Tutto l’amore che resta è arrivata su Rai 1 il 29 settembre portando Raoul Bova in un ruolo molto diverso da quello di Don Massimo: quello di Stefano Fogli, fondatore e preside di un liceo in cui ragazzi con e senza disabilità studiano insieme. Ma dietro la nuova fiction Rai c’è davvero una storia vera? La risposta è sì, anche se non riguarda il personaggio interpretato da Bova. Le radici della serie si trovano in Francia e nell’adolescenza realmente vissuta da Fanny Riedberger, creatrice della serie originale dalla quale è stato tratto l’adattamento italiano.
Tutto l’amore che resta è infatti la versione italiana di Lycée Toulouse-Lautrec, serie francese creata da Fanny Riedberger. E sulla sua origine l’autrice è stata molto chiara: “È tratto da una storia vera che è la mia“, aveva raccontato presentando la serie. Riedberger ha frequentato realmente per tre anni il Lycée Toulouse-Lautrec di Vaucresson, nella regione parigina, l’istituto che ha poi trasformato nel cuore della sua storia.
Il Lycée Toulouse-Lautrec esiste davvero. Si trova a Vaucresson, nel dipartimento francese degli Hauts-de-Seine, ed è un istituto pubblico specializzato nell’accoglienza e nella formazione di studenti con disabilità motorie, che frequentano la scuola insieme a studenti senza disabilità. L’istituto offre inoltre assistenza medica e paramedica agli alunni che ne hanno bisogno.
Riedberger arrivò in quella scuola quando aveva 14 anni. Suo fratello la frequentava già da circa un anno e, per ragioni organizzative familiari, i genitori decisero che sarebbe stato più semplice iscrivere anche lei nello stesso istituto. L’autrice ha raccontato di essere arrivata al Toulouse-Lautrec piena di pregiudizi e completamente estranea a quel mondo. Il primo impatto fu così forte da farle percepire improvvisamente se stessa come quella “diversa“.

È proprio questa esperienza a essere diventata la base del personaggio di Victoire, protagonista della serie francese. “Quello che vive il personaggio di Victoire è quello che ho vissuto io“, ha spiegato Riedberger. Anche Victoire arriva controvoglia al Toulouse-Lautrec perché suo fratello frequenta già la scuola e deve progressivamente confrontarsi con i propri pregiudizi, costruendo rapporti con ragazzi che inizialmente sente molto lontani da sé.
Nella versione italiana Victoire diventa Vittoria, interpretata da Gloria Harvey. Anche lei ha 17 anni e vede cambiare improvvisamente la propria quotidianità quando il fratello Matteo, ragazzo autistico, viene iscritto al Liceo Helen Keller di Frascati. Vittoria si ritrova così in un ambiente che inizialmente non sente suo e nel quale sarà costretta a mettere in discussione molti dei propri pregiudizi.
Il carattere autobiografico della serie, però, non significa che tutto ciò che accade nella fiction sia realmente avvenuto. L’esperienza personale di Riedberger costituisce il punto di partenza della storia, mentre personaggi, rapporti e numerose vicende sono frutto della scrittura televisiva. Anche Stefano Fogli, il preside interpretato da Raoul Bova e centrale nella versione italiana, è un personaggio di finzione e non la trasposizione di una figura realmente esistita nella vita dell’autrice. La storia vera alla base del progetto riguarda soprattutto l’esperienza scolastica della creatrice francese e il modello educativo del vero Toulouse-Lautrec.
Nella fiction Stefano Fogli ha fondato il liceo Helen Keller facendo dell’inclusione la propria missione. Il suo impegno ha anche una dimensione personale: suo figlio Luca soffre di osteogenesi imperfetta e da anni vive sempre più isolato dal mondo esterno. La scuola diventa così il luogo nel quale Stefano cerca di abbattere le divisioni tra ragazzi con esperienze e condizioni molto diverse.
Come ha spiegato Raoul Bova durante la presentazione della serie, l’obiettivo è evitare che l’inclusione si trasformi a sua volta in omologazione. “Credo che la scuola non debba ghettizzare ma neanche creare alunni tutti uguali, omologati, sarebbe una grande sconfitta: bisogna invece evidenziare le diversità“, ha dichiarato l’attore parlando del messaggio della fiction.
Attorno a Stefano si muove un cast corale. Giulia Bevilacqua interpreta Michela, un’ispettrice ministeriale chiamata a vigilare sull’istituto, mentre tra i giovani protagonisti figurano Gloria Harvey, Chiara Bordi, Francesco Leo, Federica Pagliaroli e altri interpreti. La produzione ha coinvolto anche attori con disabilità, proseguendo uno degli elementi che avevano caratterizzato già la serie francese.
Nei primi episodi gli spettatori entrano così nel Liceo Helen Keller attraverso Vittoria e suo fratello Matteo, ma conoscono anche Alex e Pietro, due ragazzi provenienti dal carcere minorile ai quali Stefano offre la possibilità di svolgere lavori socialmente utili nell’istituto. Le loro vicende si intrecciano con quelle degli altri studenti e con i problemi che il preside deve affrontare per difendere il proprio modello di scuola.
La versione italiana prende quindi diverse libertà rispetto alla vita di Fanny Riedberger e introduce personaggi, rapporti e vicende costruiti per la fiction. Ciò che è autentico non è ogni singola storia raccontata sullo schermo, ma il punto di partenza da cui tutto è nato: una ragazza senza disabilità che arriva controvoglia in una scuola inclusiva frequentata dal fratello e scopre una realtà completamente diversa da quella che aveva immaginato.
Ed è proprio qui che si trova il legame più forte tra Tutto l’amore che resta e la storia vera. Il liceo Helen Keller e gran parte delle vicende della fiction sono frutto della rielaborazione televisiva, ma l’esperienza che ha dato origine al racconto è accaduta davvero. Prima di creare Lycée Toulouse-Lautrec, Fanny Riedberger era stata quella ragazza che entrava per la prima volta in una scuola che non voleva frequentare e che, proprio lì, avrebbe cambiato il proprio modo di guardare agli altri. Anni dopo, quell’esperienza sarebbe diventata prima una serie francese e poi la fiction arrivata su Rai 1.
