La miniserie Il Mostro (di cui trovate la nostra recensione) propone una ricostruzione rigorosa del caso che tra il 1968 e il 1985 sconvolse la provincia di Firenze: otto duplici omicidi ai danni di coppie appartate in luoghi isolati, una pistola Beretta calibro 22 come arma comune e decenni di inchieste, piste e misteri irrisolti. Diretta da Stefano Sollima, la serie è composta da quattro episodi che adottano un approccio multiprospettico: ogni puntata esplora infatti un sospettato differente, presentando versioni dei fatti alternative e non sempre affidabili, e alternando piani temporali, testimonianze, atti processuali e ricostruzioni cinematografiche.
Lo sguardo autoriale si concentra non solo sul “chi ha fatto cosa”, ma sul “come” e “perché”, ovvero sul contesto sociale, culturale e psicologico di quegli anni in Toscana, quando la violenza, la marginalità e le fragilità umane si intrecciavano nelle campagne e nei villaggi. La scelta narrativa è meno spettacolare e più riflessiva: la regia lascia spazio all’indagine, ai silenzi e alla costruzione del dubbio, piuttosto che offrire una soluzione netta. Ma vediamo adesso come si conclude la serie, nella nostra spiegazione del finale de Il Mostro.
La pista sarda e l’avvio dell’indagine

La serie comincia concentrandosi sulla cosiddetta “pista sarda”: una comunità proveniente dalla Sardegna insediata in Toscana che finisce al centro dell’attenzione investigativa per via dei rapporti, delle violenze e dei sospetti intorno a una delle prime vittime, Barbara Locci, uccisa nel 1968. Nei primi episodi vengono presentati personaggi come Stefano Mele, Giovanni Mele, Francesco Vinci e Salvatore Vinci, tutti collegati alla donna e inseriti in un contesto familiare teso, segnato da gelosie e rivalità.
La narrazione mostra come la ricerca del colpevole si areni in modalità investigative lente, con testimoni reticenti, versioni contraddittorie e un’atmosfera provinciale intrisa di superstizioni e pregiudizi. L’orrore non appare come un fatto isolato, ma come il prodotto di un ambiente che non sa guardare dentro se stesso.
Le piste che si intrecciano e l’alternarsi dei sospetti

Man mano che la storia procede, la serie esplora più versioni, ognuna con un “mostro” diverso. In un episodio sembra colpevole uno, nel successivo un altro. Questo continuo cambio di prospettiva – nuovi indizi, nuove prove, nuove omissioni – diventa il cuore del racconto. L’arma calibro 22, il modus operandi, i luoghi appartati e le coppie sorprese nella notte tornano come elementi ricorrenti, alimentando la tensione e rendendo il caso sempre più complesso.
La narrazione affronta anche il contesto sociale e culturale di quegli anni, evidenziando la violenza di genere, la cultura patriarcale e il silenzio che circonda le vittime. Non è solo la cronaca di un assassino, ma il ritratto di una società che preferisce non vedere.
Dentro il quarto episodio

Nel quarto e ultimo episodio la narrazione si concentra sul progressivo smascheramento – almeno narrativo – della pista sarda e sui tentativi della procuratrice di mettere ordine in una mole confusa di indizi e versioni. In particolare, si riavvolge il filo della vicenda relativa a Salvatore Vinci: la sua presenza al centro degli eventi del 1968 viene esplorata con maggior dettaglio, le connessioni familiari e quelle personali vengono analizzate, e tutti gli elementi convergono verso un processo dal grande impatto mediatico. Tuttavia, dopo aver ricostruito il processo e le ultime indagini legate alla pista sarda, la serie approda a un finale che, volutamente, non offre alcuna certezza. La tensione accumulata nei quattro episodi si scioglie in un’aula di tribunale, dove Salvatore Vinci viene assolto per insufficienza di prove.
Come finisce Il Mostro

È un epilogo che chiude un capitolo ma non il caso: la verità resta sfuggente, e i sospetti, ancora una volta, si dissolvono nel nulla. Pochi istanti dopo, una scritta in sovrimpressione informa lo spettatore che dell’uomo si persero poi le tracce e che, da quel momento, i delitti del Mostro cessarono, “Coincidenza o no”, lasciando che il dubbio si trasformi in eco inquietante.
Non viene mostrato il passaggio diretto alle indagini successive, né alla figura di Pietro Pacciani e dei “compagni di merende”: Sollima decide di fermarsi prima, proprio dove la storia reale avrebbe preso una nuova direzione. L’ultima sequenza mostra un uomo che scrive una lettera per attirare l’attenzione su un nome – quello di Pietro Pacciani, un contadino di Mercatale – come possibile Mostro di Firenze.
E adesso? Una seconda stagione è possibile?

La miniserie si conclude con un finale aperto e lascia volutamente fuori gran parte della seconda fase della vicenda, quella legata a Pacciani e ai “compagni di merende”. I quattro episodi coprono la cosiddetta pista sarda, ma non l’intero arco narrativo del caso. Non è stato ancora annunciato un seguito, ma la struttura e l’ultimo fotogramma suggeriscono che un’eventuale seconda stagione potrebbe riprendere proprio da lì, affrontando il periodo dei processi degli anni Novanta e la nascita di nuovi sospetti.
