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Home » Film » Recensioni film » Two Prosecutors, la recensione: l’utopia tradita in una prigione senza uscita

Two Prosecutors, la recensione: l’utopia tradita in una prigione senza uscita

La recensione di Two Prosecutors, il cupo dramma sovietico di Sergei Loznitsa che svela il volto eterno dell’oppressione.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana15 Maggio 2025Aggiornato:16 Maggio 2025
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Una scena di Two Prosecutors (fonte: Pyramide, Progress)
Una scena di Two Prosecutors (fonte: Pyramide, Progress)
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Il film: Two Prosecutors, 2025. Diretto da: Sergei Loznitsa.
Genere: Drammatico, Storico, Politico. Cast: Aleksandr Kuznetsov, Aleksandr Filippenko, Anatoli Beliy, Vytautas Kaniusonis, Valentin Novopolskij, Dmitrij Denisiuk.
Durata: 1h 57min. Dove l’abbiamo visto: In anteprima stampa al Festival di Cannes 2025, in lingua originale con sottotitoli.

Trama: Un giovane procuratore sovietico riceve una misteriosa lettera scritta col sangue da un prigioniero politico. Deciso a indagare, si scontra con la burocrazia opprimente del regime stalinista, scoprendo a proprie spese che la giustizia non ha spazio in un sistema basato sul terrore e sul silenzio.

A chi è consigliato? A chi ama il cinema d’autore più rigoroso, i drammi storici di impianto kafkiano e le riflessioni politiche sul totalitarismo. Sconsigliato a chi cerca ritmo serrato, colpi di scena o narrazioni convenzionali: Two Prosecutors è un’opera densa, austera e volutamente spietata.


La prima immagine di Two Prosecutors è quella di un gigantesco portone metallico che si apre su una prigione sovietica nel 1937. Un ingresso tanto imponente quanto infausto, preludio a un racconto che si muoverà in una spirale discendente tra oppressione, silenzi e burocrazia.

Ci troviamo nel pieno del Terrore staliniano, nel 1937, e quel portone si richiuderà alla fine del film con la stessa inesorabile cupezza: non solo su una vicenda personale, ma su un’intera epoca, che ha segnato la Storia della società occidentale.

La miccia che da il via alla vicenda

Una scena di Two Prosecutors (fonte: Pyramide, Progress)
Una scena di Two Prosecutors (fonte: Pyramide, Progress)

Nel cuore della prigione, un anziano detenuto riceve il compito di bruciare lettere indirizzate al “Caro compagno Stalin”. Sono lettere scritte da centinaia e centinaia di persone ingiustamente detenute, membri del “vecchio” partito catturati e torturati per crimini che non hanno commesso, semplicemente perchè non si allineano più con le direttive di un’Istituzione ormai incancrenitasi sulle proprie ideologie.

In un gesto quasi invisibile ma eroico, l’anziano ne salva una: è scritta con il sangue da un certo Stepniak, e chiede semplicemente di essere ascoltato. Quel piccolo atto di disobbedienza innesca la catena di eventi al centro del film, portando la missiva nelle mani del giovane procuratore Kornyev.

I due procuratori

Una scena di Two Prosecutors (fonte: Pyramide, Progress)
Una scena di Two Prosecutors (fonte: Pyramide, Progress)

Aleksandr Kuznetsov interpreta Kornyev con una precisione intensa e dolorosa. È un idealista, freschissimo di nomina, convinto che la legge sovietica, se applicata con giustizia, possa salvare gli innocenti. Ma appena mette piede in prigione per indagare, tutto ciò che incontra è diffidenza, ostruzionismo e un sistema che lo mastica (e poi come vedremo risputa) lentamente. Kornyev non è un ribelle: è un fedele servitore dello Stato che crede ancora nella rivoluzione. È proprio questa fede a renderlo tragico.

Stepniak, interpretato da un magnetico Aleksandr Filippenko, è un ex procuratore, un uomo spezzato dalla macchina stessa che ha servito. I suoi racconti sono lucidi, incisivi, e illustrano con dolorosa chiarezza la logica circolare e mortifera del regime: confessioni estorte, nemici del popolo inventati, verità che diventano malattia. In lui si concentrano tutti i fallimenti della Rivoluzione: è un sopravvissuto e al contempo è un monito.

Un viaggio nel cuore della macchina

Una scena di Two Prosecutors (fonte: Pyramide, Progress)
Una scena di Two Prosecutors (fonte: Pyramide, Progress)

La missione di Kornyev lo porta a Mosca, dove affronta i corridoi interminabili del potere e l’ambigua cortesia di funzionari che sembrano sempre sapere qualcosa più di lui. L’incontro con il procuratore generale Vyshynsky (Anatoli Beliy), figura storicamente legata ai processi farsa degli anni ’30, sancisce il punto di non ritorno. Qui Kornyev comprende che la sua buona fede è irrilevante. Ha osato cercare giustizia in un sistema che sopravvive proprio negandola.

La messa in scena è austera, geometrica, priva di sbavature. La fotografia di Oleg Mutu, in formato 1.33:1, incornicia ogni scena come un dipinto gelido. L’aspetto visivo, unito alla colonna sonora classica di Christiaan Verbeek, crea un’estetica di bellezza formale che contrasta con l’orrore narrato. È un’ironia tragica: la forma è perfetta, il contenuto è devastante.

Un’allegoria senza tempo

Una scena di Two Prosecutors (fonte: Pyramide, Progress)
Una scena di Two Prosecutors (fonte: Pyramide, Progress)

Sebbene ambientato nel 1937, Two Prosecutors è intriso di riferimenti all’oggi. Non solo nei dialoghi (come quando un personaggio denuncia la sostituzione degli esperti con ciarlatani), ma nel senso di minaccia perenne che grava su ogni gesto e parola. Il viaggio circolare di Kornyev — da una prigione alle sedi del potere e ritorno — non è solo geografico: è esistenziale. Un’odissea kafkiana che parla del passato, ma riflette senza pietà il presente.

Alla fine, Kornyev è ancora convinto di salvare l’ideale marxista. Crede di servire la Rivoluzione, non di sfidarla. Eppure è proprio questa sua innocenza ideologica a condannarlo. La scena del ritorno in treno, con i canti e il sospetto che lo accompagna, è emblematica: Kornyev è l’unico che parla apertamente in un mondo in cui chiunque potrebbe essere una spia. Il cerchio si chiude, il portone si richiude, e Loznitsa lascia lo spettatore con un’amara verità: chi osa parlare, in un sistema costruito sul silenzio, è destinato al fallimento.

La recensione in breve

7.0 Cupo

Two Prosecutors è un'opera cupa, rigorosa e profondamente politica, ambientata nella Russia di Stalin ma rivolta a ogni sistema autoritario, compreso quello contemporaneo. Attraverso la vicenda di un giovane procuratore idealista, Sergei Loznitsa costruisce un racconto di disillusione e sopraffazione che assume la forma di una parabola kafkiana. Il film, visivamente impeccabile, non cerca il colpo di scena, ma si affida alla potenza dei dettagli e all’atmosfera soffocante per raccontare l’impossibilità della giustizia in un mondo fondato sulla paura.

Pro
  1. Regia impeccabile e austera di Sergei Loznitsa
  2. Ottima performance di Aleksandr Kuznetsov e Aleksandr Filippenko
  3. Potente metafora storica e politica
  4. Fotografia in formato ristretto che aumenta il senso di oppressione
  5. Colonna sonora classica che rafforza il tono tragico
  6. Ricostruzione storica rigorosa ed evocativa
Contro
  1. Ritmo estremamente lento, non adatto a tutti
  2. Dialoghi talvolta troppo espliciti e poco cinematografici
  3. Mancanza di sorprese narrative o svolte imprevedibili
  4. Atmosfera opprimente e claustrofobica che può risultare eccessiva
  • Voto CinemaSerieTV 7.0
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