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Home » Personaggi » Silvio Berlusconi al cinema tra Moretti, Sorrentino e Fellini

Silvio Berlusconi al cinema tra Moretti, Sorrentino e Fellini

Tra Sorrentino, Moretti e addirittura Fellini, ecco le mille facce di Silvio Berlusconi nel cinema italiano di ieri e di oggi.
Simone FabrizianiDi Simone Fabriziani15 Giugno 2023
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Loro
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Lunedì 12 giugno 2023 scompare all’età di 86 anni Silvio Berlusconi, imprenditore (prima immobiliare e poi multimediale) che ha cambiato l’assetto della comunicazione televisiva italiana a cavallo tra la fine degli anni ’70 e nel corso dei ruggenti anni ’80, per poi “scendere in campo” nella politica di centro-destra dal 1994. Diventerà presidente del Consiglio per ben quattro volte, l’ultima nel 2011. Tra i personaggi politici più sornioni, influenti e controversi dell’intera storia dell’Italia dal dopoguerra in poi, Silvio Berlusconi è riuscito a plasmare un’intera nazione e i suoi usi e costumi in maniera profonda.

Talmente profonda che i mezzi del cinema e della televisione non lo hanno mai risparmiato, né sono stati particolarmente misericordiosi con la sua figura. Ripercorriamo brevemente gli esiti e le declinazioni della maschera berlusconiana sul grande schermo nostrano di ieri e di oggi, dal cinema militante di Nanni Moretti alla satira graffiante e malinconica di Paolo Sorrentino, fino a un insospettabile Federico Fellini d’antan.

Aprile di Nanni Moretti: Berlusconi scende in campo

Aprile

Era il 1998 quando Nanni Moretti, reduce dal successo incredibile di Caro Diario, torna nelle sale italiane con Aprile, racconto semi-autobiografico di una paternità inaspettata e di un’Italia che in quegli ultimi anni era politicamente cambiata nel profondo. Il titolo cult si apre con lo stesso Nanni (qui nel ruolo più o meno di sé stesso) che, seduto a tavola con sua madre, assiste all’annuncio in diretta televisiva della vittoria del centro-destra di Silvio Berlusconi alle elezioni politiche del 1994. Fu quella la prima volta, almeno nella finzione cinematografica, in cui Moretti si fece una canna di marijuana.

In Aprile, il politico lombardo che scende in campo camminando sornione e sicuro di sé sulle ceneri dei partiti caduti in disgrazia dopo lo scandalo Mani Pulite (battendo la sinistra di Achille Occhetto) non è personaggio di finzione interpretato da un attore del cast, no. In Aprile, Silvio Berlusconi è presenza ingombrante e fantasmatica oltre la soglia del tubo catodico dei televisori degli italiani di quel decennio, nome e cognome portatore di un cambiamento politico che Moretti vede come disastroso e potenzialmente apocalittico, non solo per il destino della claudicante sinistra italiana del tempo, ma anche per il futuro dei cittadini del Bel Paese, e in particolar modo per i giorni a venire del suo neonato Pietro, primo figlio di casa Moretti.

Il Caimano, o di distopie ad personam

Il Caimano

Una presenza aleatoria ma concreta, quella del debutto politico di Silvio Berlusconi, che ne Il Caimano del 2006 si fa idealmente trina: nell’acclamato dramma di Nanni Moretti il politico di Forza Italia non è solo macchietta al limite del paradosso che sbuca dagli schermi televisivi degli italiani a causa (o grazie?) ai suoi scandali, agli innumerevoli processi a suo carico, alle affermazioni fuori luogo in terra straniera, ma diventa anche doppio personaggio all’interno dello stesso film. Prima, è immaginato attore protagonista (Elio De Capitani) nelle scene principali de “Il Caimano”, film fortemente voluto e nato da un’audace sceneggiatura della giovane regista Teresa (Jasmine Trinca) proposta al produttore Bruno Bonomo (Silvio Orlando) e mai messa in scena nella sua interezza.

Poi, nelle ultime, folgoranti battute del film, Silvio Berlusconi assume il volto e le fattezze dello stesso Nanni Moretti, nella pellicola del 2006 attore e regista teatrale dai caratteri fortemente autobiografici e che nella distopica sequenza conclusiva accetta di vestire i panni del controverso politico nella messa in scena di uno dei processi ad egli imputati. Un processo che terminerà con un’immaginata sommossa popolare fuori dal tribunale, in cui il Berlusconi del film nel film si ribella alla magistratura “nemica” e sale nella sua auto privata, intento a declamare un monologo in penombra dove sintetizza la sua posizione anticostituzionale: contro i giudici corrotti, contro la sinistra italiana che non sa fare altro che odiarlo, contro ogni suo nemico, ignaro di avere davanti a sé un nuovo “uomo della provvidenza”, un cittadino come noi per il quale però la legge è forse un po’ più uguale degli altri. Un finale, quello de Il Caimano, che si interroga con pessimismo cinematografico su un possibile risultato processuale a favore di Berlusconi, in uno scenario distopico nel quale la corruzione vince sui principi democratici della moralità.

Il potere logora chi ce l’ha?

Loro

Quella di Nanni Moretti è una condanna tout court nei confronti della figura del Cavaliere della politica italiana, diametralmente opposta allo sguardo malinconico e grottesco che invece appartiene al linguaggio dietro la macchina da presa di Paolo Sorrentino nel suo incompreso Loro. Uscito in due parti a distanza di poche settimane l’uno dall’altro nel corso della primavera del 2018, il film è uno sguardo affine alle tematiche e alle ossessioni del cineasta napoletano del controverso politico di centro-destra, qui raffigurato in un momento della sua vita pubblica e privata (il 2006) di grande solitudine.

Interpretato da un sempre camaleontico Toni Servillo, Silvio Berlusconi qui sembra quasi non appartenere alla kermesse circense che lui stesso ha contribuito nei decenni a costituire attorno a sé, bensì (super)uomo che affronta l’incipiente arrivo della vecchiaia con gli ultimi spasmi del suo vigore; convincere sei senatori a tornare dalla sua parte per ottenere la maggioranza in Parlamento, riconquistare l’amore e gli affetti perduti della sua Veronica Lario (Elena Sofia Ricci), organizzare feste sontuose ed esagerate nella sua villa sarda con tantissime ragazze giovani, sono tutte azioni che in fondo sottendono un’inesorabile disperazione umana. In Loro, Silvio Berlusconi poco a poco si trova a fare i conti se stesso, la sua eredità, il suo passato e il tempo che scorre implacabile; con sguardo caustico eppure al contempo espressamente malinconico, Paolo Sorrentino consegna al grande schermo contemporaneo un Cavaliere enigmatico, fragile e insospettabilmente umanissimo.

Fellini e il berlusconismo trasfigurato

Ginger e Fred

A ben vederlo, difatti, lo sperimentale Loro di Paolo Sorrentino si interroga più sul tramonto del berlusconismo e sull’eredità sociale e culturale che ha lasciato all’Italia in decenni di governo e di impresa multimediale che non sugli elementi fondanti del lungometraggio biopic che ci si poteva invece aspettare; una riflessione, quella del film del 2018, che dialoga diametralmente in opposizione a un altro film necessario sull’imponenza della figura di Silvio Berlusconi nell’immaginario collettivo dell’Italia del dopoguerra. Stiamo facendo riferimento a Ginger e Fred di Federico Fellini, pellicola del 1986 interpretata da due anziani e nostalgici Marcello Mastroianni e Giulietta Masina; nel film del regista romagnolo, due ballerini di rivista ormai giunti nella fase della terza età vengono chiamati a esibirsi assieme per un’ultima volta in occasione dello speciale natalizio di un tv privata di proprietà del Cavalier Fulvio Lombardoni.

L’esibizione delle due star del tip tap sarà però corollario per Fellini nel lanciare un’invettiva contro la teledipendenza dell’Italia degli anni ’80, soggiogata da una kermesse da voltastomaco di volgarità e cattivo gusto che preferisce il sensazionalismo e le interruzioni pubblicitarie al gusto del varietà, mettendo all’angolo sentimenti come la nostalgia e la malinconia a favore di un circo mediatico che ha plasmato (in peggio) gli usi e i consumi di una nazione. Ginger e Fred è forse, in definitiva, il lungometraggio sul berlusconismo e sulla sua statura di tycoon e imprenditore televisivo (prima che politico) più incisivo e mordace, testimonianza cinematografica ineluttabile di un uomo che ha cambiato per sempre le strutture più profonde di un paese intero. Nel bene e nel male.

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