Ricky Gervais torna su Netflix con Alley Cats, serie animata in sei brevi episodi che sembra costruita intorno a tutto ciò che ormai associamo alla sua comicità: cinismo, volgarità, provocazioni, riflessioni sulla morte e, nascosto sotto parecchi strati di misantropia, un sentimentalismo molto più pronunciato di quanto il comico britannico voglia far credere.
Questa volta Gervais presta la voce a Gus, grosso gatto arancione che guida una sgangherata banda di randagi londinesi. L’idea ha qualcosa di irresistibile e il cast vocale, che comprende Diane Morgan, David Earl, Andrew Brooke, Tom Basden e Jo Hartley, possiede una chimica evidente. Il risultato, però, è molto discontinuo: Alley Cats trova momenti genuinamente divertenti e persino toccanti, ma troppo spesso confonde la provocazione con la comicità e insiste su battute che esauriscono rapidamente il proprio effetto.
Una sgangherata famiglia di gatti randagi

Gus vive in una casa abbandonata insieme a Fang, il più aggressivo del gruppo, Puke, disgustoso tanto nel nome quanto nelle sue conversazioni, e Olive. A frequentarli c’è anche Rupert, immediatamente ribattezzato Ponce: un gatto domestico ben nutrito, educato e castrato, caratteristiche sufficienti per renderlo bersaglio costante degli altri.
Le giornate trascorrono tra televisione, ricerca di cibo e discussioni completamente inutili. La serie assume così la struttura di una hangout comedy, nella quale conta meno ciò che succede rispetto al piacere – almeno teorico – di ascoltare questi personaggi parlare.
Una trama vera e propria emerge quando il gruppo incontra una gattina smarrita. Gus decide di aiutarla a ritrovare casa e il rapporto con Kitten comincia lentamente a scalfire la sua corazza. Dietro il randagio convinto che tutto faccia schifo emerge così un inaspettato istinto paterno.
Quando la volgarità smette di essere divertente

La parte migliore della comicità di Alley Cats nasce dalla naturalezza delle conversazioni. I doppiatori hanno registrato insieme e si percepisce immediatamente: Gus e gli altri sembrano davvero amici di vecchia data capaci di discutere per ore delle questioni più assurde.
Particolarmente riuscito è Ponce, interpretato da Tom Basden. La sua compostezza è il contrappunto perfetto alla rozzezza degli altri e alcune delle battute migliori arrivano proprio dalla sua capacità di smontare con assoluta tranquillità le convinzioni di Gus.
Il problema arriva quando Gervais cerca deliberatamente di essere estremo. Sesso, genitali, insulti e descrizioni sempre più disgustose diventano una presenza costante, soprattutto attraverso Puke. Non è la scorrettezza in sé a rappresentare un limite: è la ripetizione. Quando ogni conversazione può trasformarsi nell’ennesima escalation di volgarità, l’effetto provocatorio svanisce e rimane una comicità sorprendentemente prevedibile.
Dietro il cinismo torna il Gervais sentimentale

La vera sorpresa è quanto Alley Cats sia ossessionata dalla morte. Quella dei randagi è un’esistenza precaria: possono essere investiti, abbandonati, portati via o semplicemente non tornare più. La serie tratta questa fragilità con una malinconia che progressivamente diventa importante quanto le battute.
Kitten permette a Gervais di affrontare apertamente il tema. La piccola ha paura di morire e Gus, dietro tutta la sua spacconeria, deve provare a spiegarle cosa significhi perdere qualcuno e continuare a ricordarlo. È un territorio molto familiare per l’autore di After Life: sotto la misantropia torna l’idea che affetto e memoria siano le uniche risposte possibili alla consapevolezza della morte.
Non sempre, però, il passaggio funziona. Alley Cats può trascorrere diversi minuti accumulando battute volutamente disgustose e subito dopo chiedere allo spettatore una partecipazione emotiva che i personaggi non hanno ancora guadagnato. Gus è sufficientemente caratterizzato da sostenere questa contraddizione; molti comprimari, invece, rimangono poco più che caricature.
Una serie più tenera di quanto voglia sembrare

È proprio questa contraddizione a rendere Alley Cats contemporaneamente interessante e frustrante. Gervais sembra voler realizzare una serie nichilista su un gruppo di animali che non si aspettano nulla dalla vita, salvo poi dimostrarsi molto più interessato al bisogno di affetto, alla paura della solitudine e alla possibilità di costruirsi una famiglia.
Quando questi due registri riescono a incontrarsi, la serie trova i suoi momenti migliori. Gus può essere arrogante, sgradevole e profondamente egoista, ma il legame con Kitten lascia emergere una vulnerabilità credibile. Quando invece comicità e sentimento rimangono separati, Alley Cats sembra oscillare continuamente tra due serie diverse.
I sei episodi, tutti molto brevi, impediscono fortunatamente alla formula di esaurirsi del tutto. Rimane però la sensazione di un’occasione sfruttata solo in parte. Alley Cats è spesso più malinconica che divertente e più convenzionalmente sentimentale di quanto la sua facciata provocatoria lasci immaginare. Non è tra i lavori migliori di Gervais, ma dietro l’accumulo di parolacce e cinismo riesce almeno a trovare qualche momento autenticamente tenero.
La recensione in breve
Alley Cats porta su Netflix tutto il cinismo di Ricky Gervais trasformandolo in una commedia animata sui gatti randagi. Divertente a tratti e sorprendentemente malinconica, trova nel rapporto tra Gus e Kitten il suo cuore, ma fatica a bilanciare volgarità e sentimento.
PRO
- La chimica del cast vocale
- Il contrasto tra Gus e Ponce
- Alcuni momenti malinconici funzionano molto bene
- Episodi brevi e ritmo agile
CONTRO
- Volgarità e provocazioni diventano presto ripetitive
- Diversi personaggi restano caricature
- Il sentimentalismo non è sempre sufficientemente costruito
- Voto CinemaSerieTv
