La morte di Kevin Conroy, stroncato da un tumore all’età di 66 anni, ha sconvolto la comunità degli appassionati di animazione e/o supereroi. In particolare, quelli della generazione di chi scrive, perché per loro Conroy era il >Batman con cui sono cresciuti. Per i film di Tim Burton, dal taglio più adulto, era forse troppo presto, e il dittico di Joel Schumacher era ancora allo stadio germinale quando giovani spettatori in tutto il mondo (anche in Italia, dove tramite satellite si poteva vedere Cartoon Network in inglese) si innamorarono dell’incarnazione animata del vigilante di Gotham City e della sua inconfondibile voce. Una voce che riecheggiava ovunque, soprattutto alle convention quando Conroy, mai stanco di ripeterla, recitava in pubblico la battuta più celebre della sua carriera: “I am vengeance. I am the night. I am Batman!”
Il più prolifico di tutti

Sommando tutti i progetti a cui ha partecipato (e non è detto, date le tempistiche di animazione e videogiochi, che non debba ancora uscire qualche titolo postumo), Kevin Conroy è quello che ha interpretato Batman con maggiore frequenza e assiduità. Se pensiamo solo alle produzioni animate, dal 1992 a oggi la sua voce è stata usata in tutti i titoli del DC Animated Universe (85 episodi di Batman, 24 di Batman – Cavaliere della notte, 5 de Le avventure di Superman, 48 di Batman of the Future, 5 di Static Shock, 1 di The Zeta Project, 37 di Justice League e 18 di Justice League Unlimited, più quattro film), nove lungometraggi del filone dei DC Universe Original Animated Movies e, in chiave più comica, la serie Justice League Action. E questo solo nei panni di Bruce Wayne, perché in alcune occasioni gli fu data la possibilità di doppiare il padre del personaggio, ad esempio. E poi i videogiochi, in particolare la serie di Arkham, e, nel 2019, un’eccezionale apparizione live-action, nei panni di un Wayne pensionato, nel crossover televisivo Crisis on Infinite Earths. Per ammissione di produttori e sceneggiatori, salvo ordini dall’alto, lui era sempre la prima scelta per qualunque progetto animato o videoludico incentrato su Batman. E c’è chi, come Mark Hamill (il Joker in molti dei progetti di cui sopra), a un certo punto adottò la seguente filosofia: “Se Kevin ha detto di sì lo faccio anch’io.”
Il ruolo giusto al momento giusto
Venuto dal teatro, Conroy era solito arrotondare con qualche particina televisiva o voci per pubblicità e quant’altro, ma non si era mai dato all’animazione. Poi, all’inizio degli anni Novanta, su consiglio del suo agente, fu uno dei tanti a sostenere il provino per Batman. A quel punto, l’addetta al casting e direttrice del doppiaggio Andrea Romano aveva già sentito 500 aspiranti uomini pipistrello, nessuno dei quali veramente all’altezza. Conroy non conosceva bene il personaggio, avendo solo una vaga familiarità con la serie TV con Adam West (il quale poi fece un’ospitata doppiando un idolo d’infanzia di Bruce Wayne), e ascoltando la descrizione del produttore e sceneggiatore Bruce Timm si rese conto di avere a che fare con una figura tragica ai livelli di un Amleto. E fu quella componente tragica ad emergere nel suo provino, talmente efficace che Timm e Romano capirono dopo una frazione di secondo di aver trovato la persona giusta. Una scelta che fu una sorta di spartiacque per l’animazione americana, come ha ricordato il collega e amico Clancy Brown (voce di Lex Luthor nel DCAU): si cominciò ad allargare il campo per le voci, andando a cercare al di fuori della solita cerchia un po’ ristretta che aveva caratterizzato i decenni precedenti.
Una parte a due voci
Sulla falsariga di Michael Keaton al cinema, Conroy fu il primo, nel campo dell’animazione, a usare due voci diverse per distinguere Bruce Wayne dal suo alter ego notturno. E più di dieci anni prima che Rachel Dawes arrivasse alla stessa conclusione in Batman Begins, aveva intuito che la maschera fosse Bruce e non Batman. Un lavoro sbalorditivo, quando si guarda la serie del 1992 in lingua originale, con il protagonista che nel privato, con chi è a conoscenza della sua doppia identità, continua a usare la voce di Batman, espressione di un trauma da cui non si è mai ripreso. Trauma di cui Conroy, a suo modo, aveva esperienze dirette: genitori divorziati, padre alcolizzato, fratello schizofrenico. Nonché la questione della doppia identità, perché negli anni Ottanta l’attore si vide rifiutare diverse opportunità professionali quando il potenziale datore di lavoro veniva a sapere che era gay, e per quel motivo fece il possibile per tenere separati il lavoro e la vita privata (il coming out ufficiale lo fece nel 2016, durante la promozione del film Batman: The Killing Joke). E proprio quest’anno, qualche mese prima della morte, Conroy aveva evocato tutto questo in Finding Batman, racconto scritto per il volume antologico DC Pride, dove spiega come il suo vissuto avesse generato la voce con cui ottenne la parte per cui tutti continueranno a ricordarlo. Perché lui era vendetta. Era la notte. Era, e sarà per sempre, Batman.
