A quasi due anni dalla sua anteprima mondiale al Sundance Film Festival, è arrivato in Italia su Prime Video il terrificante Speak No Evil (di cui abbiamo anche parlato nella nostra recensione), uno degli horror più chiacchierati degli ultimi tempi. Un film, quello del regista danese Christian Tafdrup, dove una semplice vacanza si trasforma in incubo senza fine per una famiglia invitata a passare del tempo con due coniugi conosciuti in villeggiatura. Un film la cui crudeltà è destinata a farsi sentire una seconda volta con il remake americano prodotto dalla Blumhouse e previsto per l’estate 2024. Anche se è lecito dubitare di quanto avrà il coraggio di spingersi fino in fondo come ha fatto l’originale, come cerchiamo di approfondire in questa nostra spiegazione del finale del film. Ovviamente, questo articolo contiene spoiler!
Cosa accade nel finale di Speak No Evil

Per l’intero film Bjørn e Louise, venuti dalla Danimarca con la figlia Agnes, hanno percepito che ci fosse qualcosa di strano nel comportamento dei loro amici olandesi Patrick e Karin, e una notte Bjørn scopre la verità: i due sono in realtà dei perversi serial killer che, dopo aver ucciso la famiglia di turno, sequestrano il figlio e lo spacciano per proprio dopo avergli rimosso la lingua per impedirgli di svelare la verità (nel caso dell’ultimo “pargolo”, Abel, avevano detto che era nato senza lingua). Bjørn nota anche il cadavere di Abel in piscina, e decide di fuggire con Louise e Agnes, ma senza raccontare il motivo esatto. Vengono però raggiunti nel cuore della notte dai killer, i quali fanno rapire e mutilare la bambina da un complice e poi portano la coppia danese in un luogo desolato dove li costringono a spogliarsi. Alla domanda “Perché?” di Bjørn, Patrick risponde semplicemente “Perché tu me l’hai permesso”, alludendo all’atteggiamento passivo dei danesi per gran parte del film. I due vengono lapidati a morte, e l’ultima scena mostra Patrick e Karin, ora con Agnes come “figlia”, in vacanza alla ricerca delle prossime vittime.
Inversione dei ruoli

Al netto della grandissima crudeltà del racconto, che porta la disperazione ai massimi estremi con una conclusione lapidariamente agghiacciante (il “Because you let me” di Patrick in lingua originale è una battuta da brivido di prim’ordine), l’elemento più sottilmente inquietante è come il regista abbia rimescolato le carte con la dinamica tra le due famiglie, soprattutto se uno conosce il cinema scandinavo e/o la reputazione delle due nazioni coinvolte a livello di cultura popolare, soprattutto negli Stati Uniti: la Danimarca è territorio di noir nordico e storie di spietati serial killer sulla falsariga degli omologhi norvegesi e svedesi, mentre i Paesi Bassi sono tipicamente associati a zoccoli, tulipani, biciclette e locali dove è lecito farsi le canne in pubblico (e, grazie a Quentin Tarantino, l’abitudine di mettere la maionese sulle patatine al posto del ketchup). Ed è proprio la caratterizzazione stereotipata di Patrick e Karin nella prima parte del film (noncuranti delle esigenze altrui, un po’ troppo a loro agio con la nudità pubblica) a deporre a loro favore nell’evoluzione del racconto quando emerge la verità: i due sempliciotti hanno ingannato i più acculturati turisti danesi e ora li ammazzeranno senza scrupolo.
Consenso letale

A un anno e mezzo dalla prima proiezione del Sundance, inauguratore di un percorso di successo sul circuito festivaliero (con alcuni spettacoli, come quello speciale a Zurigo, con il commento in diretta del compositore sulle azzeccatissime scelte musicali, in linea con il progredire della tensione nel corso della pellicola), rimane impressa soprattutto quella frase che abbiamo già menzionato due volte, quella con cui Patrick giustifica la propria furia omicida e pone fine a un lungo weekend di menzogne e imbarazzi costruiti a tavolino. “Because you let me” è la semplice condanna di una mentalità che sacrifica la logica – Bjørn vorrebbe scappare già al primo segnale di comportamenti strambi – in nome del timore di essere visti come maleducati. Una battuta che si rivolge non solo ai coniugi danesi ma anche al pubblico, il cui coinvolgimento attivo con l’horror in sala è spesso riassunto da insulti nei confronti dei personaggi che si comportano in maniera decisamente insensata. Ecco, a questo giro noi siamo perfettamente d’accordo con Bjørn nel pensare che sarebbe meglio darsela a gambe, ma vogliamo anche vedere dove andrà a parare il film. E così esso ci colpisce con semplice spietatezza, e la colpa è solo nostra, perché siamo rimasti in sala – o davanti allo schermo del televisore o altri dispositivi per la visione domestica – e glielo abbiamo permesso.
