Il film: Un silence, 2023. Regia di: Joachim Lafosse. Cast: Daniel Auteuil, Emmanuelle Devos, Louise Chevillotte, Matthieu Galoux. Genere: Drammatico. Durata: 100 min Dove lo abbiamo visto: alla Festa del Cinema di Roma.
Trama: L’equilibro familiare di un noto avvocato crolla improvvisamente, dopo ben venticinque anni, quando i figli decidono di farsi giustizia. Sua moglie Astrid, infatti, messa a tacere troppo a lungo, ma l’abuso familiare sofferto finora in silenzio sta per venire a galla.
Ci sono dei temi scomodi, difficilissimi da sfiorare o toccare quando si tratta di racconti audiovisivi. Forse il più scomodo di tutti è la pedofilia, perché rappresenta la più oscura e complessa delle perversioni umani. Joachim Lafosse, regista di Un silence, ha cercato un punto di vista e un tono precisi e particolari per poterlo affrontare, non limitarsi alle vittime o ai carnefici, al gesto criminale, ma guardare oltre, attorno.
In questa recensione del film, presentato alla Festa del cinema di Roma, vedremo come questa scelta sia un modo efficace e intelligente per affrontare certe situazioni e come Lafosse, regista abile nel racconto di famiglie e coppie che scricchiolano, la usi nel migliore dei modi.
La trama: Le fondamenta di una famiglia

La famiglia di Un silence è composta da un importante avvocato (Daniel Auteuil) alle prese con un importante causa riguardante la pedofilia, la moglie (Emmanuelle Devos) che lo supporta vivendone all’ombra, un figlio adottivo e una figlia naturale, adulta. Tutto parte proprio da lei, quando comunica alla madre la decisione di un certo Pierre di denunciare il padre, per una storia di pedofilia risalente a 30 anni prima.
Fedele al titolo, la sceneggiatura di Chloé Duponchelle, Paul Ismael e Thomas van Zuylen resta reticente, gioca attorno al mistero e all’ambiguità dei suoi personaggi per un po’ e quando poi svela con il giusto tempo il tema centrale sceglie la strada del dramma corale, capace di indagare l’abisso psicologico e umano che la pedofilia scava in chi vi si trova invischiato, anche solo tangenzialmente.
I fantasmi della psiche

Con questa idea di sceneggiatura, Lafosse può concentrarsi su dei personaggi che di solito sono fuori dal raggio dei drammi processuali o dei racconti di cronaca, ossia coloro che vivono accanto alle vittime, che indirettamente subiscono i danni collaterali; è una scelta che consente al regista poter guardare l’abisso senza esserne risucchiato, senza cadere in sensazionalismi, morbosità o eccessivi timori. Soprattutto però gli permette anche di dare al film una forma estetica e stilistica ben definita, avvolta da una fotografia notturna e umbratile (curata da Jean-François Hensgens) che dà al racconto un’eco da dramma gotico, come se nel film fossero i lati oscuri, le ombre dei personaggi a parlare, muoversi e agire al posto delle vere persone che mascherano loro stessi durante il giorno.
La regia di Un silence asseconda questa scelta usando lunghe inquadrature e piani sequenza che coinvolgono chi guarda e al tempo stesso aumentano l’insicurezza e l’ambivalenza di ciò che vediamo, sottolineando la complessità del discorso che al film sottende. Drammaturgicamente, forse, il film prende un paio di risoluzioni più semplici e immediate, soprattutto nel finale, ma sequenze come quella che porta all’epilogo o l’inquadratura di Auteuil, nella pioggia notturna, che convoca una conferenza stampa improvvisata, suppliscono ai limiti del racconto con la forza evocativa delle immagini.
La recensione in breve
Un silence sceglie in modo originale un punto di vista narrativo e stilistico per raccontare il tema scomodo e atroce della pedofilia.
- Voto CinemaSerieTV
