Con la tredicesima stagione, American Horror Story decide di guardarsi allo specchio. Il nuovo capitolo, intitolato semplicemente 13, riparte infatti da alcuni dei personaggi e degli interpreti più amati della serie, costruendo una sorta di reunion che attraversa le stagioni che hanno contribuito a definire l’universo di Ryan Murphy e Brad Falchuk. Una scelta che, sulla carta, aveva tutte le caratteristiche per trasformarsi in un grande evento per i fan di lunga data.
Dopo i primi tre episodi arrivati in piattaforma, però, la sensazione è ancora quella di trovarsi davanti a un enorme puzzle di cui mancano troppi pezzi. Ci sono Constance Langdon, Tate, Kai, Twisty il Clown, la Black Dahlia e altri volti familiari, ma il modo in cui vengono assemblati appare ancora piuttosto incerto. American Horror Story: 13 ha sicuramente qualcosa da raccontare, ma per ora non è ancora chiaro cosa.
Un nuovo mistero nel segno del numero 13

La stagione introduce Ben DeSoto, interpretato da Joey Pollari, un giovane operatore sanitario che soffre di triscaidecafobia, la paura del numero 13. Un dettaglio apparentemente ironico, considerando che praticamente ogni elemento della nuova storia sembra ruotare proprio attorno a quel numero.
Dopo un incidente aereo dal quale riesce a sopravvivere, Ben si trasferisce a New York e comincia a lavorare come assistente notturno di Mr. Nas, un anziano ospite dell’Apollyon, un lussuoso e inquietante appartamento situato al tredicesimo piano.
È qui che American Horror Story: 13 trova i suoi momenti più interessanti. Mr. Nas nasconde qualcosa di evidentemente soprannaturale, il suo corpo comincia a trasformarsi e Ben si ritrova progressivamente coinvolto in una situazione che non riesce a comprendere. L’appartamento, con la sua atmosfera gotica, le luci soffuse e gli elementi religiosi disseminati negli ambienti, contribuisce a costruire un’atmosfera che ricorda quella delle prime stagioni della serie.
Il problema è che, proprio quando la storia sembra pronta a concentrarsi su questo mistero, arrivano i collegamenti con il passato a prendersi la scena.
La reunion di American Horror Story

Il vero elemento di richiamo di American Horror Story: 13 è la reunion di alcuni dei volti più importanti della storia della serie. Il ritorno di Jessica Lange, Sarah Paulson ed Evan Peters rappresenta già di per sé un evento, soprattutto considerando quanto questi tre interpreti siano stati centrali nelle prime stagioni. Lange torna nei panni di Constance Langdon, il personaggio di Murder House, Paulson riprende Cordelia Goode di Coven, mentre Peters torna a vestire i panni di Tate Langdon e Kai Anderson, rispettivamente da Murder House e Cult. La scelta di riportare in scena personaggi così riconoscibili rende immediatamente questi primi episodi un viaggio nella memoria della serie, più che una semplice nuova storia.
Particolarmente significativo è il ritorno di Jessica Lange. Nel febbraio 2025, quando le venne chiesto se sarebbe tornata per la tredicesima stagione, l’attrice aveva escluso categoricamente la possibilità, spiegando di non lavorare alla serie da oltre dieci anni e rispondendo semplicemente “No” alla domanda su un eventuale ritorno. Lange aveva già lasciato American Horror Story dopo Freak Show, nel 2015, tornando soltanto per la breve apparizione di Constance in Apocalypse.
Il suo ritorno per 13, quindi, assume un valore particolare anche perché va contro quanto dichiarato pubblicamente poco prima dell’inizio della produzione. E il suo rientro non è un caso isolato. Ryan Murphy ha messo insieme una vera e propria formazione all-star, riportando anche Angela Bassett, Kathy Bates, Emma Roberts, Billie Lourd, Gabourey Sidibe, Leslie Grossman e Frances Conroy, oltre a Jamie Brewer, John Carroll Lynch, Mena Suvari, Mat Fraser, Seth Gabel e Zach Villa. Non si tratta però soltanto di una sfilata di volti familiari: molti di loro tornano infatti a interpretare personaggi già conosciuti, creando collegamenti diretti con Murder House, Coven, Freak Show, Cult e le altre stagioni dell’antologia. È proprio questa scelta a rendere la tredicesima stagione così particolare, ma anche a contribuire alla sua iniziale difficoltà nel trovare un equilibrio tra ciò che vuole raccontare di nuovo e ciò che vuole semplicemente ricordare.
Nei primi tre episodi, infatti, il piacere di riconoscere un personaggio finisce spesso per precedere quello di comprenderne la funzione all’interno della storia. Rivedere Constance, Tate o gli altri volti del passato provoca inevitabilmente una certa nostalgia, ma per ora non tutti questi ritorni sembrano avere un peso narrativo altrettanto forte. È una sensazione particolarmente evidente proprio perché American Horror Story: 13 sembra voler costruire il proprio fascino sulla memoria dello spettatore: riconoscere un volto, una voce o un costume diventa quasi parte integrante dell’esperienza. Il rischio, almeno in questa prima fase, è che la reunion finisca per sembrare più importante della storia che dovrebbe giustificarla.
A margine, c’è poi un’altra presenza particolarmente curiosa: John Waters, regista, sceneggiatore e attore cult legato a un cinema indipendente, trasgressivo e volutamente provocatorio, entra questa volta nell’universo di American Horror Story come attore. È un volto che, per la sua storia cinematografica e per l’immaginario a cui è associato, sembra quasi fatto apposta per stare dentro una serie come questa.
Una stagione che deve ancora trovare la propria identità

Il problema dei primi tre episodi di American Horror Story: 13 non è la mancanza di idee, ma quasi il contrario: ce ne sono troppe. La serie sembra voler celebrare contemporaneamente Murder House, Cult, Freak Show e l’intero percorso costruito negli anni, mentre cerca di introdurre una nuova storia attraverso Ben e Mr. Nas. Il risultato è una première che contiene moltissimo, ma che per ora riesce a dire relativamente poco. A rendere ancora più evidente questa sensazione è la durata: i primi tre episodi si aggirano intorno alla mezz’ora, con il terzo ancora più breve, per un totale di poco più di un’ora e venti minuti di materiale. Più che tre episodi distinti, sembrano quindi un unico grande prologo diviso in tre parti: il primo introduce Ben e Mr. Nas, il secondo amplia il mistero e il terzo comincia a collegare gli elementi soprannaturali alla reunion dei vecchi personaggi. Visti consecutivamente, i tre capitoli scorrono rapidamente e raramente lasciano il tempo di sedimentare quello che accade. È come se la stagione avesse fretta di mostrare tutte le proprie carte: il numero 13, l’Apollyon, Mr. Nas, Constance, Tate, Kai, Twisty, Elizabeth Short e gli altri riferimenti vengono introdotti in un arco narrativo estremamente compatto.
Ed è qui che nasce la confusione. Non si tratta necessariamente di quella confusione affascinante che American Horror Story ha spesso utilizzato come strumento narrativo, capace di spingere lo spettatore a cercare connessioni e interpretazioni, ma di una difficoltà più concreta nel capire quale sia il centro della storia e quale sia invece il contorno. La trama di Ben e Mr. Nas sembra essere il vero punto di partenza, ma viene continuamente affiancata dalla componente nostalgica, mentre la serie introduce nuovi personaggi e vecchi volti senza aver ancora chiarito quale sia il loro effettivo ruolo all’interno del quadro generale. Jessica Lange ed Evan Peters sono chiaramente i volti della nostalgia: rivedere Constance Langdon e Tate dopo tutti questi anni ha un peso emotivo evidente, così come ritrovare gli altri interpreti storici.
Tuttavia, il loro semplice ritorno non è sufficiente a rendere automaticamente significativo ciò che accade e, almeno in questi primi tre episodi, alcuni personaggi sembrano comparire quasi perché dovevano esserci, più che perché la storia avesse realmente bisogno di loro. È ancora presto per capire se questa impressione verrà smentita andando avanti: i primi episodi costruiscono diversi misteri e lasciano volutamente molte domande senza risposta. Ma, per ora, American Horror Story: 13 sembra chiedere allo spettatore una notevole dose di fiducia nella propria capacità di mettere insieme i pezzi. Una scelta che alcune recensioni hanno letto come una sorta di grande crossover dell’universo della serie, ma che proprio per la quantità di riferimenti rischia di mettere in secondo piano il nuovo materiale. Per ora, quei pezzi sembrano semplicemente sparsi un po’ ovunque.
La recensione in breve
American Horror Story: 13 ha un'idea affascinante: riunire alcuni dei personaggi più importanti della storia della serie e inserirli all'interno di una nuova vicenda. Il ritorno di Jessica Lange nei panni di Constance e quello di Evan Peters nei panni di Tate e Kai sono momenti capaci di accendere immediatamente la nostalgia, ma per ora sembrano soprattutto un richiamo ai fan. I tre episodi sono brevi e scorrono velocemente, tanto che avrebbero potuto tranquillamente essere accorpati in un unico episodio introduttivo. Il mistero di Mr. Nas e dell'Apollyon è probabilmente l'aspetto più interessante, ma viene continuamente affiancato da una quantità di ritorni e riferimenti che rende difficile capire quale sia realmente il cuore della stagione.
Non è ancora una bocciatura, perché American Horror Story ha sempre avuto bisogno di tempo per mostrare le proprie carte. Ma dopo questi primi tre episodi la sensazione è quella di una stagione ancora alla ricerca della propria direzione: confusionaria, sì, ma per ora non nel modo più stimolante possibile.
Pro
- Jessica Lange torna nei panni di Constance Langdon con la stessa naturalezza di Murder House.
- L'atmosfera dell'Apollyon e il mistero legato a Mr. Nas sono tra gli aspetti più promettenti.
- I collegamenti con Murder House, Cult e Freak Show offrono numerosi spunti ai fan di lunga data.
Contro
- La quantità di personaggi e riferimenti rende la narrazione confusa.
- I tre episodi avrebbero potuto funzionare come un unico episodio introduttivo.
- I numerosi ritorni sembrano, almeno per ora, più legati al fan service che alle esigenze della storia.
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Voto CinemaSerieTV
