Il film: The Mastermind, 2025. Diretto da: Kelly Reichardt. Genere: Drammatico, Crime, Heist Movie. Cast: Josh O’Connor, Alana Haim, Bill Camp, Hope Davis, John Magaro, Gaby Hoffmann. Durata: 1 ora e 49 minuti. Dove l’abbiamo visto: Presentato in concorso al Festival di Cannes 2025.
Trama: Massachusetts, anni ’70. James Blaine Mooney è un carpentiere disoccupato, padre di famiglia, che progetta un furto d’arte in un piccolo museo di provincia. Il colpo va storto e innesca una spirale di eventi che mette a rischio tutto ciò che gli resta. Mentre la sua vita si sfalda lentamente, James scopre che l’ordinario può diventare la sua rovina più grande.
A chi è consigliato? A chi ama il cinema d’autore minimalista, con ritmo dilatato, ambientazioni d’epoca e attenzione ai dettagli visivi. Sconsigliato a chi cerca azione, tensione o colpi di scena: The Mastermind è un heist movie anomalo, più interessato alla caduta psicologica che al crimine stesso.
Kelly Reichardt firma con The Mastermind un film che sulla carta promette molto: una rivisitazione in chiave autoriale del classico heist movie, con ambientazione retrò e un protagonista tormentato. Ma se l’intento era decostruire il genere, il risultato rischia di essere una costruzione a metà. Ambientato nel 1970 in una sonnolenta cittadina del Massachusetts, il film segue James Blaine Mooney, padre e carpentiere disoccupato che decide di rubare quattro opere di Arthur Dove da un piccolo museo locale. L’idea del colpo, che in altri film sarebbe solo il primo atto, qui è l’innesco per un lento sbriciolarsi della vita del protagonista. Un’operazione intelligente sulla carta, ma che raramente riesce a coinvolgere davvero lo spettatore, se non quello più paziente o devoto al cinema contemplativo.
Josh O’Connor: talento inespresso

Josh O’Connor ha il carisma e la sensibilità giusti per incarnare figure tormentate e contraddittorie. Lo ha dimostrato in più occasioni, da The Crown a La Chimera. In The Mastermind, tuttavia, la sua interpretazione resta ingabbiata in un personaggio che pare scritto più per suggerire che per raccontare. JB è un uomo che ha sempre vissuto di illusioni — sull’arte, sulla famiglia, su sé stesso — ma il film non gli concede uno spazio narrativo sufficiente a far emergere le sue contraddizioni con forza drammatica. Il risultato è un protagonista affascinante ma rarefatto, la cui parabola emotiva resta abbozzata. La regia lo segue con sguardo partecipe, ma mai penetrante: alla fine, non ci è chiaro se dobbiamo compatirlo, giudicarlo o semplicemente dimenticarlo.
Alana Haim: relegata ai margini

Dopo l’esordio brillante in Licorice Pizza, era lecito aspettarsi che Alana Haim venisse coinvolta in ruoli con più spessore. Invece, The Mastermind le assegna una parte silenziosa e quasi decorativa. Terri, moglie del protagonista, sembra un personaggio scritto per assolvere una funzione narrativa — quella della “moglie del ladro che non sa o finge di non sapere” — più che per essere esplorato in modo autentico. Le poche scene in cui è presente non bastano a costruire una vera psicologia: i suoi conflitti, i suoi dubbi, persino la sua rabbia restano fuori campo. Un vero peccato, considerando il talento e la naturalezza con cui Haim riesce a comunicare anche solo con uno sguardo. Qui, purtroppo, le viene chiesto troppo poco.
Stile sopra sostanza
Dal punto di vista visivo, The Mastermind è un piacere per gli occhi. La fotografia calda e granulosa di Christopher Blauvelt restituisce perfettamente l’estetica anni ’70, e i costumi e le scenografie evocano un’epoca con cura quasi filologica. La colonna sonora jazz di Rob Mazurek, usata in modo ironico e dissonante, amplifica il contrasto tra l’ordinarietà delle azioni e la pretesa “grandeur” del protagonista. Ma è proprio questo il limite del film: la sua forma finisce per dominare il contenuto. Il furto, raccontato con lentezza e dettagli prosaici, perde tensione. L’interiorità dei personaggi resta sfuggente. Ogni scena sembra costruita per il gusto del dettaglio, ma spesso a scapito del ritmo e dell’empatia.
Un film che sfugge allo spettatore
Reichardt non è nuova alle narrazioni rarefatte, ma in opere come First Cow o Certain Women il minimalismo era al servizio di un’empatia profonda. Qui, invece, si ha la sensazione che il film si compiaccia della propria indeterminatezza. Le scene scorrono senza vere svolte, le interazioni restano smorzate, e la progressiva discesa di JB nel fallimento sembra più una constatazione che un’esperienza. Anche i riferimenti politici e sociali — la guerra in Vietnam, le proteste studentesche, l’erosione del sogno americano — restano sullo sfondo, come un rumore bianco. Alla fine, The Mastermind lascia una vaga malinconia, ma poco più: un film raffinato, certo, ma che non riesce mai a farsi urgente o necessario.
La recensione in breve
The Mastermind è un film formalmente impeccabile ma privo di vera tensione o coinvolgimento. Il talento di Josh O’Connor e Alana Haim viene sottoutilizzato in una narrazione che privilegia l’estetica al significato. Un’opera elegante, ma poco memorabile.
Pro
- Fotografia suggestiva e curata
- Reichardt conferma la sua coerenza stilistica e il suo approccio minimalista.
- Colonna sonora originale
- Interpretazione credibile di Josh O’Connor: pur penalizzato dalla scrittura, riesce comunque a dare dignità al personaggio
Contro
- Ritmo eccessivamente lento e dispersivo
- Personaggi poco sviluppati
- Mero esercizio di stile
- Mancanza di empatia: difficile affezionarsi o preoccuparsi per il destino del protagonista
- Assenza di un vero climax: la trama si spegne lentamente, senza un punto di svolta memorabile
- Voto CinemaSerieTV.it
