A una settimana dalla notte degli Oscar, che l’ha vista protagonista in platea, ma non sul palco dei premiati, Karla Sofia Gascòn affida a The Hollywood Reporter una lunga e accorata confessione sulla complessa vicenda che l’ha vista al centro di una pesante controversia a causa del riemergere di vecchi tweet dal contenuto molto discutibile: un inciampo che di fatto è costato al film Emilia Pèrez, candidato a 13 statuette, e di cui Gascòn è protagonista, la maggior parte dei premi.
Ora, a bocce ormai ferme, Gascòn confessa apertamente i suoi problemi di salute mentale, presenti da tempo ma esacerbati dalla situazione, rivelando come lo stress derivato dall’incessante campagna d’odio di cui è stata oggetto, l’abbia persino spinta a pensare al suicidio. Non si tratta, come si potrà vedere più sotto, di una semplicistica ricerca d’attenzione, quanto piuttosto di un tentativo lucido di sensibilizzare l’opinione pubblica sui danni involontari che una comunicazione “di pancia”, può apportare a psiche particolarmente fragili.

Allo stesso tempo, Gascòn stringe la lente d’ingrandimento sull’altro grande elefante nella stanza, in riferimento alla discussione popolare sul film: la rappresentazione, per molti carente e stereotipa, che il film fa del popolo messicano: l’attrice, prima interprete trans a ricevere una candidatura all’Oscar, affronta di petto anche questa questione, per poi chiudere con un appello all’empatia, unica arma in mano all’essere umano per esaltare le unicità di ciascuno senza uniformarle ai desideri di una maggioranza.
Ecco la traduzione integrale della testimonianza rilasciata da Gascòn in esclusiva a The Hollywood Reporter, divisa, per comodità di lettura ed esposizione, in ‘blocchi tematici’.
Il discorso prende avvio con una totale ammissione di responsabilità, per l’uso di parole in grado di ferire l’Altro: se pur non deve essere considerata una scusante, Gascòn imputa questo inciampo alla ‘fredda corazza’ usata sin dalla gioventù per proteggersi dal dolore
“A volte, indossiamo una corazza per proteggerci, per impedire che il dolore raggiunga il nostro cuore, la nostra pelle, la nostra anima. Anch’io ho la mia armatura, come chiunque altro. Non è una bella scorza, ma mi ha salvato la vita più di una volta.
Il problema è che queste corazze, così dure e fredde all’esterno, alla fine trafiggono anche chi ci sta intorno. Questo è ciò che è successo a me, a chi mi ama, a chi ha creduto in me.
Ultimamente, dopo essere stata bersaglio di parole feroci, ho capito che anche io, nel corso della mia vita, ho pronunciato frasi in grado di ferire ed offendere.
Parole dette per paura, per ignoranza, per dolore, provenienti dall’interno di quella fredda e scomoda corazza. Senza cercare scuse, senza voler giustificare nulla di ciò che ho detto o fatto, chiedo umilmente perdono a chiunque abbia ferito nel mio cammino.
E, per onorare la generosità e la comprensione del mio prossimo, lo prometto: non smetterò mai di imparare, di ascoltare, di fare del mio meglio per non ripetere gli stessi errori.”
E in questo senso, continua Gascòn, Emilia Pèrez non è stato soltanto un film, ma un lavoro di introspezione profonda attraverso cui illuminare le difficoltà di una persona in transizione, oltre a celebrare la forza e la vitalità di un popolo accogliente: Gascòn qui si professa apolitica e ‘dalla parte dei diritti’
“Negli ultimi anni, ho impiegato tutta me stessa per dare voce a chi è sempre stato invisibile, a chi, come me, fa parte di una realtà spesso negata. Ho raccontato la vita di una donna trans intrappolata nel posto peggiore possibile: il corpo di un recluso immerso in un patriarcato feroce. Ho cercato di farlo con dignità, con verità, raccontando una storia di lotta e resistenza che meritava di essere ascoltata.
Ho messo l’anima, la vita, l’essenza in questo progetto, lavorando fianco a fianco con meravigliosi amici messicani che mi hanno aiutata a trasmettere un messaggio di speranza: possiamo essere persone migliori, indipendentemente da dove partiamo e da quali siano le nostre origini. Il Messico occupa un posto indelebile nel mio cuore.
In questo Paese straordinario e magnetico, ho trovato uno spazio per esprimermi come attrice e ho ricevuto amicizia, affetto, calore umano che non dimenticherò mai.
Dal giorno in cui il caro Julián Pastor, leggendario regista, mi ha aperto le porte, il mio amore per questa terra e per la sua gente è diventato eterno.
Il mio impegno per il Messico, per i messicani e per i diritti di chi è più vulnerabile resta saldo. Sarò sempre all’opposto del fanatismo, delle imposizioni, del patriarcato, del fascismo, delle dittature, del terrore, degli abusi e dell’irrazionalità.
Non mi lego a nessuna bandiera politica: il mio unico obiettivo è restare un essere umano in continua evoluzione, con i miei successi e i miei fallimenti, ma con una volontà incrollabile di imparare, ascoltare, e riconoscere gli errori, chiedere scusa e perdonare, così come cerco di perdonare me stessa per il dolore superfluo che ho causato.”

Gascòn prosegue sottolineando come il proprio equilibrio mentale, già fragile e provato da anni di sofferenze, perlopiù legate a problematiche di identità di genere, sia stato messo a dura prova dall’ondata di odio social ricevuto, tanto da spingerla a pensare al suicidio: una crisi superata grazie a un’insperata forza d’animo
“Ora, per mia figlia, e per le generazioni future, vorrei aprire un dialogo sincero sulla salute mentale. Nella mia vita ho attraversato momenti bui, fasi in cui la disperazione mi ha portata in recessi inaspettati.
In questo ultimo periodo della mia vita, in cui sono finita sotto i riflettori e sono divenuta oggetto di discussione globale, diversi falsi account social, che portavano il mio nome, sono stati creati solo per amplificare il dolore e la confusione. di questa situazione.
C’è chi ha mosso accuse assurde, persino deliranti, che mi hanno ferita nel profondo. Il tutto è degenerato così rapidamente che, a un certo punto, non riuscivo più nemmeno a respirare.
In questa tempesta improvvisa e devastante, ci sono stati momenti in cui il dolore è stato così opprimente da spingermi a contemplare l’impensabile, ad avere pensieri più neri della oscura disperazione in cui pure mi era capitato di precipitare in passato, durante crisi non meno intime e personali.
E mi sono chiesta: se persino io, con tutta la mia forza, con tutto il mio bagaglio acquisito negli anni, atto ad affrontare rabbia e rifiuto, sono arrivata sull’orlo del baratro, cosa sarebbe successo a qualcuno dotato di minori risorse emotive?
Scriveva Albert Camus, “Esiste un unico problema filosofico veramente serio: il suicidio”, perché ci costringe a confrontarci con il senso stesso della nostra esistenza.
Non cito queste parole per fare insinuazioni o puntare l’attenzione su di me, ma come dono
per tutti coloro che da soli non potrebbero resistere all’onda che io ho appena cavalcato.
In qualche modo, io ce l’ho fatta. Ma altri non sarebbero sopravvissuti a questo inverno brutale che ora, spero, è finalmente alle mie spalle”

In chiusura del suo intervento, Gascòn parla apertamente di ‘luce in fondo al tunnel’, una speranza ottenibile soltanto abbandonando l’odio reciproco e perseguendo l’empatia come valore cardine su cui costruire, finalmente, una vita ‘libera da corazze’.
“Per fortuna, ho conservato quel briciolo di lucidità che mi ha permesso di scorgere la luce in fondo a questo tunnel di odio e di capire che devo essere migliore.
Devo fare meglio. Devo correggere i miei sbagli senza inciampare di nuovo.
Perché se sto al loro gioco, se rispondo all’odio con altro odio, sarà la fine.
Non andrò mai avanti. E non potrò più aiutare chi è ancora intrappolato nella tempesta.
La responsabilità di prenderci cura gli uni degli altri, come società, è di ciascuno di noi.
Come diceva Martin Luther King Jr., “Nulla al mondo è più pericoloso dell’ignoranza sincera e della stupidità coscienziosa.”
Se c’è qualcosa che deve guidarci in questi giorni difficili, è l’empatia per coloro che, come me, hanno camminato sul filo del rasoio per tutta la vita, credendo di essere sbagliati, tanto da, infine, sbagliare essi stessi, guidati dal dolore
Solo attraverso la comprensione, la compassione, il perdono e l’empatia possiamo costruire un mondo in cui la diversità non sia sinonimo di condanna, ma di ricchezza.
Un mondo in cui possiamo imparare e crescere lungo il cammino.
Un mondo in cui possiamo finalmente mettere da parte le nostre corazze e mostrarci per ciò che siamo davvero.
Grazie, dal profondo del mio cuore.”
