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Home » Film » Thunderbolts* è la scossa che serviva al Marvel Cinematic Universe?

Thunderbolts* è la scossa che serviva al Marvel Cinematic Universe?

Il film Marvel più umano e sorprendente degli ultimi anni: ecco perché Thunderbolts è la scossa che serviva al MCU.
Carlotta DeianaDi Carlotta Deiana3 Maggio 2025
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I protagonisti di Thunderbolts (fonte: Marvel)
I protagonisti di Thunderbolts (fonte: Marvel)
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Dal 2019 in poi, il Marvel Cinematic Universe ha attraversato una fase di profonda crisi identitaria. Dopo Avengers: Endgame, che ha chiuso una saga epocale durata più di un decennio, lo studio si è trovato a inseguire una nuova direzione senza una bussola precisa. Film spesso sfilacciati, personaggi introdotti e subito dimenticati, un multiverso narrativo che, più che ampliare l’orizzonte, ha frammentato l’interesse.

In questo panorama disordinato arriva Thunderbolts, e fin dai primi minuti si percepisce un cambio di passo. Non è il solito film Marvel. Non vuole esserlo. Non è un altro tassello di una costruzione infinita: è un racconto a sé, con un’identità precisa e un’urgenza narrativa inedita. Il risultato? Il film più umano, coeso e sorprendente dell’MCU dai tempi di Spider-Man: No Way Home.

I supereroi che non vogliono salvare il mondo

Una scena di Thunderbolts (fonte: Marvel)
Una scena di Thunderbolts (fonte: Marvel)

Non ci sono messia o salvatori in Thunderbolts, ma personaggi spezzati, rancorosi, colmi di colpe non digerite. Il team protagonista è composto da ex agenti segreti, super-soldati falliti, assassini pentiti, cavie da laboratorio e individui scartati dal sistema. Lontani anni luce dagli Avengers originali, questi sono antieroi riluttanti che non cercano la gloria, ma solo uno scopo. Qualcosa – o qualcuno – per cui valga ancora la pena combattere.

Questo spostamento di focus – dalla salvezza del mondo alla salvezza di sé stessi – è ciò che rende il film così coinvolgente. Il superpotere più importante, in Thunderbolts, è la capacità di guardarsi dentro senza distogliere lo sguardo. E quando anche questo fallisce, resta la forza del gruppo, del confronto, dell’empatia.

Una riflessione autentica sulla salute mentale

Una scena di Thunderbolts (fonte: Marvel)
Una scena di Thunderbolts (fonte: Marvel)

Non è la prima volta che l’MCU sfiora il tema del trauma psicologico (si pensi alla sindrome post-traumatica di Tony Stark in Iron Man 3 o alla depressione di Thor in Endgame), ma raramente lo ha fatto con la centralità e la sensibilità dimostrate qui. In Thunderbolts, la sofferenza mentale non è una conseguenza, ma il punto di partenza della narrazione.

Yelena Belova (Florence Pugh) apre il film in tuta da casa, priva di energia, raccontando a un collega quanto si senta vuota e inutile. L’intero gruppo è composto da persone che hanno fallito, che si odiano, che non dormono la notte. Ma ciò che colpisce è che il film non cerca di “aggiustarli”. Non ci sono soluzioni facili, nessuna redenzione immediata. Solo la lenta, accidentata scoperta che condividere il proprio dolore può essere un primo passo. In un universo in cui gli eroi si curano con la tecnologia, Thunderbolts sceglie la via della vulnerabilità.

Florence Pugh e Lewis Pullman: un cuore emotivo pulsante

Una scena di Thunderbolts (fonte: Marvel)
Una scena di Thunderbolts (fonte: Marvel)

L’anima del film risiede nella chimica tra due personaggi centrali: Yelena e Bob. Lei è una delle creazioni più riuscite del MCU post-Endgame – ironica, dolente, carismatica senza sforzo. Lui, interpretato da Lewis Pullman, è una rivelazione. Apparentemente spaesato, tenero e quasi invisibile, Bob si rivela essere l’epicentro oscuro della storia, una figura tormentata che racchiude dentro di sé sia speranza che distruzione.

Il loro rapporto, che oscilla tra solidarietà, attrito e riconoscimento reciproco, è il fulcro emotivo della pellicola. Non è solo ben scritto: è profondamente vissuto. Pugh offre una performance magnetica, tra le più intense mai viste in un film Marvel, mentre Pullman riesce a dare spessore e umanità a un personaggio che, in mani meno abili, sarebbe stato ridotto a cliché.

Una squadra disfunzionale che funziona

Una scena di Thunderbolts (fonte: Marvel)
Una scena di Thunderbolts (fonte: Marvel)

Accanto a Yelena e Bob troviamo un cast variegato e volutamente squilibrato. David Harbour (Red Guardian) è goffo e affettuoso, un ex eroe sovietico che vive di nostalgia. Sebastian Stan (Bucky) è come sempre affascinante e tormentato, sebbene stavolta resti un po’ in disparte. Julia Louis-Dreyfus è un villain sui generis, cinica e ironica, anche se meno incisiva di quanto potrebbe. Wyatt Russell e Hannah John-Kamen completano la squadra, pur rimanendo ai margini.

Ma il film non nasconde questa disparità. Anzi, la trasforma in un punto di forza: i personaggi non sono perfettamente bilanciati perché la squadra non lo è. Thunderbolts racconta un gruppo che si tiene insieme per necessità, non per affinità. E funziona proprio per questo.

Un ritorno al cinema d’azione “sporco” e concreto

Una scena di Thunderbolts (fonte: Marvel)
Una scena di Thunderbolts (fonte: Marvel)

Tra gli aspetti più sorprendenti del film c’è la regia di Jake Schreier, che opta per uno stile più ruvido, quasi da thriller anni ’90. Addio sequenze iper-digitale, addio duelli sospesi in cieli finti. L’azione è corporea, chiusa, intensa. Una scena di combattimento in un corridoio buio e claustrofobico ha più impatto emotivo di molte battaglie spaziali viste negli ultimi anni.

L’estetica del film è volutamente grezza, meno levigata rispetto agli standard Marvel, ma proprio per questo più credibile. Anche la colonna sonora – firmata da Son Lux – accompagna con discrezione, con una tensione mai banale. Perfino l’ormai immancabile scena post-credit ha senso narrativo, e non è solo l’ennesimo teaser vuoto per il “prossimo film”.
Un piccolo grande film, con il cuore al posto giusto

Thunderbolts non è perfetto. Alcuni personaggi restano abbozzati, alcune dinamiche si risolvono in modo prevedibile, e il finale – per quanto emozionale – è forse meno epico di quanto ci si aspetti. Ma sono difetti minori in un film che riesce là dove altri hanno fallito: coinvolgere, far riflettere, far affezionare.
Non vuole rivoluzionare il MCU. Non vuole vendere dieci spin-off. Vuole raccontare una storia che abbia senso oggi, in un mondo (e in un universo narrativo) che sembra aver perso il suo baricentro. E in questo riesce benissimo.

La rinascita Marvel parte da qui?

Una scena di Thunderbolts (fonte: Marvel)
Una scena di Thunderbolts (fonte: Marvel)

Thunderbolts è un film che parla di personaggi smarriti, e forse proprio per questo riesce a riflettere anche lo stato attuale dell’MCU. Ma a differenza di molte produzioni recenti, non si limita a descrivere un problema: offre una possibile via d’uscita. Recuperare il valore delle relazioni, il peso delle scelte, il significato delle cicatrici.

Non è una rivoluzione spettacolare, ma è un passo coraggioso. Ed è probabilmente il miglior film Marvel da anni a questa parte. Più che un film “grande”, è un film necessario.

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