Ambientato nella New York della crisi AIDS, The Man I Love segue Jimmy George, performer e attore teatrale HIV positivo appena uscito dall’ospedale dopo una grave crisi legata alla malattia.
Jimmy vive con il compagno Dennis, che cerca disperatamente di tenerlo in piedi tra medicine, paure e ricadute emotive, mentre l’arrivo di Vincent, giovane vicino inglese affascinato da Jimmy, incrina ulteriormente il loro equilibrio.
Ira Sachs prova a raccontare tutto questo evitando il melodramma classico da “film sull’AIDS”: niente grandi scene strappalacrime, niente retorica, niente facile pietismo. L’idea è quella di mostrare la vita quotidiana, il desiderio, l’arte e il sesso come ultime forme di resistenza contro la morte. Ed è probabilmente l’aspetto migliore del film.
Il problema enorme: Rami Malek

Il vero ostacolo di The Man I Love è però Rami Malek. La sua interpretazione è così costruita, manierata e autoconsapevole da divorarsi completamente il film.
Ogni gesto sembra studiato per essere “significativo”, ogni pausa appare teatrale, ogni battuta recitata come se stesse continuamente chiedendo attenzione allo spettatore. Jimmy dovrebbe essere magnetico, fragile, autodistruttivo e seducente. Invece diventa presto una macchietta irritante.
Malek esaspera il suo stile recitativo fino al limite della parodia: sguardi persi nel vuoto, voce spezzata, movimenti nervosi, un continuo atteggiarsi che rende il personaggio quasi insopportabile.
Il problema non è solo l’eccesso. È che questa performance finisce per rendere artificiali anche le scene più intime. Invece di percepire dolore o vulnerabilità, si ha spesso la sensazione di vedere un attore che “sta interpretando intensamente”. E alla lunga il film ne esce soffocato.
Un personaggio che dovrebbe attrarre, ma respinge
La sceneggiatura insiste continuamente sul carisma quasi irresistibile di Jimmy. Tutti sembrano orbitargli attorno: Dennis lo protegge, Vincent lo desidera, gli amici lo osservano con fascinazione. Ma il film non riesce mai davvero a farci capire perché.
Non per colpa del testo, quanto proprio dell’interpretazione di Malek, che rende Jimmy così artificioso e sopra le righe da spezzare qualsiasi coinvolgimento emotivo. Il personaggio dovrebbe incarnare una forma disperata di vitalità davanti alla morte imminente; invece appare spesso solo egocentrico, teatrale e svuotato di autenticità.
Ira Sachs resta interessante, ma troppo trattenuto
Come sempre, Ira Sachs lavora molto bene sugli spazi, sulle relazioni e sui silenzi. La New York anni ’80 non viene mai trasformata in una cartolina nostalgica: è sporca, malinconica, fragile.
Anche il modo in cui il film affronta l’AIDS è interessante proprio perché evita la pornografia del dolore. La malattia resta sullo sfondo ma invade lentamente ogni gesto quotidiano, ogni relazione, ogni desiderio.
Tom Sturridge, nei panni di Dennis, è probabilmente il cuore emotivo del film. Il suo dolore trattenuto, la stanchezza e la paura sono infinitamente più veri di tutto ciò che fa Malek.
Anche Luther Ford funziona bene come Vincent, figura giovane e impulsiva che si lascia travolgere dal fascino tossico di Jimmy.
Le scene musicali dividono
Sachs utilizza spesso la musica come momento di sfogo emotivo, e alcune sequenze funzionano davvero. Ma anche qui Malek tende a strafare.
Le esibizioni teatrali e musicali dovrebbero avere qualcosa di disperato e liberatorio insieme; invece risultano spesso caotiche, autoindulgenti e perfino imbarazzanti. Più che assistere al canto del cigno di un artista consumato dalla malattia, sembra di guardare qualcuno che non riesce mai a smettere di performare.
Un film che resta incompiuto
The Man I Love è uno di quei film frustranti perché sotto la superficie si intravede un’opera molto migliore. C’è una riflessione interessante sul desiderio come forma di sopravvivenza, sull’arte come ultimo rifugio e sull’egoismo inevitabile di chi sta morendo. Ma tutto resta bloccato da una performance centrale che monopolizza continuamente l’attenzione nel modo sbagliato.
Ira Sachs dirige con sensibilità e intelligenza, ma non riesce mai a contenere Malek, che finisce per trasformare un dramma doloroso e complesso in un esercizio di recitazione troppo studiato e spesso involontariamente caricaturale. Alla fine, più che commuovere, The Man I Love lascia soprattutto esausti.
La recensione in breve
The Man I Love aveva tutte le carte per essere un grande melodramma queer sul desiderio, la malattia e la paura della fine nell’America reaganiana degli anni ’80. Ira Sachs costruisce un film elegante, malinconico e spesso interessante, ma tutto viene compromesso dalla prova di Rami Malek, che trasforma il protagonista in una figura caricaturale, artificiosa e incredibilmente respingente.
Pro
- Interessante contesto storico e umano
- Buona ricostruzione della New York queer anni ’80
- Tom Sturridge molto convincente
Contro
- Rami Malek totalmente fuori tono
- Performance manierista e irritante
- Il personaggio principale diventa una macchietta
- Film freddo e distante emotivamente
- Voto CinemaSerieTV
