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Home » Film » Recensioni film » The Testament of Ann Lee, la recensione: tra estasi, fede e rivoluzione

The Testament of Ann Lee, la recensione: tra estasi, fede e rivoluzione

La recensione di The Testament of Ann Lee: un’opera ipnotica e radicale, con una Amanda Seyfried magnetica e una regia di rara eleganza.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana1 Settembre 2025
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Una scena di The Testament of Ann Lee
Una scena di The Testament of Ann Lee
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Il film: The Testament of Ann Lee (2025) Regia: Mona Fastvold Genere: Drammatico, Storico, Musicale Cast: Amanda Seyfried, Thomasin McKenzie, Lewis Pullman, Stacy Martin, Tim Blake Nelson, Christopher Abbott, Matthew Beard, Jamie Bogyo, Viola Prettejohn, David Cale
Durata: 130 minuti Dove l’abbiamo visto: Proiezione stampa alla Mostra del Cinema di Venezia (versione originale in inglese, con sottotitoli in italiano)

Trama: Un racconto epico e visionario ispirato alla vita di Ann Lee, guida carismatica degli Shakers, un movimento religioso radicale nato alla fine del Settecento. Tra estasi, canti e balli liberatori, il film segue l’ascesa di una donna che osa ridefinire il rapporto tra fede, sessualità e maternità.

A chi è consigliato? The Testament of Ann Lee è ideale per chi ama il cinema contemplativo, i drammi storici e le opere che fondono estetica e spiritualità. Perfetto per chi cerca interpretazioni intense e una messa in scena raffinata. Meno adatto a chi predilige trame lineari e ritmi narrativi rapidi.


Con The Testament of Ann Lee, presentato in concorso alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Mona Fastvold firma la sua opera più ambiziosa e stratificata. Il film prende ispirazione dalla figura reale di Ann Lee, fondatrice del movimento religioso degli Shakers, ma sceglie di allontanarsi dal biopic tradizionale per costruire una narrazione poetica, sospesa tra realtà storica e suggestione.

Fastvold mira sì a raccontare la vita di Ann Lee, ma lo fa evocando il senso di trascendenza, desiderio e ribellione che ne ha attraversato l’esistenza. Ne nasce un racconto che è insieme favola, tragedia e meditazione sulla fede e sul potere creativo, con uno sguardo che si interroga su cosa significhi dare forma al divino in un mondo che cerca disperatamente un ordine.

Un musical che non è un musical

Una scena di The Testament of Ann Lee
Una scena di The Testament of Ann Lee

Presentato come un musical, il film sfugge in realtà a qualsiasi etichetta di genere. Le sequenze cantate e danzate non hanno una funzione narrativa in senso stretto, ma diventano momenti di pura estasi collettiva, nei quali lo spettatore è immerso nei riti degli Shakers.

La musica, composta da Daniel Blumberg, accompagna i movimenti inconsulti e liberatori dei corpi, amplificando il senso di fervore e trascendenza. I balli, splendidamente coreografati – inizialmente quasi animaleschi. con il tempo più schematici e “ordinati” – restituiscono tutta l’energia di un culto che cerca Dio attraverso il corpo, senza filtri e senza vergogna.

Ann Lee: un’icona rivoluzionaria

Una scena di The Testament of Ann Lee
Una scena di The Testament of Ann Lee

Tra le molte chiavi di lettura del film, quella femminista è la più evidente, anche se mai dichiarata apertamente. Ann Lee diventa il leader degli Shakers, trasformandolo in un movimento radicale capace di attraversare l’Atlantico e trovare terreno fertile nei “liberali” Stati Uniti del tempo.
In un’epoca in cui proliferavano comunità religiose e culti alternativi, le donne erano quasi sempre confinate a ruoli di sottomissione, considerate semplici ancelle del sacro e del maschile. La vera rivoluzione di Ann Lee è stata nel rapporto con la sessualità e la maternità: rifiutare l’atto carnale e la procreazione come destino obbligato non significava rinnegare il proprio essere donna, ma liberarsi di una catena sociale che riduceva il corpo femminile a strumento.

Nel credo degli Shakers, uomini e donne sono uguali davanti a Dio, e Dio stesso è al tempo stesso maschile e femminile, poiché ci ha creati a sua immagine e somiglianza. Questa visione, allora impensabile e oggi ancora dirompente, trova una radice emotiva potentissima nel dolore personale di Ann per la perdita dei suoi figli: un lutto che diventa il motore delle sue scelte e che le conferisce una profondità umana in grado di parlare con sincerità e forza al pubblico contemporaneo.

La bellezza di un affresco vivente

Dal punto di vista visivo, The Testament of Ann Lee è un film di raffinata bellezza pittorica. La fotografia di William Rexer compone inquadrature che sembrano tele del Settecento, con luci soffuse e toni pastello che creano un’atmosfera sospesa, quasi irreale.

La regia di Fastvold, elegante e misurata, dosa i silenzi e i tempi dilatati, chiedendo allo spettatore un atto di abbandono. È un cinema contemplativo, che non ha paura di rallentare per lasciare spazio al sacro e al profano, alla carne e allo spirito.

Il carisma di Amanda Seyfried

Al centro del film c’è Amanda Seyfried, che offre una delle interpretazioni più potenti della sua carriera. Con un magnetismo ipnotico, Seyfried regge sulle spalle un’opera complessa e rischiosa, incarnando Ann Lee con una miscela di fragilità e determinazione che conquista lo sguardo.
Accanto a lei spicca Lewis Pullman, perfetto nel ruolo del fratello di Ann, capace di dare profondità e ambiguità a un personaggio fondamentale per comprendere le tensioni interne del racconto. Tra i comprimari, meritano una menzione anche Thomasin McKenzie e Christopher Abbott, che contribuiscono a rafforzare il tessuto corale del film.

Un film affascinante ma distante

Pur nella sua bellezza formale e nella forza interpretativa del cast, The Testament of Ann Lee non è un film per tutti. La sua radicalità estetica e narrativa lo rende affascinante ma anche distante, soprattutto per chi cerca un racconto più accessibile o un messaggio esplicito.

La lettura femminista offre un appiglio contemporaneo, ma il resto resta volutamente sfuggente, difficile da decifrare. È un’opera che non tende la mano al pubblico, preferendo restare fedele al proprio universo poetico e lasciando che siano gli spettatori a decidere se perdersi o meno al suo interno.

Il valore di un’opera radicale

Proprio questa intransigenza rende il film un’esperienza preziosa. The Testament of Ann Lee è una riflessione sulla fede, sulla creatività e sulla possibilità di rifondare il mondo attraverso un atto collettivo di immaginazione. È un tributo a un sogno – quello di Ann Lee – che oggi è per lo più dimenticato, è un’opera che celebra il bisogno umano di cercare la grazia in forme nuove.
Fastvold non offre risposte, ma invita a contemplare, a sentire e a interrogarsi. È cinema che richiede attenzione e pazienza, ma che, per chi è disposto a lasciarsi trascinare, sa restituire momenti di rara potenza emotiva e visiva.

La recensione in breve

7.0 Estatico

The Testament of Ann Lee è il film più ambizioso e radicale di Mona Fastvold, presentato in concorso a Venezia 82. Un’opera che rifiuta le convenzioni del biopic e del musical per trasformarsi in un’esperienza sensoriale, dove i canti e i balli degli Shakers diventano il cuore pulsante della narrazione.
Attraverso il ritratto magnetico di Amanda Seyfried, il film racconta la storia di una donna che, in un’epoca di totale sottomissione femminile, osa guidare un culto religioso e ripensare il rapporto tra sessualità, maternità e fede. Un cinema contemplativo, raffinato, visivamente sublime, che emoziona e ipnotizza ma al tempo stesso resta distante, chiedendo allo spettatore di abbandonarsi completamente per coglierne la forza poetica.

Pro
  1. Interpretazione magnetica di Amanda Seyfried, al suo apice.
  2. Fotografia e regia di altissima qualità, con immagini che sembrano quadri viventi.
  3. Un racconto femminista potente e sottile, mai didascalico.
  4. Integrazione ipnotica tra musica, canto e danza, capace di evocare estasi e spiritualità.
  5. Coraggio nel non piegarsi a schemi narrativi tradizionali.
Contro
  1. Messaggio poco accessibile per il pubblico più generalista.
  2. Ritmo dilatato che può risultare ostico.
  3. Distanza emotiva in alcuni momenti, che rischia di limitare l’empatia dello spettatore.
  • Voto CinemaSerieTV 7.0
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