Woody Allen ha lasciato un toccante ricordo di Diane Keaton, scomparsa a 79 anni, in un lungo saggio pubblicato dalla rivista The Free Press. Con parole di profonda tenerezza e ironia, il regista ha ripercorso una relazione privata e professionale lunga oltre un quarto di secolo, raccontando non solo la loro storia sentimentale ma anche l’inesauribile legame artistico che li ha uniti per tutta la vita.
Allen inizia rievocando il loro primo incontro nel 1969, durante un’audizione per la sua commedia Play It Again, Sam al Morosco Theatre. Keaton, allora ventitreenne, arrivava da Orange County, lavorava come guardarobiera. Fu raccomandata dal celebre insegnante di recitazione Sandy Meisner. “Se Huckleberry Finn fosse stata una splendida donna, sarebbe stata Diane Keaton”, scrive Allen, ricordando il colpo di fulmine provato alla vista di quella “bellezza sgraziata” e magnetica.
All’inizio, i due faticarono però a comunicare: “Lei era timida, io pure – e due timidi insieme non fanno mai scintille.” Ma bastò un pranzo veloce tra una prova e l’altra perché tutto cambiasse. “Era così affascinante, così magica, che mi chiesi se non stessi impazzendo. Mi domandai: ci si può innamorare così in fretta?”

Da lì nacque una relazione personale intensa, durata alcuni anni, e una collaborazione artistica destinata a lasciare un segno indelebile nella storia del cinema. Keaton divenne per Allen una figura di riferimento imprescindibile: “Col tempo iniziai a girare film per un pubblico composto da un solo spettatore, di nome Diane Keaton. Non leggevo più le recensioni, non m’importava del resto del mondo. Se a lei piaceva, per me era un successo. Se la lasciava tiepida, allora lo rimontavo per tentare di avvicinarmi al suo gusto.”
Il regista la descrive poi come la sua più affidabile consigliera, dotata di un gusto infallibile e di un senso critico che non risparmiava nemmeno Shakespeare, “quando, secondo lei, il Bardo aveva sbagliato tono”.
Allen le scrisse numerosi ruoli su misura, tra cui quello che le valse l’Oscar come miglior attrice per Io e Annie (Annie Hall, 1977), film spesso considerato un riflesso della loro storia d’amore. Allen la ricorda come un’artista eclettica, capace di eccellere in ogni campo: “Aveva un talento immenso, nella commedia come nel dramma, ma anche nella danza e nel canto. Scriveva libri, faceva fotografie, collage, arredava case, dirigeva film. Ed era, semplicemente, una persona esilarante con cui stare.”
Tra gli episodi che emergono nel tributo, Allen cita un memorabile Giorno del Ringraziamento trascorso con la famiglia Keaton a Orange County: una serata informale in cui lui giocò a poker con solo pochi penny a disposizione, vincendo “circa ottanta centesimi”. “Quella splendida ragazza di campagna è diventata una premiata attrice e un’icona di eleganza,” scrive, “Abbiamo passato alcuni anni meravigliosi insieme e poi ci siamo separati: solo Dio e forse Freud potrebbero spiegare il perché.”

Allen dedica poi ampio spazio al leggendario senso estetico di Keaton, la cui originalità rimane tuttora un punto di riferimento nel mondo della moda. “Il suo stile era uno spettacolo a sé: i suoi abbinamenti sartoriali rivaleggiavano con le invenzioni di Rube Goldberg. Metteva insieme abiti che sfidavano la logica, ma funzionavano sempre. Negli anni, il suo look è diventato più elegante, ma non ha mai perso la sua unicità.”
Nella parte finale del suo scritto, Allen assume un tono malinconico e filosofico.
“Lei in seguito ha continuato a frequentare uomini affascinanti, tutti più interessanti di me. Io invece non ho mai smesso di inseguire quel capolavoro che ancora non ho trovato. Le dissi una volta che un giorno saremmo finiti come Norma Desmond ed Erich von Stroheim [in Viale del Tramonto, ndr]: lei la diva, io il suo autista. Ma il mondo cambia, si ridefinisce continuamente, e con la scomparsa di Diane Keaton si è ridefinito ancora una volta. Fino a pochi giorni fa esso conteneva Diane Keaton. Ora non più, ed è perciò più triste. Ma restano i suoi film. E la sua grande risata, che ancora risuona nella mia testa.
Con Keaton, Allen ha girato ben otto film — tra cui Io e Annie, Manhattan e Radio Days — che hanno definito un’ epoca della commedia sentimentale sopfisticata. Nonostante le controversie che negli anni hanno circondato il regista, Keaton non ha mai smesso di difenderlo pubblicamente, ribadendo la sua fiducia in lui durante il movimento #MeToo e ricordando la loro amicizia come una delle più autentiche della sua vita. Allen, che nel 2017 le consegnò l’AFI Life Achievement Award, concluse quel discorso con parole che oggi suonano come un epitaffio d’amore:
“Dal momento in cui l’ho incontrata, è stata per me una fonte d’ispirazione immensa. Molto di ciò che ho realizzato nella mia vita lo devo, senza dubbio, a lei. Vedere il mondo attraverso i suoi occhi è stato un privilegio. Diane era straordinaria in tutto ciò che faceva.”
Ecco la traduzione integrale dell’articolo (qui trovate l’originale)
Lo so, è grammaticalmente scorretto dire “la più unica”, ma ogni regola di grammatica — e forse di logica — finisce nel cestino quando si parla di Diane Keaton. Nessuna come lei è mai esistito, e difficilmente il pianeta vedrà mai di nuovo qualcosa di simile. Il suo volto e la sua risata illuminavano sempre qualunque spazio attraversassero.
La vidi per la prima volta durante un’audizione, e pensai: se Huckleberry Finn fosse una giovane donna bellissima, sarebbe Diane Keaton. Appena uscita dalla contea di Orange, era volata a Manhattan per fare l’attrice. Lavorava come guardarobiera, poi ottenne una piccola parte nel musical *Hair*, di cui infine divenne protagonista.
Nel frattempo, David Merrick e io facevamo provini al teatro Morosco per la mia commedia *Play It Again, Sam*. Sandy Meisner, che teneva un corso di recitazione, parlò a Merrick di una giovane attrice straordinaria. Lei venne a provare e ci lasciò senza parole. L’unico piccolo problema era che sembrava più alta di me, e non volevamo che la cosa finisse per diventare spunto per una battuta. Così, come due ragazzini, ci mettemmo schiena contro schiena sul palco e ci misurammo. Per fortuna avevamo la stessa altezza, e Merrick la assunse.

“Per la prima settimana di prove non ci scambiammo una sola parola. Lei era timida, io pure — e due timidi insieme non fanno mai scintille. Poi, per caso, ci trovammo a fare una pausa nello stesso momento e andammo a mangiare qualcosa in un locale dell’Ottava Avenue. Fu il nostro primo incontro “vero”. E lì capii che c’era qualcosa di magico in lei. Era così affascinante, così luminosa, che mi chiesi se fossi impazzito. Mi dissi: possibile innamorarsi così in fretta?
Quando lo spettacolo debuttò a Washington, eravamo già amanti. In quel periodo le mostrai in privato il mio primo film, preparandola al disastro: le dissi che era orrendo, un fallimento totale. Ma lei guardò *Prendi i soldi e scappa* e disse che era divertente e originale. Citazione testuale. Il successo del film le diede ragione, e da allora non dubitai più del suo giudizio. Da quel momento in poi le mostrai ogni film che realizzavo, e per me l’unica opinione artistica che contasse era la sua.”

“Col tempo iniziai a girare film per un pubblico composto da un solo spettatore, di nome Diane Keaton. Non leggevo più le recensioni, non m’importava del resto del mondo. Se a lei piaceva, per me era un successo. Se la lasciava tiepida, allora lo rimontavo per tentare di avvicinarmi al suo gusto. Vivevamo insieme, e vedevo il mondo attraverso i suoi occhi. Aveva un talento immenso, nella commedia come nel dramma, ma anche nella danza e nel canto. Scriveva libri, faceva fotografie, collage, arredava case, dirigeva film. E, sopra ogni cosa, rappresentava una compagnia inesauribile fatta di allegria e intelligenza.
Nonostante la sua timidezza e la sua modestia, era assolutamente sicura del proprio gusto. Che si trattasse di criticare un mio film o Shakespeare, usava lo stesso metro. Se pensava che il Bardo avesse sbagliato tono, poco importava quante persone lo idolatrassero: lei seguiva la propria sensazione, e non esitava a dirlo.

Il suo senso della moda era, naturalmente, infallibile. Le sue combinazioni sartoriali sfidavano la logica ma finivano sempre per funzionare. In seguito, il suo stile divenne più elegante, ma senza mai perdere quella stravaganza inimitabile.
Durante i pochi anni in cui abbiamo vissuto insieme, mi insegnò molto. Per esempio: prima di conoscerla non avevo mai sentito parlare di bulimia. Andavamo alle partite dei Knicks e poi da Frankie and Johnnie’s per una bistecca. Lei divorava un controfiletto, patate, cheesecake al marmo, caffè — e poi, a casa, si preparava dei waffle o un enorme taco di maiale. Io restavo a guardarla, incredulo: questa attrice esile mangiava come Paul Bunyan. Solo anni dopo, nella sua autobiografia, parlò del suo disturbo alimentare. All’epoca, pensavo di non aver mai visto nessuno mangiare così, se non in un documentario sulle balene.

Eppure, nonostante tutta la sua intelligenza e sensibilità artistica (collezionava quadri e fu una delle prime a capire la grandezza di Cy Twombly), Diane Keaton era in fondo una semplice ragazza di campagna. Avrei dovuto capirlo subito. Durante i nostri primi appuntamenti, la guardavo negli occhi alla luce delle candele e le dicevo quanto fosse bella. E lei rispondeva: “Davvero, pellerossa?” (Honest Injun?). Chi parla così, se non il protagonista di un vecchio film per ragazzi?

Poi arrivò quell’incredibile Ringraziamento con la sua famiglia, nella casa di Orange County. C’erano sua madre, suo padre, i fratelli, la nonna Keaton e la nonna Hall (sì, c’erano ben due nonne), e un tipo bizzarro che era riuscito a procurarsi il tacchino gratis grazie all’aiuto di un sindacato. Dopo cena, mentre noi parlavamo di mercatini e vendite domestiche al dettaglio, loro tirarono fuori le monete e noi tutti iniziamo a giocare a poker con i centesimi. Io, che ero abituato a partite serie, mi ritrovai a bluffare contro due nonne per dieci centesimi. Diane giocava con un’intensità spaventosa, come se in palio ci fosse una fortuna. Alla fine vinsi circa ottanta centesimi, e le nonne non mi vollero più tra loro: pensarono che le avessi imbrogliate.

Questo era il mondo di casa Keaton — semplice, autentico, affettuoso. Ed è incredibile che quella ragazza “campagnola” sia diventata un’attrice premiata, un’icona di stile e una donna di mondo. Abbiamo vissuto insieme alcuni anni meravigliosi, poi le nostre strade si sono divise. Perché sia successo, solo Dio lo sa (no, forse anche Freud)
“Lei in seguito ha continuato a frequentare uomini affascinanti, tutti più interessanti di me. Io invece non ho mai smesso di inseguire quel capolavoro che ancora non ho trovato. Le dissi una volta che un giorno saremmo finiti come Norma Desmond ed Erich von Stroheim [in Viale del Tramonto, ndr]: lei la diva, io il suo autista. Ma il mondo cambia, si ridefinisce continuamente, e con la scomparsa di Diane Keaton si è ridefinito ancora una volta. Fino a pochi giorni fa esso conteneva Diane Keaton. Ora non più, ed è perciò più triste. Ma restano i suoi film. E la sua grande risata, che ancora risuona nella mia testa.”
