pieno di immagini potenti da rendere difficile liquidarlo come un semplice disastro.

Julian Schnabel prende il romanzo di Nick Tosches e prova a trasformarlo in un viaggio tra mafia, manoscritti medievali, filosofia religiosa, reincarnazione, violenza, amore impossibile e riflessioni sul senso dell’arte. Il risultato è una specie di Codice Da Vinci passato attraverso un gangster movie sporco e violento, un dramma storico su Dante Alighieri e un delirio mistico che a un certo punto sembra non voler più rispondere a nessuna regola narrativa.

È un film che vuole parlare di tutto e che, proprio per questo, finisce spesso per non approfondire davvero nulla. Ma è anche uno di quei titoli davanti ai quali è impossibile restare indifferenti.

Due storie, due Oscar Isaac e un manoscritto che vale milioni

In the Hand of Dante
In the Hand of Dante. Fonte: DreamCrew.

La trama segue due linee narrative parallele. Nel presente, Oscar Isaac interpreta Nick Tosches, scrittore newyorkese ossessionato dalla Divina Commedia e dalla figura di Dante. Nick viene coinvolto dalla criminalità organizzata in un’operazione incredibile: verificare l’autenticità di un manoscritto originale della Divina Commedia, trovato in Italia e destinato a diventare un tesoro dal valore inestimabile.

A mandarlo in Sicilia è Joe Black, boss interpretato da John Malkovich, mentre ad accompagnarlo c’è Louie, sicario brutale e imprevedibile interpretato da Gerard Butler. Il loro viaggio dovrebbe essere il cuore del film: un thriller criminale tra mafia, biblioteche, esperti di manoscritti, ricatti e omicidi, con Nick costretto a muoversi in un mondo che conosce solo attraverso i libri e che improvvisamente gli si rivela nella sua forma più violenta.

In parallelo, il film racconta la vita di Dante Alighieri, interpretato ancora da Isaac, alle prese con la sua vocazione artistica, il rapporto con Dio, l’esilio, il matrimonio con Gemma e l’amore idealizzato per Beatrice. Le due storie dovrebbero riflettersi una nell’altra, suggerendo che Nick sia una sorta di reincarnazione spirituale di Dante o, almeno, un uomo che ha trasformato l’opera del poeta in una ragione di vita.

Il problema è che The Hand of Dante non riesce quasi mai a far dialogare davvero queste due dimensioni. Il presente funziona come un noir mafioso sporco e magnetico, mentre il passato si trasforma in una lunga parentesi filosofica che rallenta il ritmo e appesantisce il film con dialoghi solenni, simbolismi poco chiari e personaggi che sembrano esistere solo per pronunciare frasi sul destino, sulla fede e sulla bellezza.

La parte gangster è quella che funziona davvero

Martin Scorsese in un cameo di In the Hand of Dante. Fonte: DreamCrew.
Martin Scorsese in un cameo di In the Hand of Dante. Fonte: DreamCrew.

Per almeno la prima metà, The Hand of Dante è sorprendentemente coinvolgente. Schnabel gira il presente in bianco e nero, costruendo un’atmosfera cupa, sporca e quasi irreale, dove ogni bar, appartamento o strada sembra appartenere a un film criminale dimenticato degli anni Settanta.

Oscar Isaac tiene insieme questa parte grazie a un personaggio ambiguo, arrogante e vulnerabile allo stesso tempo. Nick Tosches è uno scrittore convinto di essere troppo puro per accettare compromessi, ma finisce per accettare un incarico che lo porta direttamente dentro una spirale di violenza. Il film non approfondisce sempre bene questa contraddizione, ma Isaac riesce a renderla credibile con una presenza nervosa e inquieta.

La vera sorpresa, però, è Gerard Butler. Trasformato in Louie, un sicario volgare, sadico e incapace di provare empatia, Butler sembra divertirsi enormemente a interpretare un personaggio completamente diverso dai ruoli d’azione a cui ha abituato il pubblico. È disgustoso, minaccioso e spesso persino divertente nella sua brutalità senza filtri. Ogni volta che entra in scena, il film acquista energia, tensione e una specie di humour nero che rende la parte criminale molto più viva di tutto ciò che la circonda.

Anche John Malkovich, pur avendo poco spazio, lascia il segno come boss mafioso affascinato dall’arte ma incapace di comprenderne davvero il valore. Il suo Joe Black vuole possedere il manoscritto di Dante come si possiede un oggetto raro, riducendo un capolavoro della letteratura a una merce da vendere al miglior offerente. È probabilmente il tema più interessante del film, ma resta sullo sfondo perché Schnabel preferisce accumulare idee invece di svilupparne una fino in fondo.

Quando Dante entra in scena, il film perde il controllo

Una scena di In the Hand of Dante.
Una scena di In the Hand of Dante. Fonte: DreamCrew.

Il problema più grande di The Hand of Dante è la parte ambientata nel Trecento. Visivamente è splendida: Schnabel usa il colore, i paesaggi italiani, i costumi e la luce per costruire immagini che sembrano dipinti in movimento. Alcune inquadrature hanno una forza evidente e mostrano ancora una volta quanto il regista sia capace di trasformare lo schermo in una tela.

Ma sul piano narrativo, queste scene sono spesso estenuanti. Dante non diventa mai un personaggio davvero vivo, nonostante Oscar Isaac provi a dargli tormento e intensità. Il suo percorso spirituale resta astratto, mentre il rapporto con Gemma e Beatrice non riesce a creare il coinvolgimento emotivo che dovrebbe sostenere l’intera struttura del film.

Gal Gadot interpreta sia Gemma, la moglie di Dante, sia Giulietta, la donna che Nick incontra nel presente. L’idea del doppio ruolo dovrebbe rafforzare il parallelismo tra le due storie, ma finisce per sembrare una trovata troppo evidente. La relazione tra Nick e Giulietta nasce in modo improvviso e non trova mai una vera profondità, mentre quella tra Dante e Gemma è raccontata con una freddezza che rende difficile capire perché il film insista così tanto sul tema dell’amore mancato.

Nemmeno l’arrivo di Martin Scorsese nei panni del mentore di Dante riesce a risolvere il problema. La sua presenza è così improbabile, con barba lunghissima e tono da saggio mistico, da diventare uno dei momenti più strani del film. Non è necessariamente un difetto, perché The Hand of Dante vive anche di queste apparizioni fuori misura, ma è il segnale di un’opera che continua ad aggiungere elementi senza chiedersi se siano davvero necessari.

Un cast enorme usato come se ogni scena dovesse essere un evento

Una scena di In The Hand of Dante (fonte: Netflix)
Una scena di In The Hand of Dante (fonte: Netflix)

Uno degli aspetti più surreali del film è il suo cast. Oltre a Isaac, Butler, Malkovich, Gadot e Scorsese, compaiono Al Pacino, Jason Momoa, Franco Nero, Sabrina Impacciatore e Benjamin Clementine. Sulla carta sembra il cast di un film impossibile da ignorare. Nella pratica, molti di loro entrano, fanno una scena memorabile o completamente assurda e poi spariscono.

Al Pacino, per esempio, ha una breve apparizione come lo zio di Nick e riesce a essere sorprendentemente misurato. Jason Momoa arriva più avanti come nuovo boss mafioso e porta nel film un’energia ancora diversa, quasi da fumetto criminale. Benjamin Clementine compare nei panni di un enigmatico Mephistopheles, mentre Franco Nero aggiunge un ulteriore tocco di cinema italiano alla vicenda.

Il problema non è che ci siano troppi attori famosi. Il problema è che il film li usa come se ogni ingresso dovesse aumentare il livello di follia, invece di costruire una storia più solida. A un certo punto sembra che Schnabel abbia deciso di mettere dentro tutto ciò che lo affascina: la mafia, Dante, il Vaticano, l’arte, il peccato, la violenza, il cinema italiano, la religione, il rock, il desiderio e persino il diavolo. Il risultato è un film pienissimo, ma anche terribilmente dispersivo.

Un film sbagliato, ma troppo vivo per essere ignorato

Una scena di In The Hand of Dante (fonte: Netflix)
Una scena di In The Hand of Dante (fonte: Netflix)

The Hand of Dante è probabilmente uno dei film più strani e sbilanciati dell’anno. La sua prima parte è un thriller mafioso sorprendentemente divertente, sporco e violento, con un Gerard Butler in stato di grazia e un Oscar Isaac capace di rendere interessante anche un personaggio scritto in modo discontinuo. Poi il film si perde dentro una storia medievale troppo solenne, un romanticismo poco convincente e una quantità di simbolismi che non riescono mai a diventare davvero profondi.

Eppure, anche quando fallisce, non è mai anonimo. Schnabel non cerca di realizzare un film ordinato, rassicurante o facilmente classificabile. Vuole costruire un’opera eccessiva, imperfetta, spirituale e criminale allo stesso tempo. A volte sembra un capolavoro mancato, altre volte un disastro che nessuno ha avuto il coraggio di fermare.

Forse è proprio questo il motivo per cui vale la pena guardarlo. Non perché sia un film riuscito in ogni sua parte, ma perché è un’esperienza così fuori controllo da risultare molto più interessante di tanti thriller perfettamente costruiti e immediatamente dimenticabili.

La recensione in breve

5.0 Caotico

The Hand of Dante segue Nick Tosches, uno scrittore ossessionato dalla Divina Commedia che viene coinvolto dalla mafia nel furto di un manoscritto originale di Dante. Mentre affronta criminali, tradimenti e violenza, il film alterna la sua storia a quella del poeta fiorentino, creando un intreccio tra passato e presente che riflette su amore, arte, fede e ossessione.

PRO
  1. Gerard Butler offre una delle interpretazioni più sorprendenti e divertenti della sua carriera
  2. La prima parte funziona come thriller mafioso cupo, violento e coinvolgente
  3. Oscar Isaac riesce a dare fascino a due personaggi molto diversi
  4. La fotografia in bianco e nero e le immagini ambientate nell’Italia medievale sono spesso bellissime
  5. Il film ha un’ambizione rara e non assomiglia a quasi nessun’altra uscita recente
CONTRO
  1. La durata di oltre due ore e mezza pesa soprattutto nella seconda parte
  2. Le due linee narrative non riescono sempre a integrarsi davvero
  3. Il racconto su Dante è troppo astratto e poco coinvolgente
  4. Gal Gadot non riesce a dare abbastanza forza ai suoi due personaggi
  5. Il film accumula idee, personaggi e simbolismi senza trovare una direzione chiara
  • Voto CinemaSerieTv 5.0
  • Voto utenti (0 voti) 0
Carlotta Deiana
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Nata a Bologna nel 1987, è la coordinatrice editoriale e responsabile social di Cinemaserietv.it, che fa parte del network Digital Dreams Srl che Carlotta ha co-fondato. Dopo essersi laureata nel 2013 in Archeologia e Culture del Mondo Antico presso l'Università degli Studi di Bologna e lavorato in quell'ambito all'estero per qualche anno, torna in Italia per perseguire la sue seconda passione, quella per il cinema e le serie TV, che ha coltivato sin da piccola anche grazie ai genitori amanti del genere horror. Nel 2019 ha frequentato un Master di Comunicazione all'Università degli Studi Roma Tre, finalizzato ad approfondire le sue coscienze sul mondo dei social media e della comunicazione digitale. Negli ultimi cinque anni ha collaborato attivamente con Movieplayer.it come editor e redattrice, per poi co-fondare dei progetti editoriali tutti suoi sotto il network di Digital Dreams Srl.

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