Weapons, il nuovo film di Zach Cregger dopo il successo di Barbarian, cattura lo spettatore fin dalla prima scena con un mistero tanto semplice da enunciare quanto inquietante da spiegare. In una notte come tante, alle 2:17 del mattino, diciassette bambini della stessa classe di terza elementare abbandonano le loro case senza dire una parola, attraversano le strade della piccola Maybrook e spariscono nel buio. Nessuno li rivedrà più, almeno per settimane.
L’unico a non unirsi a questa processione silenziosa è Alex Lilly, un ragazzino che da quel momento diventa il centro di sospetti e attenzioni morbose. Per la comunità, e in particolare per Archer Graff – padre del piccolo Matthew, uno dei bambini scomparsi – la persona che deve avere delle risposte è la loro insegnante, Justine Gandy. Ma quello che inizia come una ricerca disperata diventa, progressivamente, un incubo intriso di orrore soprannaturale.
Una narrazione a incastri per svelare la verità

Come già accadeva in Barbarian, Cregger adotta una struttura a capitoli che cambia continuamente prospettiva. Ogni sezione si concentra su un personaggio diverso — Justine, Archer, Paul, James, il preside Marcus e infine Alex — mostrando eventi che spesso si sovrappongono ma rivelano nuovi dettagli.
All’inizio il film si muove in un territorio ambiguo: il sospetto nei confronti di Justine, l’ostilità dei genitori, la tensione nelle strade della cittadina. Poi, lentamente, emergono indizi che portano a una figura sempre più inquietante: una donna anziana, truccata in modo grottesco, vista nei luoghi più impensati e collegata in qualche modo alla casa di Alex.
Il volto del male: Zia Gladys

Il vero colpo di scena arriva quando scopriamo la sua identità. Si tratta di Aunt Gladys, la zia di Alex, arrivata in città sostenendo di essere gravemente malata. In realtà, Gladys possiede poteri oscuri: attraverso rituali che combinano rami spinosi, sangue, capelli e acqua, è capace di sottomettere completamente la volontà delle persone, lasciandole immobili, prive di coscienza.
La prima vittima di questo incantesimo sono proprio i genitori di Alex, trasformati in statue viventi che devono essere nutriti dal figlio per sopravvivere. Gladys non si limita a “congelare” le sue vittime: può trasformarle in armi viventi, costringendole a compiere omicidi brutali. È qui che il titolo Weapons trova il suo senso più diretto: esseri umani ridotti a strumenti di morte.
Il rapimento silenzioso

Per nutrirsi di nuova energia vitale, Gladys elabora un piano più ambizioso: impossessarsi di un intero gruppo di bambini. Costringe Alex a rubare i cartellini con i nomi dei compagni di classe, oggetti personali necessari per il rituale. Li usa per richiamarli a casa sua in piena notte.
I diciassette bambini, una volta soggiogati, vengono rinchiusi in un seminterrato e mantenuti in vita da Alex, che diventa involontariamente complice del crimine. Quando le autorità indagano, Gladys riesce a sviare i sospetti fingendo di essere una zia affettuosa che si prende cura di Alex dopo un “malore” dei genitori.
La spirale di violenza

Il potere di Gladys non si limita ai bambini. Quando intuisce che Justine inizia a sospettare, usa un ciuffo dei suoi capelli per lanciare un nuovo incantesimo e inviarle contro il preside Marcus. Quello che segue è uno degli attacchi più disturbanti del film: Marcus, completamente fuori controllo, uccide il proprio compagno e poi corre verso Justine con l’intenzione di strangolarla. L’intervento di Archer la salva, ma Marcus muore travolto da un’auto.
Questo evento è il punto di svolta: Archer comprende che Justine non è la colpevole e i due decidono di collaborare per arrivare alla verità. Tracciando i percorsi notturni dei bambini, scoprono che tutti convergono verso la casa di Alex.
L’assalto alla casa di Gladys

Entrare nella casa significa affrontare un vero e proprio campo di battaglia. Paul, ex di Justine e ora posseduto, e James, un giovane tossicodipendente anch’egli sotto incantesimo, li aggrediscono con una resistenza disumana. Lo scontro è crudo e fisico: Justine arriva a scuoiare il volto di Paul con un pelapatate pur di liberarsi dalla sua presa, mentre Archer uccide James colpendolo ripetutamente alla testa.
Nel frattempo, in cantina, Archer trova finalmente il figlio Matthew e gli altri bambini, immobili e silenziosi. Ma prima che possa liberarli, Gladys lo controlla mentalmente e lo manda a strangolare Justine.
Il ribaltamento orchestrato da Alex

Mentre la situazione precipita, Alex decide di agire. Rompe volontariamente la linea di sale che lo separava dai genitori posseduti, attirandoli verso di sé per allontanarli da Gladys. Rifugiatosi in bagno, ricrea il rituale della zia: prende un ramo del suo albero magico e una ciocca dei suoi capelli – recuperata da una delle sue parrucche – e spezza il ramo.
Questa mossa inverte l’obiettivo dell’incantesimo: ora sono i diciassette bambini del seminterrato a diventare le “armi viventi” incaricate di uccidere Gladys.
La fine della strega

La sequenza che segue è di puro horror fisico. I bambini sfondano porte e finestre, inseguendo Gladys attraverso la città come predatori. La raggiungono in un cortile e la fanno letteralmente a pezzi, in una scena di gore senza filtri. Con la sua morte, il controllo mentale si interrompe: Archer smette di strangolare Justine, i genitori di Alex interrompono l’assalto, e la tensione sembra finalmente allentarsi.
Un ritorno impossibile alla normalità

L’epilogo, raccontato dalla voce narrante di un bambino alcuni anni dopo, è tutt’altro che rassicurante. I genitori di Alex non si riprendono mai e vengono internati in un istituto. Alex va a vivere con una zia gentile, lontano dall’incubo di Maybrook. I bambini tornano alle loro famiglie, ma non tutti riacquistano la parola: solo alcuni hanno iniziato lentamente a parlare di nuovo.
L’immagine finale è amarissima: Archer cammina con Matthew tra le braccia, mentre il trauma della città resta impresso come una ferita che non guarirà mai del tutto.
Interpretazioni e significati

Zach Cregger ha dichiarato che non intendeva realizzare un’allegoria diretta di tragedie collettive come le sparatorie scolastiche, ma molti spettatori hanno visto nel film una metafora del trauma condiviso: una comunità sconvolta, famiglie distrutte, un senso di sicurezza che evapora per sempre.
Il titolo Weapons funziona su più livelli: Gladys trasforma le persone in armi viventi, ma il film suggerisce anche che in determinate condizioni chiunque può essere manipolato e usato contro gli altri. È un horror che parla di perdita, manipolazione e resilienza, ma senza offrire un vero lieto fine.
