La serie: Gomorra – Le origini (2026)
Titolo originale: Gomorra – Le origini
Ideatori: Roberto Saviano, Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli
Regia: Marco D’Amore, Francesco Ghiaccio
Sceneggiatura: Roberto Saviano, Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli, Marco D’Amore
Genere: Crime, Drammatico
Cast: Luca Lubrano, Tullia Venezia, Mattia Francesco Cozzolino, Antonio Del Duca, Junior Rancel Rodriguez Arcia, Antonio Incalza, Francesco Pellegrino, Fabiola Balestriere, Flavio Furno
Durata: 6 episodi (circa 50 minuti)
Dove l’abbiamo visto: Su Sky / NOW
Trama: Napoli, 1977. Pietro ha quasi sedici anni e vive ai margini, tra piccoli reati e un’educazione sentimentale ridotta all’essenziale: resistere. In una città segnata da povertà e mancanza di alternative, le gerarchie criminali diventano presto l’unico spazio in cui provare a conquistare rispetto e sicurezza. L’incontro con Imma, ragazza studiosa e piena di sogni, gli mostra un’altra possibilità, ma la realtà di Secondigliano stringe i personaggi in una rete di ricatti, appartenenze e scelte sempre più definitive.
A chi è consigliato? Gomorra – Le origini è consigliata a chi ama i crime drama realistici, i racconti di formazione cupi e le serie che mettono al centro contesto sociale, periferie e dinamiche di potere. Ideale per chi cerca un prequel autonomo, più umano che celebrativo.
Gomorra – Le origini non è una semplice “storia prima della storia”. È un prequel che prova a reggersi sulle proprie gambe, spostando l’attenzione dal potere già consolidato raccontato nella serie madre, al momento in cui il potere è ancora solo una possibilità vaga, confusa, in certi casi indesiderata.
La serie evita la scorciatoia della citazione continua e sceglie invece di raccontare l’adolescenza come una fase fragile, schiacciata da un contesto che non lascia spazio a vere alternative. Il punto non è spiegare o giustificare il percorso di Pietro, ma mostrare come un ambiente fatto di povertà, mancanza di prospettive e pressione sociale restringa progressivamente il campo alle scelte, fino a rendere certe decisioni quasi inevitabili.
Napoli 1977, la fame come paesaggio morale

La serie fa una cosa che molte narrazioni criminali si dimenticano: rende la città una presenza attiva. La Napoli del 1977 non è soltanto ricostruita bene; è raccontata come un ambiente che impone certi comportamenti. Povertà, analfabetismo, periferie abbandonate, lavori precari, famiglie sfilacciate: sono elementi che non restano sullo sfondo, ma determinano l’idea stessa di futuro. Qui l’agiatezza non è un capriccio, è una speranza di sopravvivenza. Non esiste il desiderio di lusso, esiste il bisogno di stabilità.
Il mondo degli adulti non educa e non protegge: chiede, esige, ricatta, trascina. E i ragazzi, più che “scegliere”, imparano a muoversi tra possibilità ridotte. La serie insiste su questa compressione, su un orizzonte corto che rende la criminalità non un sogno, ma un’opzione concreta quando tutto il resto sembra una scommessa persa in partenza.
Pietro Savastano prima del mito: un ragazzo che non sa dove stare

Pietro Savastano viene raccontato prima di tutto come un ragazzo in formazione, non come una figura già indirizzata verso il ruolo che avrà in futuro. È incerto, spesso chiuso, attraversato da contraddizioni che non cercano di renderlo simpatico o eroico. Non è ancora un capo e non aspira apertamente a diventarlo: osserva il mondo che lo circonda e cerca di capire dove collocarsi, muovendosi tra paura, desiderio di riconoscimento e bisogno di sentirsi parte di qualcosa.
La serie lavora bene su questa fase intermedia, mostrando un adolescente che non possiede ancora un’identità definita e che finisce per adattarsi a un contesto che gli offre poche alternative concrete. Il percorso di Pietro non viene spiegato né giustificato, ma accompagnato passo dopo passo, lasciando emergere come certe scelte nascano più dalla pressione dell’ambiente che da una reale ambizione personale.
La violenza come conseguenza, non come spettacolo

La serie mostra la violenza in modo diretto, ma senza trasformarla in uno spettacolo o in un elemento di attrazione narrativa
. Non cerca il “colpo” o l’effetto da scena memorabile a tutti i costi. La violenza arriva spesso come conseguenza di un’insicurezza, di un ricatto, di un’umiliazione, di una fame che non riguarda soltanto il denaro. Questo approccio rende il racconto più credibile e anche più amaro, perché non offre consolazioni: ciò che accade non è epico, è pratico.
La serie evita sia di rendere la criminalità affascinante sia di spiegare tutto attraverso i traumi o il carattere dei singoli personaggi, concentrandosi invece – come abbiamo sottolineato più volte – sul peso del contesto e delle condizioni in cui vivono. È un sistema di opportunità distorte che prospera sulle mancanze. Quando la serie funziona al meglio, lo fa perché lega ogni atto duro a un contesto: non per assolvere, ma per far capire quanto sia facile oltrepassare un confine quando la vita è già un continuo stato d’emergenza.
I gruppi, le gerarchie, la seduzione del “posto sicuro”

Insieme al personaggio di Pietro, la serie lavora molto bene sull’idea di appartenenza. Le bande giovanili, i piccoli ruoli, le gerarchie embrionali: tutto è costruito come un laboratorio del potere, dove il rispetto si guadagna con rapidità e si perde in un attimo.
Il punto non è solo “chi comanda”, ma chi viene protetto e chi viene sacrificato. In questa dinamica, l’illusione più pericolosa è quella del “posto sicuro”: credere che schierarsi, obbedire o colpire per primi possa garantire stabilità. La serie mostra invece l’opposto: ogni appartenenza genera debiti e ogni debito genera catene. Si vive dentro una logica che promette ordine ma produce instabilità continua, costringendo tutti a restare in allerta.
Imma: la luce che non salva, ma rivela

Imma è uno degli elementi più importanti perché non è soltanto un interesse sentimentale. È un contrasto strutturale. È una ragazza che studia, che ha una famiglia alle spalle e che può permettersi di pensare a un futuro diverso da quello che la circonda. La sua presenza mette in evidenza, per contrasto, ciò che manca a Pietro: non la capacità di sognare in astratto, ma le condizioni minime per farlo senza pagare subito un prezzo.
In un contesto in cui per molti il domani è solo una continuazione del presente, Imma rappresenta un’eccezione possibile, non una via realmente accessibile.
Il loro rapporto funziona proprio perché non è “romantico” nel senso facile del termine. È una promessa di fuga che si scontra con la realtà: da certi luoghi non basta voler uscire, e la serie lo suggerisce con una amarezza costante. Imma, inoltre, non è un personaggio ingenuo: capisce presto quanto il contesto sia capace di risucchiare chiunque, anche chi si crede diverso. La sua presenza porta nella serie una tensione dolorosa tra ciò che sarebbe possibile e ciò che accade davvero.
Dialoghi serrati, retorica controllata, un mondo che parla come deve parlare

Un altro punto di forza è la scrittura dei dialoghi: rapidi, taglienti, spesso costruiti su immagini e formule che restituiscono la retorica di un certo potere senza trasformarla in citazione autocelebrativa. Il linguaggio non suona “letterario” e non cerca la frase da condividere: vuole essere efficace, funzionale, credibile. La serie inserisce anche alcuni rimandi riconoscibili per chi conosce l’universo di Gomorra, ma li usa come dettagli di continuità, non come scorciatoie emotive. Ciò che resta è soprattutto l’idea di un sistema che si autoalimenta: le dinamiche non nascono con un singolo personaggio, si ripetono, cambiano volto ma restano uguali.
Messa in scena e ricostruzione: un passato che non sembra finto

Dal punto di vista tecnico, Gomorra – Le origini lavora sulla ricostruzione con attenzione: scenografie, costumi, oggetti, musica e atmosfera compongono un quadro coerente, mai “da cartolina”. È un passato vissuto, ruvido, che non appare ripulito. La regia privilegia spesso gli spazi, i vicoli, le periferie come luoghi di pressione, dove ogni gesto è pubblico e ogni errore diventa una condanna sociale.
Anche quando il ritmo rallenta, la serie mantiene una densità ambientale che tiene insieme la visione: non ci sono lungaggini decorative, ma una scelta di tempo che prova a far sedimentare la trasformazione dei personaggi.
Una stagione che non offre catarsi e non ne ha bisogno

La serie non punta a una catarsi consolatoria. Non chiude tutto, non “spiega” tutto, non pulisce il dolore con una morale. La sua forza sta proprio nella mancanza di sollievo: ciò che accade è un addensarsi progressivo, un restringersi di possibilità, una serie di compromessi che diventano identità. Se si cerca l’adrenalina costante, si rischia di percepirla come più lenta rispetto alle aspettative. Se invece si accetta la sua natura di racconto di formazione tragico, Gomorra – Le origini si rivela un prequel sorprendentemente autonomo, capace di costruire un mondo nuovo dentro un universo già conosciuto.
La recensione in breve
Gomorra - Le origini racconta un Pietro adolescente in una Napoli affamata: un prequel sobrio, duro e umano, più sociale che celebrativo.
Pro
- Ambientazione 1977 ricostruita con solidità e credibilità.
- Ritratto di Pietro giovane non mitizzato e più umano del previsto.
- Imma è un contrappeso narrativo efficace, mai ornamentale.
- Cast giovane convincente e ben diretto.
Contro
- Ritmo meno “esplosivo” rispetto alle aspettative di chi cerca solo azione.
- L’assenza di catarsi può lasciare una sensazione volutamente amara e irrisolta.
- L’assenza di catarsi può lasciare una sensazione volutamente amara e irrisolta.
- Voto CinemaSerieTV
