La scomparsa delle gemelle Kessler, icone dei primordi televisivi italiani, ha causato un’ondata di cordoglio generalizzato nel Belpaese, sempre pronto a celebrare i suoi simboli nostalgici. Qualcuno – come Silvana De Mari – però, non vuole unirsi a questo coro, e non lo manda a dire e ha accusato Alice ed Ellen di essere state un modello negativo per i bambini e per le famiglie.
Silvana De Mari, scrittrice di romanzi fantasy per bambini nonché ex medico (è stata radiata dall’Ordine in seguito alle sue posizioni no-vax e anti – LGBT), ora opinionista per il quotidiano La Verità, ha scritto un editoriale, datato 20 novembre, in cui critica la scelta delle due gemelle di ricorrere al suicidio assistito, prendendo il loro decesso a prestito per una filippica, in sintonia con la linea editoriale del giornale, atta a stigmatizzare una presunta sessualizzazione dei costumi che, secondo questa visione, sarebbe iniziata proprio, surrettiziamente, nel corso degli anni ’60, durante le trasmissioni di varietà in cui le due ballerine comparivano
Secondo De Mari, le stesse Kessler sarebbero state consce del potenziale eversivo della loro apparenza esteriore, in grado di minare alla base i valori della famiglia tradizionale, inserendo nell’immaginario psicologico dei bambini un’ideale femminile fortemente “eroticitizzato”, in cui, a differenza che nella figura materna, il corpo non è nascosto e sacralizzato, bensì esibito nella sua carnalità e quindi portatore di reazioni fisiologiche, come l’erezione, considerate disdicevoli e pedagogicamente pericolose.
“La prima volta che comparvero in televisione le gemelle Kessler, «i bacchettoni» furono scandalizzati o almeno perplessi, poi si sono abituati. Questo è il compito della televisione: abituare al mediocre, abituare al sexy. Sexy vuol dire che ha a che fare con la sessualità, che può causare un’erezione, non è neutro, non può entrare dappertutto, non può essere sempre presente. […]
All’epoca fu un piccolo scandalo, uno scandalo piccolino, certo, ma non fu uno spettacolo che scivolò in maniera completamente liscia sulla nazione. Le gemelle Kessler riferirono in un’intervista come all’inizio l’ufficio censura della Rai fosse perplesso davanti a uno spettacolo che aveva l’unico scopo di mostrare le loro gambe: avevano trovato il compromesso di calze molto spesse, che, dissero loro, sembravano quasi pantaloni. Era proprio il compromesso trovato per scandalizzare meno.”
“L’inizio dello sciagurato fenomeno della ipersessualizzazione dei bambini è nato con spettacoli ammiccanti e sexy trasmessi in prima serata. Possiamo considerarli ingenuamente ammiccanti e sexy, ma sempre ammiccanti e sexy sono. […] Fino agli anni Cinquanta i bambini non erano esposti a spettacoli sexy. Le bambine non vedevano donne succinte sculettare, non desideravano imitarle.
I bambini non sapevano che quel tipo di donna era considerata più desiderabile della loro madre con la gonna e le scarpe normali. L’unico corpo che entrava nella casa era il corpo della madre.
Gli uomini sbirciavano altri corpi, ma non all’interno della casa. Al cabaret, appunto, o su appositi giornali e calendari che si trovavano solo in ambienti maschili, barbiere e meccanico. Nessuno avrebbe portato quei giornali a casa propria, per umiliare sua moglie e mostrare un modello distorto alla propria bambina.
Gli spettacoli discinti delle gemelle Kessler, dunque, non solo, avrebbero sostanzialmente corrotto l’immaginario infantile, ma anche permanentemente modificato la percezione che la donna di casa avrebbe avuto di sé, costringendola a sessualizzarsi a sua volta (e quindi a umiliarsi) per soddisfare un modello sempre più preponderante
Ora è trovato normale che una donna sia umiliata nel vedere il suo uomo che inevitabilmente guarda il corpo di un’altra donna, coperta di lustrini e sculettante, e lo desideri: sexy, ripeto, vuol dire in grado di causare un’erezione. Allora non lo era. Molte donne ne furono scandalizzate e umiliate, poi si sono abituate, a tutto ci si abitua.
Non solo: questa ideologia, così ‘anticristiana’, pervicacemente perseguito, avrebbe finito per causare l’infelicità proprio di coloro che lo propugnavano alle masse: De Mari, infatti, afferma come le gemelle non abbiano mai considerato come necessaria la creazione di una famiglia, una mossa che a sua volta avrebbe loro impedito, una volta giunte al crepuscolo della vita, di desiderare così fortemente il suicidio. Per loro, pervase da una solitudine profonda, non c’è stata altra via d’uscita dal dolore, lontane come erano dagli affetti familiari, lontane da Dio, il solo a poter dare e toglieree la vita.
i balletti delle sorelle Kessler non erano affatto neutri, erano un modello in contrasto con quello della madre, a quello della famiglia come unico sogno di felicità possibile.
E questo è stato un peccato, perché una famiglia vera, fatta da gente che ti vuole bene, da figli e nipoti che ti tengano la mano mentre muori così che tu non debba desiderare di anticipare la morte come unica possibilità di porre fine all’angoscia del vuoto, è tra tutte le felicità possibili forse la più grande.
[…] Sono morte insieme, nel terrore del vuoto. Nessun figlio a tenere loro la mano, nessun nipote, nessun Dio a ricordare che la vita è sacra perché appartiene a Lui e ogni istante può contenere pepite di luce: la loro è stata una vita fatta di lustrini. Nessuno le ha consolate, al punto da far desiderare [loro] ancora un pezzetto di vita.
L’unico amore della loro vita è stato l’affetto reciproco, e non potevano rinunciarci. Che infinita tristezza.
Silvana De Mari, nata nel 1953 a Santa Maria Capua Vetere e cresciuta a Torino, è una scrittrice italiana nota soprattutto per i suoi romanzi fantasy per ragazzi. Laureata in Medicina all’Università di Torino, si è specializzata in chirurgia generale ed endoscopia digestiva, lavorando come medico anche in contesti umanitari, in particolare in Etiopia, prima di intraprendere l’attività di psicoterapeuta. Parallelamente ha sviluppato una carriera letteraria che l’ha portata al successo internazionale: il romanzo L’ultimo elfo (2004), tradotto in numerosi Paesi, ha ricevuto riconoscimenti come il Premio Bancarellino e il Premio Andersen, aprendo la strada alla “Saga degli Ultimi”, diventata centrale nella sua produzione.
Tra le opere successive figurano ulteriori cicli fantasy, tra cui la trilogia “Hania”, con cui ha consolidato la sua posizione nel panorama della narrativa per giovani lettori. Le sue storie utilizzano il genere fantastico per affrontare temi quali la condizione dell’emarginato, la responsabilità morale, la lotta contro il male e la critica ai meccanismi sociali del conformismo.
