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Home » Film » Talk to Me, perché è il miglior horror dell’anno?

Talk to Me, perché è il miglior horror dell’anno?

Ecco perché Talk ti me, esordio alla regia dei fratelli Philippou, può essere considerato il miglior horror dell'anno.
Agnese AlbertiniDi Agnese Albertini29 Settembre 2023Aggiornato:29 Settembre 2023
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Una scena di Talk to Me
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Ne hanno parlato tutti, fin dalla sua presentazione in anteprima al Sundance Film Festival 2023. È diventato il film distribuito da A24 con il più alto incasso di sempre. Arrivato nelle sale italiane ieri 28 settembre, Talk to Me è l’esordio alla regia del duo di youtuber Danny e Michael Philippou. Un prodotto incredibilmente interessante che rielabora la mitologia dei teen horror, amalgamando il fascino dei giochi proibiti con il vetrinismo della Gen Z. Un horror che non ha paura di far soffrire e portare ai massimi limiti di sopportazione i suoi protagonisti, mettendo in luce come non siano poi forse così tanto differenti dagli spiriti che risvegliano. Il tutto condito da un’estetica curata e riconoscibile, che sfrutta al meglio il pattern dei film a basso budget destinati ad ottenere un seguito di culto. Per queste e tante altre ragioni, scopriamo in questo articolo perché Talk to Me è il miglior horror dell’anno.

Rinnova la mitologia della tavola Ouijia

Una scena di Talk to Me

Talk to Me, a cui abbiamo dedicato una recensione dettagliata, porta una ventata di freschezza nel genere dei teen horror: i fratelli Philippou riescono abilmente a intrecciare il contesto contemporaneo, dominato dagli occhi dei cellulari e dall’influenza di Internet, con l’oscuro misticismo del folklore, alimentato dalle leggende metropolitane e dalle implicazioni dell’utilizzo di oggetti presumibilmente carichi di energia soprannaturale, come la mano che, in questo caso, funge da catalizzatore dell’azione. Nel processo, si fa anche riferimento ai pericoli delle challenge che imperversano sui social media, offrendo un suggestivo parallelismo sulle insidie legate all’uso di sostanze stupefacenti e stimolanti in determinati stati mentali e contesti emotivamente fragili. Pur basandosi sul noto cliché della tavola Ouija – e delle sue conseguenze – , la trama di Talk to Me imprime a questo tropo una nuova direzione, reinterpretandolo alla luce dei mezzi di comunicazione contemporanei.

Non ha paura di trattare male i suoi protagonisti

Frame tratto da Talk to me

A questa indovinata premessa si aggiunge l’uso calcolato della componente horror, che spicca soprattutto in una efferatezza e crudezza della messa in scena che ci coglie impreparati dopo aver tirato al massimo la corda della tensione – e sopportazione – di psicologie già fragilissime. I Philippou dimostrano di aver preso a cuore non solo la lezione del trattare male i protagonisti, ma anche di maltrattare le aspettative del pubblico. La speranza che riponiamo in una qualche forma di redenzione – o perlomeno di elaborazione del trauma di Mia – annega nel buio della storia, mentre ci rendiamo conto di essere meri spettatori a cui viene negato il compito della previsione, assistendo alla più spudorata miseria possibile. Il gore è inserito nella narrazione servendo allo scopo dell’atmosfera soffocante e avvolgente del film: aprire una conversazione – mai impartire una lezione – sui vantaggi e gli svantaggi del vivere nel presente dell’immediatezza imperante.

Talk to Me aspira a essere un ritratto generazionale che coinvolge, per davvero, la generazione di YouTube. Non cerca di instillare un terrore elevato; al contrario, accelera fino alle conseguenze ultime con montaggi frenetici, conducendoci a una conclusione caratterizzata da un oscuro umorismo nero – di cui vi abbiamo parlato approfonditamente nella nostra spiegazione del finale di Talk to Me. Una velocità di movimento fittizia, contrapposta al presente di adolescenti annoiati, desiderosi di attenzioni, che non hanno più contatti fisici e lasciano che ad abitare il loro corpo siano altri.

Ha una grande profondità emotiva

I Philippou mettono al centro del racconto la psicologia dei personaggi, evitando di ridurli a semplici carcasse da possedere o sacrificare ai demoni. Talk to Me trasuda un’atmosfera di solitudine, disperazione, sensi di colpa e necessità di arrampicarsi sugli specchi per preservare la propria salute mentale, anche mettendo a repentaglio sé e gli altri. Il film riesce ad affrontare i traumi interiori dei suoi personaggi senza mai trasformare la trama in un rimpianto malinconico. Non ci sono fili slacciati o jumpscare fini a sé stesso; la sceneggiatura, molto solida, viene ulteriormente arricchita dalla potenza delle immagini e dall’iconicità di un cast che interpreta i ruoli con sicurezza senza compromettere la credibilità.

Quello che i fratelli Philippou hanno appreso da veterani del genere come Ari Aster e James Wan sembra rilevante quanto l’apprendimento ottenuto da una società che ha condannato le nuove generazioni a una passività assoluta nei confronti della violenza e della morte. L’ubiquità di immagini di questo tipo nella contemporaneità costringe i personaggi di Talk to Me, inizialmente figure kafkiane e stranamente immuni agli eventi paranormali, a riscoprire la paura. I Philippou riescono, e persino entusiasmano, nel tentativo di coreografare una riconquista della “paura” da parte di giovani che sembrano essere nati coraggiosi oggi.

Un’impronta riconoscibile

Ricordiamo che Danny e Michael Philippou hanno iniziato la loro carriera su Youtube nel 2013. In breve tempo, il loro canale RackaRacka ha guadagnato popolarità, soprattutto grazie ai video parodistici pieni di black humor e violenza iperbolica che propongono. Anche con risorse modeste, l’entusiasmo e l’ingegno non gli sono mai mancati, soprattutto per quanto riguarda gli effetti visivi fatti in casa. Dopo un decennio trascorso ad affinare le loro abilità sui video di YouTube, hanno realizzato questo lungometraggio acquisito nientemeno che dalla società A24, nota per un catalogo di film a medio budget e di alta qualità, che ha anche contribuito a ridefinire l’horror nell’ultimo decennio con titoli come The Witch o Hereditary. Con questo film, dimostrano di maneggiare abilmente la cinepresa, reinterpretando le sfide e i traumi delle nuove generazioni come maledizioni sovrannaturali, qualcosa di assolutamente lontano dai cliché superficiali.

Non si fanno scrupoli a trasporre l’energia esaltante ed esaltata dei loro primi video in un contesto pessimistico, sostenuto da un montaggio martellante e da una fotografia cupa. Il pregio maggiore di Talk to Me sta proprio nella sfrontatezza e nella sicurezza con cui i Philippou mettono in scena non tanto le paure delle nuove generazioni, quanto il modo in cui i giovanissimi osservano ciò di cui, per definizione, dovrebbero avere paura. La prima metà del film diventa una riflessione consapevole sui cambiamenti che lo sguardo giovanile provoca negli archetipi e nei codici canonici del genere. Quando si tratta di filmare l’impossibile, una ripresa ravvicinata è rilevante tanto quanto una ripresa sfocata e traballante registrata con un cellulare. La contemporaneità non può includere il sovrannaturale prescindendo dalla nozione di spettacolo: lo straordinario può essere tale solo attraverso il filtro del virale (e quindi dei social network).

Con Talk to Me, i Philippou gestiscono il materiale a loro disposizione con la consapevolezza della possibilità di dare vita a nuovo franchise. L’espediente della mano imbalsamata, che funge da passaggio verso il mondo dei morti, potrebbe diventare un punto di svolta incredibilmente fortunato per il genere, similmente a quanto fatto dal franchise di Insidious con le tavole Ouija. Tuttavia, anziché abbracciare una formula completamente rivoluzionaria, i registi scelgono di reinventare una ricetta ben conosciuta: utilizzano con maestria gli ingredienti familiari, dosandoli con precisione per creare un’esperienza che, pur mantenendo una sensazione di familiarità, si rivela fresca e nuova. La trama del film è solidamente costruita, evita di svelare troppe informazioni sulle origini della mano imbalsamata, il che contribuisce a mantenere un maggiore alone di mistero: è molto probabile che sveleranno tutte le loro carte nei futuri sequel, in cui non vediamo assolutamente l’ora di immergerci.

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