La serie: All’s Fair (2025)
Titolo originale: All’s Fair
Ideatori: Ryan Murphy, Jon Robin Baitz, Joe Baken
Sceneggiatura: Ryan Murphy, Jon Robin Baitz, Joe Baken, Jamie Pachino
Genere: Drammatico, Legal Drama, Satirico
Cast: Kim Kardashian, Naomi Watts, Niecy Nash-Betts, Glenn Close, Sarah Paulson, Teyana Taylor, Matthew Noszka
Durata: 8 episodi (circa 50 minuti ciascuno)
Dove l’abbiamo visto: su Disney+
Trama:
Tre donne di successo — l’avvocatessa Allura Grant, la collega Liberty Ronson e l’investigatrice Emerald Greene — fondano uno studio legale tutto al femminile a Los Angeles, specializzato in divorzi milionari. Tra cause spettacolari, lusso sfrenato e rivalità personali, le tre cercano di conciliare amicizia, potere e indipendenza, ma dietro la facciata patinata si nasconde un mondo di vanità, cinismo e segreti inconfessabili.
A chi è consigliato?
All’s Fair è consigliato a chi ama i drammi legali dal gusto glamour e i prodotti firmati Ryan Murphy, anche se qui prevale l’aspetto estetico rispetto alla sostanza. Potrebbe incuriosire chi ha apprezzato Big Little Lies o The Morning Show e cerca una serie più leggera e visivamente scintillante.
Con All’s Fair, Ryan Murphy riunisce un cast di altissimo profilo – Kim Kardashian, Naomi Watts, Niecy Nash, Glenn Close e Sarah Paulson – per raccontare la storia di tre donne che fondano uno studio legale tutto al femminile specializzato in divorzi milionari. L’idea, almeno sulla carta, è accattivante: un procedural che fonde glamour, satira e riflessione sul potere femminile. Tuttavia, già dai primi episodi la serie mostra le sue fragilità, oscillando tra dramma patinato e parodia involontaria senza mai trovare un tono coerente.
Ryan Murphy tra eccesso e autocelebrazione

Murphy, qui affiancato da Jon Robin Baitz e Joe Baken, firma una delle sue opere più caotiche e meno incisive. Dopo l’eleganza di Feud: Capote vs. The Swans e la tensione di American Crime Story, All’s Fair appare come un esperimento di stile fine a sé stesso. L’ambientazione lussuosa, le scenografie lucenti e i costumi sfarzosi dominano la scena, ma dietro la patina scintillante manca una reale profondità narrativa. L’intento di rappresentare una nuova forma di empowerment femminile finisce per scivolare in un’estetica da “girlboss” anni 2010, più interessata al lusso che alle sfumature dei personaggi.
Kim Kardashian: presenza più che interpretazione

Kim Kardashian interpreta Allura Grant, avvocatessa di successo e icona mediatica, in un ruolo che ricalca la sua stessa immagine pubblica. Nonostante la curiosità attorno al suo debutto come protagonista in una serie drammatica, la performance risulta rigida e limitata. Kardashian non convince come attrice, ma nemmeno sfigura del tutto: il problema è che il suo personaggio non le chiede nulla di più che posare, camminare con sicurezza e pronunciare battute taglienti. Accanto a lei, Naomi Watts e Niecy Nash fanno il possibile per dare credibilità al trio, mentre Glenn Close e Sarah Paulson restano confinante in ruoli marginali o caricaturali.
Dialoghi artificiosi e storie riciclate

Il punto debole più evidente della serie è la scrittura. Le battute alternano banalità e volgarità gratuite, con dialoghi che raramente suonano autentici. Gli episodi seguono una struttura ripetitiva: donne ricche e tradite, mariti infedeli e vendette spettacolari, il tutto condito da un tono volutamente sopra le righe. Ciò che potrebbe funzionare come satira del privilegio e del femminismo di facciata si riduce a un susseguirsi di casi superficiali, privi di tensione emotiva o coerenza. Neppure la regia, elegante ma impersonale, riesce a dare ritmo a una narrazione che sembra un collage di videoclip e slogan.
Estetica impeccabile, contenuti inconsistenti

Se All’s Fair riesce in qualcosa, è nell’offrire un piacere puramente visivo. La direzione artistica è sontuosa: abiti gioiello, interni laccati e panorami californiani sembrano pensati per Instagram più che per la televisione. Tuttavia, questa ossessione per l’immagine diventa presto un limite. La serie celebra il potere economico delle protagoniste ma ignora le contraddizioni sociali e psicologiche del mondo che rappresenta. Il risultato è un racconto che parla di emancipazione ma finisce per esaltare lo status e l’apparenza, senza mai scendere in profondità.
Alla fine, All’s Fair lascia la sensazione di un progetto nato più per attirare attenzione che per raccontare qualcosa di autentico. Il talento del cast, la firma di Murphy e il tema potenzialmente interessante non bastano a salvare una serie che sembra non sapere cosa vuole essere: né dramma, né satira, né guilty pleasure. È un prodotto curato ma vuoto, che intrattiene solo in superficie e dimentica la sostanza.
La recensione in breve
All’s Fair è un dramma legale dal cast stellare che non riesce a trovare equilibrio tra glamour e narrazione. Kim Kardashian è più simbolo che attrice, la scrittura è debole e la regia priva di direzione. Il risultato è una serie visivamente ricca ma narrativamente povera, più interessata all’immagine che al contenuto.
Pro
- Cast prestigioso e visivamente magnetico
- Scenografie e costumi di grande impatto estetico
- Alcuni momenti volutamente camp che potrebbero divertire il pubblico più indulgente
Contro
- Scrittura debole e dialoghi artificiosi
- Kim Kardashian inespressiva nel ruolo principale
- Temi femministi trattati in modo superficiale
- Ripetitività narrativa e mancanza di tono coerente
- Direzione di Murphy confusa e autocelebrativa
- Voto CinemaSerieTV.it
