Il film: The History of Sound, 2025. Diretto da: Oliver Hermanus. Genere: Drammatico, Sentimentale, Storico. Cast: Paul Mescal, Josh O’Connor, Hadley Robinson, Chris Cooper, Emma Canning.
Durata: 2 ore e 7 minuti. Dove l’abbiamo visto: Presentato in concorso al Festival di Cannes 2025.
Trama: Nel 1917, due giovani studenti di musica, Lionel e David, si incontrano al Boston Conservatory e si innamorano. Dopo la guerra, intraprendono un viaggio attraverso l’America rurale per raccogliere canti popolari su cilindri fonografici. Ma il tempo, la distanza e il silenzio metteranno a dura prova il legame tra loro, trasformando la musica nel solo filo che li unisce attraverso gli anni.
A chi è consigliato? A chi ama le storie d’amore intime e non convenzionali, raccontate con grazia e profondità emotiva. Perfetto per chi ha apprezzato film come Call Me by Your Name o Portrait of a Lady on Fire.
The History of Sound, presentato in concorso al Festival di Cannes 2025, è tra le storie d’amore più delicate, liriche e silenziosamente strazianti viste al cinema negli ultimi anni. Ambientato durante e dopo la Prima Guerra Mondiale, il film racconta il legame tra Lionel (Paul Mescal) e David (Josh O’Connor), due giovani studenti di musica che si incontrano al conservatorio di Boston e si innamorano in modo quieto, inaspettatamente naturale, quasi impercettibile.
Il loro amore prende forma con pudore, senza mai esplodere: una carezza, un sorriso, un canto condiviso. La pellicola rifiuta qualsiasi retorica drammatica o dichiarazione esplicita: è una storia d’amore queer raccontata attraverso l’assenza, il non detto, l’incompletezza. The History of Sound è un lamento sommesso su ciò che è stato e che forse avrebbe potuto essere. È un’operazione narrativa che chiede pazienza e disponibilità all’ascolto e, in un’epoca cinematografica sempre più impaziente e frettolosa, potrebbe scontentare lo spettatore meno abituato a questo genere di film.
Paul Mescal e Josh O’Connor: attori in stato di grazia

Le interpretazioni di Paul Mescal e Josh O’Connor sono di una precisione e sensibilità rare. Entrambi lavorano in sottrazione, evitando l’enfasi anche nei momenti più intensi. Mescal, in particolare, offre forse la sua performance più matura e sofferta: Lionel è un uomo che vive nel passato, nella memoria, nel rimpianto. Ogni gesto, ogni nota che canta, ogni sguardo lanciato verso un’assenza, è intriso di malinconia, di dolore trattenuto. O’Connor – inevitabilmente con meno spazio narrativo, visto il punto di vista è quello di Lionel – riesce comunque a scolpire un David vivo, appassionato, vulnerabile, lasciando un’impronta profonda nel cuore dello spettatore.
Il loro rapporto è fatto di gesti minimi: una camminata fianco a fianco nel bosco, la registrazione di una voce sconosciuta, un abbraccio nel momento dell’addio. Nessun “ti amo” viene pronunciato, ma tutto nell’atmosfera del film parla d’amore.
La musica come filo invisibile tra passato e presente
Nel cuore narrativo e simbolico di The History of Sound c’è la musica. Non si tratta solo di una colonna sonora — comunque splendida, composta da Oliver Coates e arricchita da ballate popolari eseguite dagli attori stessi — ma di un vero e proprio linguaggio d’amore e memoria. Lionel e David partono per un viaggio attraverso il Maine rurale per raccogliere, su cilindri fonografici, canzoni popolari che altrimenti andrebbero perdute. Questo viaggio non è solo etnografico, ma emotivo: ogni voce registrata è un modo per trattenere qualcosa che sta svanendo, così come ogni momento condiviso è una lotta contro l’oblio.
La musica diventa quindi il veicolo attraverso cui l’amore sopravvive al tempo, alla distanza, alla morte stessa. È memoria collettiva, certo, ma anche memoria individuale, privata, intima. Quando Lionel ormai anziano (interpretato da un commovente Chris Cooper) afferma: “Non sono mai stato più felice che mentre registravo canzoni”, sta parlando dell’amore per David e di ciò che i due hanno vissuto segretamente insieme.
Un’estetica contemplativa per un’America dimenticata

Oliver Hermanus dirige il film con uno sguardo delicato e contemplativo, scegliendo un ritmo lento e meditativo che privilegia l’immersione sensoriale. La fotografia di Alexander Dynan è di una bellezza mozzafiato: le immagini delle foreste del Maine, delle stanze illuminate dalla luce naturale, dei paesaggi rurali americani, evocano un senso con nostalgia un passato ormai dimenticato. Le atmosfere richiamano il cinema di Terrence Malick, che sa trasporre la natura su schermo in modo unico e memorabile.
La cura per il dettaglio, per l’abbigliamento, per gli oggetti d’epoca, è minuziosa ma mai esibita. Il passato è ricreato con naturalezza e soprattutto concretezza, come se stessimo sfogliando un album fotografico sbiadito dal passare del tempo.
Il coraggio di evitare i cliché queer
Uno degli aspetti più sorprendenti di The History of Sound è il modo in cui racconta l’identità queer senza mai nominarla, senza mai trasformarla in una tesi da dimostrare. In un panorama cinematografico che spesso si ritrova ad insistere sulla sofferenza o sulla dichiarazione (urlata e necessaria) di diversità, il film di Hermanus ha il coraggio di mostrare due uomini che si amano senza bisogno di spiegazioni. Non ci sono coming out, né conflitti esplicitamente legati all’orientamento sessuale. Ciò che separa Lionel e David non è la società, ma la vita, la guerra (David soffre di disturbo post traumatico dopo essere tornato a casa dalla trincee), le occasioni perdute.
Questo approccio rende il film ancor più struggente. Non c’è una condanna da cui fuggire, ma piuttosto un silenzio da abitare. E in questo silenzio, Lionel invecchia, continua a studiare e a catalogare musica, a cantare, a ricordare, ma sembra riuscire ad essere sempre – senza filtri e senza compromessi – se stesso.
Il confronto inevitabile con I segreti di Brokeback Mountain
La forza di The History of Sound non risiede nella passione esplosiva o nella tensione erotica, ma nell’intimità trattenuta, nei silenzi carichi di significato, nei gesti minimi che diventano dichiarazioni d’amore. A differenza de I segreti di Brokeback Mountain, con cui condivide alcune suggestioni narrative — due uomini che vivono una relazione intensa durante un periodo di isolamento nella natura, nel pieno di una società che non riconosce la loro unione — il film di Hermanus sceglie di non abbracciare la tragicità manifesta né la brutalità delle emozioni represse che animavano l’opera di Ang Lee.
Dove I segreti di Brokeback Mountain si nutriva di contrasti laceranti tra desiderio e proibizione, tra amore e vergogna, The History of Sound preferisce esplorare i chiaroscuri della memoria, la malinconia del tempo che passa, la dolcezza delle occasioni perdute. Se Brokeback Mountain si è imposto come un racconto universale di dolore e repressione, The History of Sound sceglie la via più intima e meditativa, quella del sentimento che non ha bisogno di gridare per essere eterno. Ed è proprio in questa leggerezza emotiva, in questa dolcezza tragica e pacata, che il film trova la sua unicità. Non racconta solo ciò che l’amore è stato, ma ciò che avrebbe potuto essere, e ciò che continua a risuonare, come un’eco, anche molti anni dopo.
La recensione in breve
The History of Sound è un film lirico, silenzioso e straziante. Attraverso due interpretazioni magistrali di Paul Mescal e Josh O’Connor, racconta una storia d’amore che rifiuta l’enfasi e si affida al potere della musica e della memoria. Oliver Hermanus dirige con estrema delicatezza un’opera che resta nel cuore, scegliendo la sottrazione come via per l’intensità. Una delle più dolci e profonde storie queer del cinema recente.
Pro
- Interpretazioni in sottrazione ma intensissime di Paul Mescal e Josh O’Connor
- Regia contemplativa e visivamente poetica
- Musica usata come elemento narrativo e simbolico
- Ambientazione storica evocativa e originale
- Rifiuto consapevole dei cliché queer cinematografici
- Finale emotivamente devastante ma elegante
Contro
- Ritmo molto lento, che richiede attenzione e pazienza
- Manca una vera esplorazione del personaggio di David al di fuori dello sguardo di Lionel
- Il minimalismo emotivo può risultare distante per una parte del pubblico
- Voto CinemaSerieTV
