Il fenomeno Euphoria non è nato dal nulla. Prima della serie HBO che ha ridefinito il racconto adolescenziale contemporaneo, c’è stato un altro titolo capace di raccontare con lucidità, crudezza e una certa libertà formale le fragilità dei più giovani. Una serie che oggi potete recuperare su Prime Video e che, a distanza di anni, appare quasi come un punto di partenza ideale per capire da dove arriva quel tipo di narrazione.
Parliamo di Skins, serie britannica che ha segnato un’intera generazione e che, ancora oggi, conserva una forza sorprendente. Uscita nel 2007, molto prima che il racconto adolescenziale diventasse così centrale nelle piattaforme, Skins ha affrontato temi come sesso, droga, identità, salute mentale e disorientamento emotivo con una libertà che all’epoca era rara, soprattutto in televisione.
Il legame con Euphoria non è solo tematico, ma anche strutturale. Ogni episodio di Skins è costruito attorno a un personaggio diverso, permettendo allo spettatore di entrare in profondità nelle sue fragilità e nei suoi conflitti. È una scelta narrativa che ritroviamo anche in Euphoria, dove il racconto si frammenta per dare spazio a punti di vista differenti, mantenendo però una coerenza emotiva di fondo.
C’è poi un altro elemento fondamentale: il tono. Skins alterna momenti di leggerezza quasi caotica a passaggi molto più cupi, senza mai edulcorare davvero ciò che racconta. È una serie che non giudica i suoi personaggi, ma li osserva mentre sbagliano, si perdono, cercano di capire chi sono. Ed è proprio questa sincerità, a tratti brutale, che ha aperto la strada a produzioni successive più esplicite e visivamente ambiziose.
Naturalmente, Euphoria porta tutto questo a un livello diverso, soprattutto dal punto di vista estetico e registico. La serie creata da Sam Levinson lavora molto sull’immagine, sulla costruzione visiva, sulla stilizzazione. Ma alla base c’è un impianto emotivo che deve molto a ciò che Skins aveva già fatto anni prima: raccontare l’adolescenza senza filtri, senza semplificazioni e senza paura di risultare scomoda.
Rivedere oggi Skins significa anche rendersi conto di quanto fosse avanti rispetto al suo tempo. Non tutto è invecchiato allo stesso modo, e alcune scelte possono apparire legate al contesto in cui è stata prodotta. Ma la sua capacità di intercettare il disagio giovanile, di restituirlo in modo diretto e di costruire personaggi imperfetti ma credibili resta intatta.
Ed è anche questo il motivo per cui vale la pena recuperarla su Prime Video. Non solo per nostalgia o curiosità, ma per capire davvero le radici di un certo modo di raccontare gli adolescenti che oggi diamo quasi per scontato. Skins non è semplicemente “simile” a Euphoria: in molti aspetti, è il terreno su cui quel tipo di racconto ha iniziato a prendere forma.
C’è poi un altro aspetto che rende la serie ancora più interessante: il cast. Skins non si è limitata a raccontare una generazione, ma è diventata nel tempo anche un punto di partenza concreto per molti dei suoi interpreti. Basta guardare ai percorsi successivi per rendersene conto: Nicholas Hoult è diventato un volto internazionale capace di muoversi tra cinema commerciale e progetti più autoriali, Dev Patel ha costruito una carriera sempre più solida fino alla candidatura all’Oscar per Lion, mentre Daniel Kaluuya ha compiuto un percorso ancora più netto, arrivando a vincere l’Oscar per Judas and the Black Messiah. Attorno a loro, anche altri interpreti come Kaya Scodelario e Joe Dempsie hanno trovato spazio e continuità nel tempo.
In totale, sono almeno cinque o sei i protagonisti principali che hanno poi costruito carriere riconoscibili a livello internazionale. Un dato che dice molto del tipo di energia creativa che la serie è riuscita a intercettare.
E, in fondo, è lo stesso discorso che si può fare oggi per Euphoria. Anche in questo caso non si tratta solo di una serie capace di segnare il pubblico, ma di un progetto che ha inciso concretamente sui percorsi dei suoi attori. Il caso più evidente è quello di Zendaya, che proprio grazie alla serie ha consolidato il proprio status, trasformandosi definitivamente in una delle interpreti più riconosciute della sua generazione.
Accanto a lei, però, anche altri volti hanno conosciuto una crescita significativa: Jacob Elordi ha ampliato rapidamente la propria visibilità arrivando a produzioni sempre più rilevanti, mentre Sydney Sweeney si è imposta come una delle presenze più richieste, capace di muoversi tra cinema e televisione con continuità.
Il parallelo, quindi, non è solo tematico o stilistico: riguarda anche ciò che queste serie lasciano dietro di sé. Skins lo ha fatto prima, in modo forse meno evidente ma altrettanto significativo. Euphoria lo sta facendo oggi, con una risonanza molto più ampia. In entrambi i casi, però, il risultato è lo stesso: non solo racconti generazionali, ma veri punti di svolta per chi li ha interpretati.
