Il film: The Wizard of the Kremlin (2025)
Regia: Olivier Assayas
Genere: Drammatico, Storico, Politico
Cast: Paul Dano, Jude Law, Alicia Vikander, Tom Sturridge, Will Keen, Jeffrey Wright
Durata: 156 minuti
Dove l’abbiamo visto: Proiezione stampa alla Mostra del Cinema di Venezia (versione originale in inglese, con sottotitoli in italiano)
Trama: Russia, primi anni Novanta. Nel caos di un Paese in cerca di identità, Vadim Baranov, giovane artista d’avanguardia, diventa produttore di reality show e poi spin doctor di un ex agente del KGB in ascesa: Vladimir Putin. Al cuore del sistema, Baranov modella la nuova Russia, confondendo i confini tra verità e menzogna, potere e manipolazione. Solo Ksenia, donna libera e inafferrabile, sembra sfuggire al suo controllo. Quindici anni dopo, ritiratosi nell’ombra, Baranov accetta di raccontare i segreti del regime che ha contribuito a costruire.
A chi è consigliato? The Wizard of the Kremlin è ideale per chi ama i drammi politici d’autore, le storie dense e i ritratti psicologici di grande spessore. Consigliato a chi apprezza il cinema di Assayas e i racconti complessi sul potere. Meno adatto a chi preferisce trame lineari o un ritmo narrativo leggero.
Con The Wizard of the Kremlin, Olivier Assayas firma un’opera ambiziosa e stratificata, capace di raccontare vent’anni di trasformazioni politiche, sociali e personali senza mai scadere nel didascalico. La storia di Vadim Baranov, dall’artista d’avanguardia al produttore televisivo, fino a diventare il più fidato stratega mediatico di Vladimir Putin, è il filo conduttore di un racconto che osserva la nascita della “nuova Russia” con un distacco che non raffredda, ma anzi amplifica, l’impatto emotivo. La prima parte del film, dedicata agli anni Novanta, è forse la più magnetica: una Russia caotica, inedita per lo sguardo occidentale, in cui il confine tra ambizione e sopravvivenza sembra annullarsi.
La politica come spettacolo e manipolazione

Assayas, che ha scritto la sceneggiatura insieme a Emmanuel Carrère, non racconta semplicemente l’ascesa di un uomo e il consolidarsi di un potere, ma esplora i meccanismi perversi della politica moderna. Come il regista stesso ha sottolineato, il film non è “politico” nel senso tradizionale, ma un film sulla politica, sui fumi tossici con cui il potere nasconde se stesso e sui sofisticati strumenti di manipolazione che oggi plasmano il consenso. Vadim, con la sua mente brillante e la sua spregiudicatezza, diventa il simbolo di un’epoca in cui la realtà è un prodotto da confezionare e vendere, e la verità è solo un dettaglio secondario.
Una sceneggiatura brillante ma sovraccarica

La scrittura è uno dei grandi punti di forza del film: precisa, densa, attenta a costruire un intreccio che mescola storia personale e storia collettiva. La divisione in capitoli è un dispositivo narrativo efficace, che consente di orientarsi nei salti temporali e nei cambi di scenario, senza perdere mai il filo conduttore.
Tuttavia, questa stessa ambizione narrativa diventa, a tratti, un limite: il film appare a volte eccessivamente ricco, come se avesse la necessità di comprimere troppe informazioni in un tempo che, pur lungo – 156 minuti -, non basta a contenere tutto. Il risultato è un’opera poderosa, ma che richiede allo spettatore attenzione e concentrazione costante.
Jude Law, un Putin sorprendentemente credibile

Una delle scelte più rischiose, e al tempo stesso più riuscite, è il casting di Jude Law nel ruolo di Vladimir Putin. L’attore sorprende per misura e intensità, restituendo un personaggio che vive di freddezza controllata e di una forza silenziosa, capace di intimorire e attrarre allo stesso tempo. Non c’è caricatura, né imitazione pedissequa: il suo Putin è un corpo in tensione costante, un ex agente del KGB che osserva il mondo con calcolo e pazienza. È una prova che aggiunge spessore al film e che conferma la volontà di Assayas di evitare stereotipi, scegliendo invece un approccio realistico e inquietante.
Paul Dano e l’enigma di Vadim Baranov
Il protagonista interpretato da Paul Dano vive di un contrasto affascinante: un fisico quasi infantile, dolce, che si scontra con un’ambizione vorace e con scelte che plasmano il destino di un’intera nazione. Questo dualismo, a volte, funziona alla perfezione, restituendo la fragilità e il vuoto emotivo di un uomo che sembra non sapere davvero perché fa quello che fa. Altre volte, invece, la sospensione dell’incredulità si incrina: il passaggio dei decenni non lascia segni sul volto di Vadim, e questa scelta rischia di rendere meno credibile l’arco temporale della storia. Nonostante ciò, Dano riesce a costruire un personaggio enigmatico, mai del tutto decifrabile, e proprio per questo magnetico.
Personaggi secondari e cuore emotivo
Intorno a Vadim ruota un coro di personaggi secondari costruiti con cura e chiarezza. Ksenia, interpretata da Alicia Vikander, è forse la figura più luminosa del film: una donna libera, sfuggente, che osserva e giudica con lucidità le scelte di Vadim, incarnando la possibilità di una vita diversa, lontana dal cinismo e dal calcolo del potere. Boris, amico e mentore, e lo stesso Putin sono figure che si muovono su traiettorie coerenti e leggibili, in netto contrasto con l’ambiguità del protagonista. È proprio questa asimmetria a rendere il film così interessante: mentre tutti sembrano avere un obiettivo, Vadim sembra muoversi per il gusto stesso di muovere i fili, come se il potere fosse, per lui, più un gioco che una missione.
Il prezzo della complicità
Nell’ultima parte del film, quando Vadim sceglie il silenzio e l’isolamento, emerge con forza il senso tragico della sua parabola. Non c’è redenzione né catarsi, solo la consapevolezza di essere stato complice di un meccanismo più grande di lui, di averne beneficiato e, in un certo senso, di esserne stato prigioniero. È qui che il film assume il suo tono più cupo e universale, trasformando la storia di un uomo in una riflessione amara sul potere e sulla nostra stessa responsabilità, come spettatori e cittadini, nel perpetuarne gli ingranaggi.
Un’opera complessa che lascia un segno
The Wizard of the Kremlin è un film che non fa concessioni: denso, stratificato, a tratti persino ingombrante, ma sempre consapevole della sua ambizione. Assayas costruisce un racconto che è insieme intimo e politico, capace di indagare il potere senza mai ridurlo a una formula, e di restituire la parabola di Vadim Baranov come specchio di un sistema in cui verità e menzogna si confondono fino a diventare indistinguibili. È un’opera che lascia tracce profonde perché non cerca la semplicità: ci costringe, invece, a fare i conti con le zone grigie della storia e della morale, e con quel senso di complicità in cui, in fondo, tutti finiamo per riconoscerci.
La recensione in breve
The Wizard of the Kremlin è il ritratto di Vadim Baranov, mente brillante e ambigua che attraversa due decenni di storia russa passando da artista a spin doctor del futuro zar Vladimir Putin. Olivier Assayas firma un’opera densa e ambiziosa, che intreccia riflessione politica e dramma personale, raccontando la seduzione e il prezzo del potere con uno sguardo lucido e inquietante.
Pro
- Sceneggiatura ricca e ben costruita, con un intreccio complesso ma coerente.
- Jude Law sorprendente e credibile nel ruolo di Putin.
- Paul Dano magnetico, con un personaggio enigmatico e sfaccettato.
- Atmosfera storica realistica e una Russia inedita per lo sguardo occidentale.
- Struttura a capitoli efficace per orientare lo spettatore nei salti temporali.
Contro
- Eccessiva densità narrativa che a tratti sovraccarica il ritmo.
- Arco temporale poco credibile per il protagonista, che non mostra segni di invecchiamento.
- Ambiguità del personaggio principale che può lasciare lo spettatore distante emotivamente.
- Voto CinemaSerieTV
